Il Mongol Rally e l’Italia della Panda
Il Mongol Rally 2026 si è svolto dal 12 luglio al 22 agosto 2026, con arrivo nell’Estremo Oriente del Kazakistan. I partecipanti hanno percorso circa 10.000 miglia a bordo di veicoli piccoli e non convenzionali, seguendo una filosofia unica di “viaggio fuori rotta” in cui hanno potuto scegliere i propri itinerari. E poi ci sono quelli delle Panda…
Quattro soste dal meccanico in meno di due settimane, un portapacchi che continua a staccarsi e migliaia di chilometri ancora da percorrere. Per molti sarebbe il segnale di tornare a casa. Per Stefano, Mattia, Costanza ed Emanuele, come anche per tutti gli altri italiani partecipanti, invece, significa soltanto che il Mongol Rally è iniziato nel modo giusto.
Da Bolzano verso l’Asia con una Panda da 150 euro
16.000 chilometri, una Fiat Panda del 1999 acquistata per appena 150 euro e due ragazzi poco più che ventenni alle prese con uno dei viaggi automobilistici più improbabili del mondo. È la storia di Alessandro Lattisi e Mirko Trevisanato, partiti da Bolzano per affrontare il Mongol Rally 2026, un’avventura nella quale la capacità di arrivare conta molto più della velocità e dove una vecchia utilitaria diventa l’unico mezzo a disposizione per attraversare Europa e Asia.
La Panda, vecchia di 27 anni, è stata sottoposta a temperature estreme, strade difficili e lunghi trasferimenti senza alcuna assistenza organizzata. In Kazakistan i due hanno affrontato temperature fino a 49 gradi senza aria condizionata, prima di proseguire attraverso Uzbekistan e Tagikistan, arrivando sulla Pamir Highway a circa 4.600 metri di quota.
La filosofia con cui hanno affrontato la partenza era riassunta nello slogan scelto per l’avventura: «se qualcosa si rompe, lo ripariamo». È esattamente lo spirito del Mongol Rally, nel quale il problema meccanico non rappresenta un’eccezione ma una parte integrante del viaggio.
Una foratura, per esempio, si è trasformata in un’occasione per sperimentare direttamente quella solidarietà che spesso accompagna gli equipaggi lungo il percorso. In Kazakistan alcuni agenti di polizia hanno aiutato i ragazzi a risolvere il problema arrivando anche a pagare la riparazione. La Panda ha quindi continuato il viaggio verso l’Asia centrale, mentre davanti all’equipaggio rimaneva ancora una parte importante del percorso.
Il Mongol Rally non è un rally tradizionale
Il nome può generare equivoci, soprattutto per chi conosce il rally automobilistico come disciplina sportiva. Il Mongol Rally non prevede prove speciali, tempi cronometrati, classifiche sportive o assistenza tecnica. L’edizione 2026 è partita il 12 luglio da Praga e ha coinvolto 106 equipaggi, chiamati ad affrontare autonomamente un percorso di circa 16.000 chilometri.
Le regole impongono inoltre di utilizzare automobili vecchie, con almeno dieci anni di età e una cilindrata contenuta entro i limiti previsti dall’organizzazione. La filosofia è volutamente opposta a quella del motorsport professionistico: non viene premiato chi dispone dell’auto più veloce o tecnologicamente avanzata, ma chi riesce a gestire meglio una macchina economica e spesso inadeguata a un viaggio di queste dimensioni.
Nel 2026 c’è poi una differenza sostanziale rispetto alle edizioni storiche. Le restrizioni geopolitiche legate alla Russia hanno impedito di mantenere il tradizionale itinerario verso la Mongolia. Gli organizzatori hanno quindi spostato il traguardo a Öskemen, nell’estremo oriente del Kazakistan, con arrivo previsto il 22 agosto. Il viaggio rimane comunque di dimensioni enormi e conserva la propria caratteristica fondamentale: nessuna assistenza lungo il percorso e grande autonomia degli equipaggi.
La Panda dei bolzanini e il progetto iniziale a tre
Il progetto dei ragazzi altoatesini era nato con un equipaggio di tre persone. La raccolta fondi pubblicata da Alessandro Lattisi indica infatti Alessandro Lattisi, Rafael Orsaniti e Mirko Trevisanato come i tre giovani di Bolzano coinvolti nell’iniziativa, tutti intorno ai vent’anni. La vettura scelta era una Panda 141 4×4, individuata proprio per la semplicità meccanica e per la possibilità di intervenire direttamente in caso di guasto.
L’obiettivo dichiarato era affrontare oltre 19.000 chilometri, anche se il percorso effettivamente previsto per il 2026 è stato successivamente modificato dagli organizzatori. La raccolta fondi indicava un budget complessivo di circa 7.000 euro comprendente preparazione della vettura, carburante, documenti, equipaggiamento e iscrizione, con una parte destinata alla beneficenza.
Il tracciamento ufficiale del rally identifica invece attualmente il team RustNDust Racing con Alessandro Lattisi e Mirko Trevisanato. La vettura risulta regolarmente in movimento lungo il percorso asiatico.
Gli altri italiani: una presenza molto più numerosa
Quella dei bolzanini non è affatto una storia isolata. La presenza italiana nel Mongol Rally 2026 è particolarmente significativa e comprende numerosi equipaggi, molti dei quali hanno scelto ancora una volta la Fiat Panda come compagna di viaggio.
Tra i principali equipaggi italiani partiti quest’anno l’Al.Pa.Car di Paolo Biavaschi e Alessandro Abram, La Panda dell’Apriliana di Riccardo Torosani, Andrea Righi e Matteo Manzini e Pandaemonium, guidato da Demetrio Vadalà insieme a Carlo Zamboni e Davide Castagno. Tutti risultano inoltre presenti nel sistema ufficiale di tracciamento della manifestazione.
Al.Pa.Car è uno degli equipaggi che ha affrontato il viaggio con maggiore continuità: il tracciamento ufficiale associa il team a Biavaschi e Abram e lo colloca tra gli equipaggi italiani più avanti nel percorso.
La Panda dell’Apriliana è invece composta da tre italiani: Riccardo Torosani, Andrea Righi e Matteo Manzini. Il team ha documentato direttamente sul blog degli organizzatori la preparazione della propria vettura, soprannominata «Pandrizia». Torosani raccontava già a gennaio di avere portato l’auto dal meccanico con l’obiettivo di renderla il più affidabile possibile, pur sapendo che un viaggio del genere avrebbe messo a dura prova qualsiasi preparazione.
Il loro progetto prevedeva oltre 15.000 chilometri tra Europa e Asia e una raccolta fondi collegata alla componente benefica dell’iniziativa. Anche in questo caso la Panda rappresenta molto più di un semplice mezzo di trasporto: è parte integrante della sfida.
Dai Castelli Romani parte Pandaemonium
Un’altra storia italiana arriva dal Lazio. Demetrio Vadalà, residente a Vermicino, ha affrontato il Mongol Rally 2026 insieme a Carlo Zamboni e Davide Castagno con il team Pandaemonium.
La stampa locale dei Castelli Romani aveva raccontato la partenza del giovane, sottolineando come il progetto fosse nato da mesi di preparazione, dalla scelta dell’auto alla pianificazione dell’itinerario e alla raccolta fondi. L’obiettivo era affrontare circa 16.000 chilometri senza assistenza fino al nuovo traguardo di Öskemen.
Il sistema ufficiale del Mongol Rally conferma l’equipaggio: Pandaemonium è il numero 62 e comprende Vadalà, Zamboni e Castagno.
Due torinesi e una Panda chiamata Nonna Marisa
Tra gli italiani c’è anche il team Nonna Marisa, formato da Alessandro Cembrano e Alessandro Zanetti. I due torinesi hanno scelto una Fiat Panda 4×4 del 2000 e hanno costruito il progetto attorno a una componente benefica particolarmente marcata.
La loro raccolta fondi spiega infatti che parte del denaro raccolto è destinata a Cool Earth, organizzazione impegnata nella tutela delle foreste pluviali attraverso il sostegno alle comunità locali. L’obiettivo iniziale del progetto era raggiungere la Mongolia, ma anche questo equipaggio ha dovuto confrontarsi con il nuovo itinerario del 2026.
Il tracker ufficiale identifica Nonna Marisa con Cembrano e Zanetti e conferma la partecipazione all’edizione 2026.
Da Mantova con Pandino Malandrino
Un’altra squadra italiana è Pandino Malandrino, partita da Mantova con Agata Barbagini, Nico Catalano e Marco. Il progetto prevedeva inizialmente l’impiego di una Fiat Panda del 2007, soprannominata Dino, e un viaggio fino al confine orientale del Kazakistan.
Il gruppo ha associato l’avventura alla raccolta di fondi per Cool Earth e per due realtà impegnate in Kazakistan, Amici del Kazakistan e MASP Almaty. La formula scelta è quindi quella che caratterizza una parte consistente della partecipazione italiana: trasformare un viaggio automobilistico estremo in una raccolta di fondi per iniziative benefiche.
Il tracker ufficiale conferma la presenza del team Pandino Malandrino con Agata Barbagini, Catalano Nico e Marco.
Cani Rabbiosi, Genghis Can’t e gli altri equipaggi italiani
L’elenco ufficiale permette di allargare ulteriormente il quadro della partecipazione italiana. Tra i team identificati nel tracciamento figurano Cani Rabbiosi, con Simone Facchinetti e Leonardo Gandolfi, e Genghis Can’t, composto da Stefano Pampuri, Costanza Nocentini, Mattia D’Antoni ed Emanuele Bertazzoli.
Cani Rabbiosi aveva presentato direttamente agli organizzatori il proprio progetto: due partecipanti, Simone e Leonardo, e una Fiat Panda Young rossa. Il piano originario prevedeva la partenza dall’Italia verso Praga e quindi l’attraversamento dell’Europa orientale, Turchia, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan.
Nel tracker compare inoltre I GIURASSICI… ora o mai più!, con Christian Villa, Alessandro Locatelli e Giorgio Ghezzi. È presente anche PandaFinLà, con Aldo Deaglio, Emanuele Deaglio e Pierbartolo Giaccardo, e PandaLand, con Luca e Marco Mazzola.
Tra gli altri nomi italiani presenti nel sistema ufficiale figura PDM Inc., con Giulio Bottega e Yanez Fadda. Quest’ultimo aveva annunciato la partecipazione insieme a un altro equipaggio italiano attraverso un progetto dedicato a una Fiat Panda 4×4 del 1996, inizialmente destinata a un itinerario di circa 16.000 chilometri da Praga verso il Kazakistan.
L’Italia delle Panda
Il dato più evidente della partecipazione italiana al Mongol Rally 2026 è la presenza massiccia delle Panda. Non è un caso. La prima generazione della piccola utilitaria italiana rappresenta quasi l’opposto della moderna automobile da spedizione: meccanica semplice, dimensioni ridotte, componentistica relativamente accessibile e possibilità di intervenire direttamente sulla vettura.
Nel Mongol Rally questa filosofia assume un significato particolare. Una macchina sofisticata può offrire prestazioni superiori, ma quando ci si trova a migliaia di chilometri dall’Europa e lontani da qualsiasi rete di assistenza, la semplicità può diventare un vantaggio decisivo.
La Panda dei bolzanini, quella della squadra di Aprilia, le vetture di Pandaemonium, Nonna Marisa e Cani Rabbiosi raccontano quindi la stessa idea attraverso equipaggi differenti: non costruire un’auto capace di dominare il percorso, ma una macchina che possa essere mantenuta in vita il più a lungo possibile.

Una sfida automobilistica senza vincitori
È questo l’aspetto che distingue il Mongol Rally dal motorsport tradizionale. I 106 equipaggi partiti da Praga non stanno combattendo per una posizione in classifica. Stanno affrontando lo stesso problema da prospettive diverse: arrivare alla destinazione con una vettura vecchia, attraverso migliaia di chilometri, frontiere, condizioni climatiche estreme, strade difficili e guasti da risolvere senza una struttura di assistenza alle spalle.
Per i ragazzi di Bolzano, come per gli altri italiani, il vero avversario è quindi il percorso. Lattisi e Trevisanato sono già riusciti a portare la loro vecchia Panda attraverso alcuni dei passaggi più impegnativi dell’Asia centrale, ma la strada verso Öskemen non è ancora finita.
Il loro viaggio, insieme a quello degli altri equipaggi italiani, dimostra anche come il Mongol Rally abbia mantenuto una caratteristica che lo rende difficilmente assimilabile a qualsiasi altra manifestazione automobilistica: qui una Panda comprata per 150 euro può diventare protagonista di un’avventura da migliaia di chilometri, e un guasto può avere la stessa importanza di una tappa vinta in una competizione tradizionale.


