Task-force FIA per il Saudi Arabia del WRC
Un gruppo guidata da Jérôme Roussel interviene per salvare il debutto saudita nel Mondiale Rally: l’obiettivo è garantire sicurezza e rispetto del programma
L’ingresso di un nuovo Paese nel calendario del Campionato del Mondo Rally non è mai un semplice cambio di scenario. Non si tratta solo di una nuova bandiera sul podio, di nuove immagini da cartolina per le dirette televisive, o di un nuovo mercato commerciale da esplorare. È un’operazione logistica, tecnica, diplomatica. Un processo lungo e articolato che richiede tempo, competenze e soprattutto visione.
L’Arabia Saudita, pronta a debuttare ufficialmente nel WRC a novembre con il suo primo rally valido per il Mondiale, ne è la dimostrazione perfetta. Dopo una gara test disputata lo scorso maggio e segnata da pesanti difficoltà organizzative — tra cui prove speciali annullate, ritardi operativi, problemi di coordinamento — il Paese mediorientale si trova ora ad affrontare una sfida ben più complessa di quanto forse immaginato inizialmente: trasformare un evento problematico in un appuntamento mondiale affidabile e sostenibile. A lanciare il segnale più chiaro è stata la stessa FIA, che ha deciso di intervenire direttamente per evitare che il debutto ufficiale si trasformi in un altro passo falso. Alla guida di questa missione è stato chiamato Jérôme Roussel, figura di spicco nel mondo dei rally e responsabile FIA per le competizioni cross-country. Il suo approccio è chiaro, concreto, privo di illusioni.
“I rally sono senza dubbio la disciplina più difficile da organizzare nel motorsport”, ha dichiarato Roussel con franchezza. “Nel mondo delle gare su pista, come la Formula 1, si lavora in un ambiente controllato: un circuito già omologato, strutture permanenti, personale altamente specializzato. Nei rally, invece, si parte da zero ogni volta. Ogni evento è una costruzione unica, un cantiere che si apre e si chiude in pochi giorni ma che coinvolge centinaia di persone distribuite su territori vastissimi”.
Nel caso del Saudi Arabia Rally, le difficoltà sono emerse sin dal test di maggio. Le prove annullate e i ritardi accumulati hanno messo in luce una macchina organizzativa ancora acerba, non pronta a sostenere il peso di un evento mondiale. Ma secondo Roussel, le problematiche non sono insormontabili. Anzi, se affrontate con metodo e competenza, possono trasformarsi in occasioni di crescita. “I problemi ci sono stati, ma li abbiamo identificati. Il tempo non è moltissimo, ma è sufficiente. La chiave sarà agire con decisione e responsabilità, e lavorare su due fronti fondamentali: la sicurezza e la gestione sportiva. In particolare, dovremo assicurarci che tutte le prove si svolgano in orario. Non possiamo permetterci ritardi, anche perché la gara saudita potrebbe decidere le sorti del campionato.”
A supportare Roussel in questa missione è stata creata una task force internazionale, composta da nomi di grande esperienza come Timo Rautiainen, Kuldar Sikk e Nicolas Klinger. Insieme stanno lavorando fianco a fianco con la SAMF (Saudi Automobile & Motorcycle Federation) e la SMC (Saudi Motorsport Company), cercando di costruire una struttura solida non solo per il 2025, ma anche in ottica futura, visto che il contratto tra Promoter e organizzatori sauditi scadrà nel 2035. “Il nostro obiettivo non è solo salvare questa prima edizione,” continua Roussel, “ma aiutare l’organizzazione locale a diventare autonoma. Per questo stiamo investendo molto nella formazione delle persone del posto. Il primo anno il nostro supporto è indispensabile, ma già dal secondo vogliamo che possano camminare da soli. Una gara del WRC non può reggersi solo sull’aiuto esterno.”
E qui emerge un aspetto spesso sottovalutato: la costruzione di competenze locali. Portare il WRC in un Paese nuovo non significa solo spostare un evento da un punto all’altro del globo. Significa creare una cultura organizzativa, trasmettere conoscenze tecniche, costruire relazioni con le autorità e le comunità locali. È un processo che richiede fiducia, visione e una certa dose di pazienza. Il progetto saudita ha tutte le carte per poter diventare un appuntamento fisso e importante nel calendario mondiale, visti i dieci anni di contratto. Le ambizioni del Paese nel motorsport sono evidenti, sostenute da investimenti significativi e da un chiaro desiderio di posizionarsi al centro della scena internazionale. Ma la strada da percorrere è ancora lunga. E ora come ora, più che l’immagine, conta la sostanza.
Il WRC, con le sue complessità logistiche e la sua natura itinerante, non perdona l’improvvisazione. Ogni ritardo, ogni prova cancellata, ogni errore di coordinamento ha un impatto immediato sullo svolgimento dell’evento e sulla credibilità stessa del campionato. Ecco perché la FIA ha deciso di intervenire direttamente: per non lasciare nulla al caso. In fondo, il rally è la più umana delle competizioni motoristiche. Si corre su strade vere, in mezzo alla natura, tra imprevisti e incognite. Ma proprio per questo, paradossalmente, ha bisogno di una struttura organizzativa ancora più solida, ancora più precisa. L’improvvisazione romantica della guida su sterrato deve poggiare su basi organizzative granitiche.
Il debutto dell’Arabia Saudita nel WRC sarà, in ogni caso, una cartina al tornasole per il futuro della disciplina. Un banco di prova non solo per gli organizzatori locali, ma per l’intera governance del campionato. E anche se il tempo è poco, la sfida è lanciata. Perché alla fine, non basta entrare nel WRC: bisogna dimostrare di saperci restare.








