Quando la Mouton “schiaffeggiò” gli Unser alla Pikes Peak
Nonostante il record del tracciato della Pikes Peak non sia più il suo e i nuovi record siano decisamente più bassi, quello di Michèle Mouton resta il più prestigioso per due ragioni fondamentali: è tuttora l’unica donna ad aver vinto la gara nella classifica assoluta, battendo tutti gli uomini, e il suo tempo fu ottenuto quando il percorso era interamente sterrato, quindi infinitamente più pericoloso e tecnicamente complesso…
Michèle Mouton conquistò nel 1985 la vittoria assoluta alla Pikes Peak International Hill Climb, firmando un tempo record di 11 minuti 25 secondi e 39 centesimi, rimasto imbattuto per molti anni. Il suo successo andò ben oltre il valore sportivo: rappresentò una frattura netta con la diffidenza e, in alcuni casi, con l’ostilità esplicita dei piloti e degli organizzatori statunitensi che, fino a quel momento, avevano esercitato un controllo quasi esclusivo sulla gara.
Oggi il miglior tempo mai realizzato da una donna a Pikes Peak con un’automobile appartiene a Laura Hayes, statunitense, che nel 2024 ha fermato il cronometro su 10 minuti 20 secondi e 487 millesimi al volante di una Toyota Supra GT4, diventando la donna più veloce di sempre nella salita della montagna. In quell’occasione ha superato il precedente primato di Vanina Ickx, figlia della leggenda Jacky Ickx, che nel 2018 aveva fatto segnare 10 minuti 54 secondi e 901 millesimi.
Nonostante i tempi moderni siano più bassi grazie alla completa asfaltatura del tracciato, il record di Michèle Mouton resta il più prestigioso per due ragioni fondamentali: è tuttora l’unica donna ad aver vinto la gara nella classifica assoluta, battendo tutti gli uomini, e il suo tempo fu ottenuto quando il percorso era interamente sterrato, quindi infinitamente più pericoloso e tecnicamente complesso rispetto alla strada asfaltata di oggi. In quell’edizione la Mouton migliorò il record assoluto della manifestazione di ben 13 secondi.
La montagna degli Unser
Prima dell’impresa della Mouton, la Pikes Peak era di fatto un territorio riservato alla famiglia Unser. Bobby Unser aveva già vinto la gara nove volte e, complessivamente, gli Unser avevano conquistato 21 delle 61 edizioni disputate fino al 1984. La montagna era comunemente soprannominata “la montagna degli Unser”. Il tracciato, lungo 19,96 chilometri, con 157 curve prive di protezioni, si snodava su fondo sterrato dai 2.866 ai 4.301 metri di altitudine ed era considerato un feudo intoccabile dei piloti americani, in particolare di quella famiglia.
Il risultato non convinse
Nel 1984 Michèle Mouton affrontò la Pikes Peak per la prima volta, affiancata dalla navigatrice Fabrizia Pons. Nonostante alcuni problemi meccanici, concluse al secondo posto assoluto e vinse la propria categoria, facendo segnare un tempo di 12 minuti 10 secondi e 38 centesimi, oltre dieci secondi più veloce del miglior riferimento precedente per una vettura a trazione integrale.
Il risultato colpì positivamente Audi, che aveva deciso di puntare sulla coppia francese. Al contrario, organizzatori e piloti statunitensi rimasero scettici. La presenza di una donna ai vertici della classifica veniva percepita da molti come una minaccia all’equilibrio consolidato della gara.
Un obiettivo preciso
Nel 1985 la Mouton tornò alla Pikes Peak con un intento chiaro: vincere la gara assoluta e cancellare il record stabilito da Al Unser Junior nel 1983. La determinazione emerse fin dal primo giorno. Durante la prima sessione di prove, mentre il mezzo di supporto del team Audi era fermo alla base della montagna per un guasto, la Mouton raggiunse il tracciato con un veicolo improvvisato che la lasciò all’inizio della salita. Arrivò in ritardo, ma riuscì comunque a ottenere il miglior tempo della sessione. In seguito avrebbe ricordato: “Sentivo molta pressione, ma era una pressione positiva. Prima della partenza ero certa che nessuno sarebbe riuscito a fare meglio di me”.
La penalizzazione
Le difficoltà, però, non mancavano. Durante la settimana di prove, Michèle venne sanzionata per eccesso di velocità fuori dal tracciato, una penalità che le impedì di effettuare una partenza lanciata. La decisione fu particolarmente penalizzante perché costrinse la squadra Audi a spingere l’auto fino alla linea di partenza, consentendo alla Mouton di inserire la prima marcia solo una volta fermata in posizione: “Conoscevano i miei tempi nelle prove e non volevano che vincessi, così trovarono qualcosa che ritenevano una penalità decisiva”, spiegò in seguito.
Anche in Audi si parlò apertamente di trattamento discriminatorio. Il responsabile del progetto, Roland Gumpert, era convinto che un pilota della famiglia Unser non sarebbe mai stato punito allo stesso modo.

Adesso sfida aperta
A quel punto, per Michèle non si trattava più soltanto di vincere. Si trattava di dimostrare che una donna poteva dominare una gara che gli americani consideravano una loro proprietà. Alla sicurezza ostentata degli Unser si contrappose la determinazione silenziosa di Michèle.
Quando, in seguito, le venne riferita la reazione stizzita di Bobby Unser alla sua vittoria, la pilota francese rispose con una frase destinata a entrare nella storia: “Se hai il coraggio, puoi provare a gareggiare con me anche in discesa”.
Spinta e pronta a vincere
Il 13 luglio 1985 la scena fu quasi cinematografica. Sette meccanici Audi spinsero lentamente la vettura fino alla linea di partenza. La Mouton era già seduta nell’abitacolo, casco indossato, pronta ad avviare la procedura non appena autorizzata: “Dovevo occuparmi di tutto da sola, anche di allacciare le cinture”, ricordò.
L’immagine fu potentissima: una donna sola, al volante di una vettura di Gruppo B da oltre 550 cavalli, su una montagna dominata dagli uomini, penalizzata eppure determinata a vincere.
Coraggio e scelte estreme
Il tracciato si presentava in condizioni difficilissime. Una tempesta di grandine caduta nella notte aveva reso la strada umida e scivolosa, trasformando le 157 curve in una prova tecnica ancora più severa. La pilota Audi attaccò fin dalle prime curve, con un’aggressività mai vista prima. Il fondo era più insidioso del previsto, ma la concentrazione rimase totale.
Avvicinandosi alla vetta, affrontò le ultime tre curve veloci, il punto decisivo della salita. Nelle edizioni precedenti aveva sempre alleggerito l’acceleratore nella seconda curva per prudenza. Questa volta decise di non farlo: “Scelsi di non togliere il piede dall’acceleratore e di spingere ancora di più”.
L’Audi Sport Quattro scivolò pericolosamente vicino al limite, con il vuoto a pochi centimetri sulla destra, ma rimase incollata al terreno. Nella curva successiva frenò ancora più tardi del previsto: “Pensai che saremmo usciti di strada, poi mi resi conto che stavamo ancora andando avanti”.
Record, silenzio, chapeu
Quando la Sport Quattro tagliò il traguardo in cima alla montagna, il cronometro segnò 11 minuti 25 secondi e 39 centesimi, migliorando di 13 secondi il record di Al Unser Junior. La Mouton vinse con 30 secondi di vantaggio sul secondo classificato ed era convinta che, in condizioni asciutte come quelle delle qualifiche, avrebbe potuto migliorare ulteriormente di almeno dieci secondi.
La reazione iniziale fu sobria: “Alzai il pugno quando sentii il tempo, poi ci furono solo pochi abbracci”, ricordò. Ma una volta rientrata nel paddock, l’entusiasmo esplose. In Audi sapevano di aver scritto la storia: non solo una vittoria, ma la fine di un monopolio culturale e sportivo.
Caso unico per decenni
Michèle Mouton venne proclamata “Regina della Montagna” e, a distanza di decenni, resta l’unica donna ad aver conquistato questo titolo. Nel giugno 2025 è stata ufficialmente inserita nella Hall of Fame di Pikes Peak, con il riconoscimento della sua vittoria come un momento che “ha ridefinito il ruolo delle donne nell’automobilismo”.
La sua impresa non fu soltanto una questione di velocità o coraggio. Fu un atto di sfida silenziosa a un sistema convinto che certi traguardi fossero riservati esclusivamente agli uomini e, in particolare, agli americani. Si sbagliavano. E dovettero prenderne atto.








