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Storie

Dakar 1986 tra sabbia, morte e gloria

paris dakar 1986 porsche 959

L’edizione 1986 portò tutto all’estremo. Si aprì il 1° gennaio da Versailles, sotto una nevicata fuori stagione che pareva un avvertimento beffardo per un’avventura sahariana. La meta finale era il Lago Rosa di Dakar, dopo circa 15.000 km complessivi, di cui oltre 7.700 cronometrati. Il percorso toccava sei nazioni: Francia (prologo), poi trasferimento via mare o aereo in Algeria, Niger, Mali, Mauritania e Senegal.

Il Rally Parigi-Dakar del 1986 resta scolpito nella memoria del motorsport come una delle pagine più drammatiche e leggendarie di sempre. In un periodo in cui l’idea di “sfida estrema” non era ancora addomesticata da enormi budget pubblicitari e strumenti GPS avanzati, quell’edizione incarnò il culmine dell’audacia umana tra le dune. Sette vittime, tra cui il creatore stesso Thierry Sabine, bufere di sabbia apocalittiche, schianti devastanti e un parterre di personaggi che parevano usciti da un kolossal cinematografico: questi elementi si fusero in un racconto mitico.

Il reporter canadese Gerald Donaldson, scomparso da poco a 87 anni nel dicembre 2025, ne fissò l’anima con un resoconto schietto, ironico e intensamente personale. Grazie alle sue righe, torniamo a esplorare un evento che trascendeva la semplice competizione, diventando un confronto spietato con gli elementi e con i propri limiti interiori. James Elson, rendendogli omaggio dopo la morte, ha riproposto quel racconto per sottolineare quanto la Dakar odierno – che nel 2026 si corre in Arabia Saudita con droni di sorveglianza e rigidi standard di sicurezza – sia distante da quella versione primordiale e selvaggia.

Le radici del Parigi-Dakar affondano proprio nelle distese del Sahara, generate da un episodio che avrebbe dissuaso la maggior parte delle persone, ma non Thierry Sabine. Nel 1977, mentre partecipava al Rallye Côte-Côte (da Abidjan a Nizza), si smarrì nel Ténéré. Sopravvisse per giorni estraendo umidità da pietre e erigendo una enorme croce di sassi per segnalarsi agli aerei di ricerca. Lungi dal promettere di evitare per sempre i deserti, Sabine trasse da quell’odissea l’idea per un’impresa ancora più ambiziosa: una corsa da Parigi a Dakar, in Senegal, che tagliasse il ventre dell’Africa.

“Desideravo trasmettere questa pazzia ad altri”, dichiarò in seguito. La prima edizione decollò nel 1979, radunando esploratori, piloti affermati e amatori assetati di adrenalina. Il tracciato mutava annualmente, ma comprendeva invariabilmente migliaia di chilometri di piste polverose, dune colossali, letti fluviali asciutti e zone isolate dove ogni traccia di umanità svaniva. Non era mera gara: era una scommessa con il fato, tra crash, assalti di predoni, tempeste e patologie tropicali che reclamavano vite. Negli anni Ottanta ottenne risonanza planetaria, simbolo di un eroismo poetico ma anche bersaglio di polemiche per i danni alle comunità locali e all’ecosistema.

L’edizione 1986 portò tutto all’estremo. Si aprì il 1° gennaio da Versailles, sotto una nevicata fuori stagione che pareva un avvertimento beffardo per un’avventura sahariana. La meta finale era il Lago Rosa di Dakar, dopo circa 15.000 km complessivi, di cui oltre 7.700 cronometrati. Il percorso toccava sei nazioni: Francia (prologo), poi trasferimento via mare o aereo in Algeria, Niger, Mali, Mauritania e Senegal. Al via partirono 486 mezzi: 282 vetture, 73 camion e 131 motociclette. Il lotto dei partecipanti era straordinario, un cocktail di miti delle corse, aristocratici, star e originali eccentrici.

Jacky Ickx, il belga sei volte re della 24 Ore di Le Mans e già vincitore Dakar 1983 con Mercedes, guidava una Porsche 959, avveniristica con quattro ruote motrici e turbocompressore. Accanto a lui, Henri Pescarolo, icona di Le Mans, su Range Rover. Il Principe Alberto di Monaco, allora 27enne, era al volante di una Toyota; Mark Thatcher, figlio della premier britannica, aggiungeva pepe politico. Tra le donne spiccavano Mariana Simionescu (ex moglie di Björn Borg) e Nabila Khashoggi, figlia del magnate del commercio d’armi Adnan Khashoggi, ritenuto l’uomo più facoltoso del pianeta, che portavano un velo di eleganza in un universo di sabbia e fatica. Il cantautore francese Daniel Balavoine, famoso per brani come “L’Aziza”, viaggiava sull’elicottero di Sabine per sostenere una iniziativa umanitaria: scavare pozzi contro la siccità africana.

Gerald Donaldson, giornalista navigato celebre per le biografie di Gilles Villeneuve e James Hunt in Formula 1, si aggregò al gruppo dei media. Il suo diario, apparso a puntate su testate come Autosport, resta un gioiello di narrazione sul campo: unisce acutezza, umorismo caustico e meditazioni profonde. “Prima della partenza ero già uno straccio”, confessò. I giornalisti volarono su vetusti Fokker bimotori, firmando liberatorie con mani incerte dopo vaccinazioni contro tifo, colera, febbre gialla, tetano e malaria. “Ho reazioni che mi convincono di aver già preso tutte le malattie africane”, ironizzò.

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La tappa inaugurale del 3 gennaio fu un massacro simbolico. Trenta mezzi non conclusero nemmeno la prima giornata: avarie, urti e lutti. Il motociclista giapponese Yasuo Kaneko, 42 anni e gestore di un ristorante a Tokyo, perse la vita investito da un automobilista ubriaco nei pressi di Sète, in Francia. “Un esordio funesto che oscura l’intera avventura”, annotò Donaldson. Henri Pescarolo si ritirò dopo appena 15 km: la sua Range Rover prese fuoco da sola, guaio frequente su mezzi sovraccarichi. Jean-Louis Schlesser, collaudatore Williams in F1, vide il cambio della sua Aro 4×4 cedere. Entrando in Africa, la corsa divenne un laboratorio psicologico. Donaldson girava tra i campi base notturni raccogliendo confidenze. “Osservo caratteri in mutande”, scrisse. Ickx ammise: “Il deserto mi umilia, in un luogo così avverso”. Pescarolo scherzò: “Mio padre, psichiatra parigino, mi considera matto”. Il canadese John Graham fu brutale: “È follia pura”. In un’intervista surreale in un gabinetto da campo dietro una duna, il Principe Alberto narrò di aver smarrito i bagagli “reali” quando il portellone si aprì in corsa.

Le Porsche regnarono tra le auto: Ickx e René Metge si diedero il cambio al comando, opponendosi a Range Rover come quella di Jean-Pierre Gabreau. Il deserto però non perdonava. Nella quarta speciale Ickx urtò evitando un ciclista locale, ma riparò e proseguì. Donaldson definì le montagne Hoggar “più maestose del Grand Canyon, un parco giochi per titani”. Schianti multipli: cinque vetture capottate, tre incendiate, due camion finiti in burroni. Perfino un elicottero dei media precipitò – “Normale amministrazione”, gli risposero. “L’anno prima un aereo atterrò sulla pancia su una duna; il rottame è ancora lì”.

Dal 9 gennaio le tempeste di sabbia resero tutto surreale. Equipaggi e reporter spinsero a mano cargo Hercules per farli decollare. L’acqua scarseggiava; Donaldson si sciacquò i denti con birra Heineken: «Sconsigliatissimo». Sabine, chiamato “Gesù” per la tuta candida, l’elicottero bianco e le entrate messianiche, promise un’intervista a Donaldson, ma non si concretizzò. Le Porsche persero terreno nelle dune della nona tappa, ma a Gao, in Mali, arrivò il dramma decisivo.

Atterrati in mezzo a una tormenta, i giornalisti furono accerchiati da militari maliani in vecchie uniformi sovietiche della Seconda Guerra Mondiale. Passaporti sequestrati; un fotografo sborsò 40 dollari per riavere la macchina. “Il reddito medio in Mali è 160 dollari l’anno, il secondo più basso al mondo; la Dakar lo fa schizzare”, commentò sarcastico Donaldson. Sabine trattò la liberazione, poi ripartì nella bufera. Fu il suo ultimo volo: l’AS350 Écureuil si schiantò contro una duna a Gourma-Rharous, uccidendo Sabine (36 anni), Balavoine (33), la giornalista Nathalie Odent (27), il tecnico Jean-Paul Le Fur e il pilota François-Xavier Bagnoud (24, cugino del Principe Alberto). Lo shock travolse il bivacco. “Non ci sono parole”, sussurrò un pilota. Ickx lo ricordò: “Che carisma! Era un Montgomery delle sabbie. Uomini così nascono ogni decennio”. Per volontà testamentaria di Sabine, la corsa proseguì.

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Tra il 16 e il 17 gennaio il deserto mauritano – tra i più ostili del pianeta – falciò 69 veicoli in una sola speciale: ne restarono 149 su 486. Un aereo media svanì per carenza di carburante, riapparendo in Senegal. Donaldson narrò un volo terrificante da Tambacounda a Dakar: «Due minuti di riserva, sorvoliamo l’Atlantico in una nube di polvere. I piloti baciano l’asfalto all’atterraggio».

Il 22 gennaio, 100 superstiti entrarono tra ali di folla in delirio. Vinsero Metge/Lemoyne su Porsche 959 nelle auto; Vismara/Minelli su Mercedes nei camion; Cyril Neveu (Honda) nelle moto, al quinto sigillo. Ma il prezzo fu altissimo: sette morti (tra cui Giampaolo Marinoni, deceduto dopo l’arrivo), 21 feriti gravi. Hubert Auriol, con la spalla fratturata: «Lanciare la moto a 160 km/h su una duna resta l’emozione più forte dello sport».

L’eredità del 1986 è ambivalente. La Dakar si evolse: più controlli, spostamento in Sudamerica dal 2009 e poi in Arabia. Nel 2026 è high-tech, ma Donaldson ci rammenta l’essenza originaria: “Un cocktail di trionfo e terrore, dove l’essere umano sfida l’abisso”. Non era solo rally; era allegoria dell’esistenza, precaria e coraggiosa nel vuoto sabbioso.

Contestualizzando storicamente, la Parigi-Dakar rifletteva gli anni Ottanta: epoca di eccessi, in cui l’esplorazione coloniale si intrecciava al capitalismo globale. Sabine, ex pilota e organizzatore magnetico, mutò un’ossessione in fenomeno mediatico. Marchi come Porsche e Range Rover investirono fortune per sperimentare innovazioni; figure come Balavoine sfruttarono la visibilità per battaglie sociali. Le critiche non mancarono: devastazioni ambientali, abusi sulle popolazioni, decessi prevedibili. Nel 1986 le tragedie accesero il dibattito. Sabine morì inseguendo il suo ideale; Balavoine, impegnato contro la fame in Africa, perì paradossalmente su un velivolo umanitario.

Sui mezzi: la Porsche 959 era pionieristica, con ABS e sospensioni intelligenti, antenata delle hypercar odierne. Ickx, con il suo bagaglio da F1 ed endurance, la guidò da maestro, chiudendo secondo. Metge, già campione 1984-85, sigillò il primato tedesco. Nei camion, colossi Mercedes e Kamaz domavano dune come mostri marini. Le moto, delicate Honda e Yamaha, esigevano eroi come Neveu, orientati con mappe elementari.

Donaldson immortalò momenti intimi: notti insonni tra serpenti e scorpioni, razioni frugali, legami forgiati nel disordine. «Il deserto rende tutti uguali: principi e piloti ingoiano la stessa polvere», osservò. Dopo la tragedia il morale crollò, ma la tenacia resistette. Oggi campioni come Nasser Al-Attiyah o Stéphane Peterhansel evocano il 1986 come mito fondante.

La Dakar 1986 fu una vera e propria epopea tragica e grandiosa. Tramite Donaldson riviviamo un’epoca perduta, in cui l’eccitazione prevaleva sul rischio. Nel 2026, con intelligenza artificiale e satelliti, è più sicuro, ma ha smarrito quell’aroma ancestrale? Probabilmente sì, eppure il richiamo di quelle dune continua a risuonare immortale.

24 Febbraio 2026/da Marco Cariati
Tags: dakar rally, porsche
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