Quei rally italiani: corti e senza anima
I rally italiani facevano scuola. Negli ultimi dieci anni è stato cancellato tutto. Quella scuola sembra un ricordo lontano. I rally nazionali sono diventati brevi, semplificati, spesso monotoni. Prove speciali di 5-6 km, rettilinei di 1,5 km con chicane piazzate a caso per abbassare la velocità media. Un casino? Peggio…
Negli ultimi anni, i rally italiani hanno perso gran parte della loro ragion d’essere. Una volta meta ambita dai talenti internazionali, l’Italia era considerata una vera e propria scuola naturale per i campioni di domani. Strade lunghe, tortuose, impegnative, prove speciali che mettevano alla prova abilità, resistenza e strategia: ogni curva era un esame, ogni tratto di strada una lezione. Non per caso, piloti come Mikko Hirvonen, Jari Matti Latvala o Kalle Rovanperä – quest’ultimo correva grazie a permessi speciali da minorenne per allenarsi legalmente sulle nostre strade – hanno trovato in Italia un terreno ideale per crescere. La formazione sportiva, lì, non era teorica: era vissuta chilometro dopo chilometro, curva dopo curva, tra rettilinei ingannevoli e tornanti tecnici.
A conferma di quanto esposto, anche piloti nostrani come Paolo Andreucci, Piero Longhi, Renato Travaglia, Giandomenico Basso fino ad Andrea Crugnola hanno coronato il sogno del professionismo sulle nostre strade. Poi man mano, sempre più tagli, sempre meno divertimento, sempre meno competizione. E negli ultimi dieci anni , in particolare, è andato in scena il peggio. Fino a ridicolizzare le nostre competizioni. Umiliate nel nome del business televisivo.
Così, oggi quella scuola che erano i rally italiani sembra un ricordo lontano. I rally nazionali sono diventati brevi, semplificati, spesso monotoni, senza anima. Prove speciali di 5-6 km, con rettilinei di 1,5 km e con chicane piazzate a caso per abbassare la velocità media, curve che potrebbero essere decisive trasformate in zone di sicurezza forzata: il risultato è un prodotto che sembra studiato per non sfidare nessuno, neanche i piloti più giovani. Tanti orpelli che appiattiscono il Rally, gli tolgono l’anima e li rendono tutti identici, con questi parchi assistenza che sembrano costosissime cattedrali vuote (nel senso di pubblico).
In questo contesto, ha senso mandare i nostri piloti all’estero a formarsi, perché in Italia non c’è più nulla che possa prepararli davvero al livello internazionale? È assurdo pensare che la patria di rally leggendari come il Sanremo, il 4 Regioni o il San Martino di Castrozza, che hanno fatto la storia della disciplina, oggi sia incapace di offrire condizioni di crescita significative. Il rischio è chiaro: stiamo educando piloti “a metà”, costringendoli a cercare altrove le competenze e l’esperienza che una volta trovavano sulle nostre strade. Ma attenzione, però, perché se si è licenziati Aci Sport non si può mica correre sempre con chi e dove si vuole. La federazione persegue e minaccia chi volesse correre in gare ritenute “abusive”.
I costi di questa scarnificazione non sono solo sportivi: sono culturali e sociali. I rally non sono solo gare, sono scuole di disciplina, pazienza, decisione e coraggio. Ridurre il chilometraggio, moltiplicare le prove ridotte e le chicane, trasformare le gare in semplici ripetizioni sterile di pochi tratti significa privare i giovani di una palestra essenziale, e impoverire l’intero movimento motoristico nazionale.
Forse è il momento di riflettere seriamente. Ridare chilometri ai rally, tagliare trasferimenti inutili, abbassare i costi organizzativi e di partecipazione, senza banalizzare le prove, ripristinare tracciati tecnici e impegnativi. Tornare a proporre sfide vere, dove i piloti possano imparare, rischiare e crescere. Tornare a fare dei rally italiani una scuola di campioni, non un teatro di facili vittorie domestiche.
Il punto è semplice: l’Italia può permettersi di avere un rally “facile” e corto, comodo per organizzatori e sponsor, o vuole davvero coltivare i campioni di domani? Se la risposta è la seconda, allora serve coraggio: servono più chilometri, più difficoltà, più passione. Servono rally che mettano paura, che formino davvero, che restituiscano al nostro sport la dignità e la reputazione che merita. Perché senza questa rivoluzione, tra dieci anni guarderemo i nostri piloti crescere solo all’estero, e l’Italia sarà una semplice tappa di allenamento, non più una scuola di campioni. O forse è già così, visto che Aci Team Italia manda i suoi giovani ad allenarsi all’estero.









