Dedicato a Enzo Osella, un mago dei motori da corsa
Nato nel 1939 a Cambiano, alle porte di Torino, Osella cresce in una famiglia che gestiva prima una salumeria e poi un’autorimessa sotto la Mole Antonelliana.
Enzo Osella è morto oggi, all’età di 86 anni. Con lui se ne va un protagonista autentico dell’automobilismo italiano, un uomo che dal nulla seppe costruire una scuderia capace di arrivare fino alla Formula 1 e di dominare per decenni nelle cronoscalate. La sua vita è stata il ritratto della passione pura per i motori, vissuta sempre con schiettezza, sacrificio e determinazione.
Nato nel 1939 a Cambiano, alle porte di Torino, Osella cresce in una famiglia che gestiva prima una salumeria e poi un’autorimessa sotto la Mole Antonelliana. È lì che il giovane Enzo, tra attrezzi e auto da riparare, si forma come meccanico. Lui stesso ricordava con ironia: “Per colpa mia mio padre ha dovuto fare parecchie revisioni gratis, ma non si è mai lamentato, purché io imparassi il mestiere”. Il mestiere, in effetti, lo imparò in fretta. Dopo gli studi da geometra e un periodo trascorso a lavorare in una cava, capì che il suo destino era nei motori.
Il debutto arrivò nel 1957, quando, senza dirlo a nessuno, partecipò alla Occhieppo-Graglia con la Fiat 600 della sorella Cristina. Non fu un successo clamoroso, ma il seme era piantato. “Io non volevo fare il navigatore, volevo guidare. E così mi sono presentato alla partenza”, ricordava. Era l’inizio di una carriera che l’avrebbe portato ben oltre i sogni di quel ragazzo di provincia.
Nel 1963 entrò alla corte di Carlo Abarth, diventando collaudatore e tecnico. Un’esperienza decisiva: “In Abarth facevo di tutto: motori, cambi, prove in pista, seguivo i piloti. È lì che ho imparato davvero il mestiere delle corse”. Alla fine del decennio, quando la Fiat acquisì Abarth, Osella rilevò il reparto corse e nel 1971 fondò la Osella Corse, segnando l’inizio di una nuova avventura.
I primi anni furono dedicati a prototipi e cronoscalate, poi arrivarono le monoposto di Formula Ford, Formula 3 e Formula 2. Ma l’obiettivo era più grande: la Formula 1. Nel 1980 la piccola scuderia torinese fece il grande salto. Per dieci anni, con mezzi infinitamente inferiori a quelli dei colossi, la Osella Corse affrontò il Mondiale, schierando piloti come Eddie Cheever, Piercarlo Ghinzani e Jean-Pierre Jarier. Il miglior risultato arrivò nel 1982 con il quarto posto di Jarier a Imola. “Non eravamo lì per fare numero, eravamo lì perché ci credevamo davvero”, amava dire Osella. In totale, la squadra conquistò cinque punti iridati in 132 Gran Premi, diventando simbolo di passione e tenacia.
Quando nel 1990 la F1 divenne insostenibile, con regolamenti sempre più onerosi e costi fuori portata, Osella decise di vendere il team a Fondmetal. Ma non fu un addio alle corse. Anzi, fu un ritorno alle radici. A Verolengo, in provincia di Torino, la Osella si specializzò nella costruzione di prototipi da salita e pista. Negli anni ’90 e 2000 le vetture blu con la scritta Osella dominarono le cronoscalate italiane ed europee, diventando sinonimo di eccellenza tecnica. Piloti come Pasquale Irlando portarono i suoi telai a una serie impressionante di vittorie. “Le corse in salita sono la mia vera casa”, ammise più volte Osella, orgoglioso di vedere le sue macchine dettare legge curva dopo curva.
Dietro al costruttore c’era però anche l’uomo. Schietto, concreto, a volte burbero, ma sempre autentico. Nel 1958 conobbe Carla, la donna che sarebbe diventata sua moglie e il suo punto fermo. Si sposarono nel 1964 e da allora lei fu parte integrante dell’avventura Osella, occupandosi anche della gestione della squadra. “Se non avessi avuto Carla accanto, molte cose non le avrei fatte”, confessava. La vita non risparmiò dolori, come la perdita del figlio nel 1991, ma lui trovò sempre la forza di andare avanti, immerso nel lavoro e nella sua famiglia allargata di meccanici, piloti e amici di scuderia.
Oggi, con la sua morte, il motorsport perde non solo un costruttore, ma un simbolo. La sua eredità è nelle decine di prototipi che hanno scritto pagine indimenticabili delle cronoscalate, nei suoi anni da outsider coraggioso in Formula 1, ma anche nel messaggio che ha lasciato: che con passione, lavoro e determinazione si può arrivare lontano, anche partendo da una piccola officina di via Guastalla.
“Non ho mai pensato di arricchirmi con le corse. Volevo solo fare le macchine e vederle vincere. Per me questo è sempre stato tutto”, diceva. Oggi quelle parole suonano come il suo testamento spirituale. Enzo Osella se n’è andato, ma il suo nome continuerà a vivere sui tornanti, nei paddock e nei cuori di chi ama l’automobilismo vero.


