Aci Team Italia ha “scoperto” Andrea Mabellini
Il punto non è tanto la presenza di un adesivo in più, ma la tempistica e il contesto. Perché, a ben guardare, Mabellini non aveva mai fatto parte della nazionale italiana, a differenza di altri giovani piloti, anche meno vincenti e con un palmarès più modesto. Senza nulla togliere a nessuno, è giusto dare a Cesare ciò che è di Cesare.
Non so se se ne siano accorti in tanti, in pochi, o quasi nessuno. Ma la notizia c’è, ed è anche curiosa: Andrea Mabellini e Virginia Lenzi sono diventati piloti Aci Team Italia. Non lo hanno mai detto loro, non lo ha mai annunciato la federazione. Nessun comunicato ufficiale, nessuna presentazione in pompa magna, nessuna di quelle cerimonie con tanto di bandiere e dichiarazioni di intenti che spesso accompagnano l’ingresso di un equipaggio in nazionale. Niente. Semplicemente, da qualche settimana, i loghi di Aci Team Italia compaiono sulla loro vettura.
Il punto non è tanto la presenza di un adesivo in più, ma la tempistica e il contesto. Perché, a ben guardare, Mabellini non aveva mai fatto parte della nazionale italiana, a differenza di altri giovani piloti, anche meno vincenti e con un palmarès più modesto. Senza nulla togliere a nessuno, è giusto dare a Cesare ciò che è di Cesare: Andrea Mabellini ha costruito la propria carriera con tenacia, ha ottenuto risultati di livello europeo, ha dimostrato velocità, costanza e maturità sportiva. Eppure, fino a ieri, non era ritenuto degno del sostegno federale.
La strategia della federazione negli ultimi anni è stata chiara: investire sui giovanissimi, farli crescere nelle classi minori, dare loro un primo palcoscenico internazionale senza però puntare su chi, già pronto, poteva correre per un titolo continentale. Scelte legittime, per carità, ma anche rischiose, perché il motorsport non è uno sport dove si può programmare tutto a tavolino: servono i risultati, quelli immediati, e servono facce vincenti da raccontare al pubblico e ai media.
Così accade che Mabellini, messo ai margini, imbastisca da sé una stagione europea. Con il sostegno della sua famiglia, con un team scelto da lui, con uomini di fiducia che non appartengono ai giri “giusti” della federazione. E accade che, gara dopo gara, punti dopo punti, il pilota bresciano si ritrovi lì, a un passo dal sogno: lottare per il titolo ERC.
E qui scatta la riflessione: che figuraccia avrebbe fatto Aci Team Italia se, arrivati a questo punto, avesse continuato a ignorarlo? Un pilota italiano, giovane, competitivo, candidato al titolo europeo, eppure escluso dai programmi federali. Una contraddizione talmente lampante che qualcuno, evidentemente, ha deciso di correre ai ripari. Così, quasi per incanto, Andrea e Virginia diventano piloti Aci Team Italia. Senza proclami, senza clamore, ma con la necessità di mettere almeno una toppa a una storia che rischiava di trasformarsi nell’ennesima occasione perduta per lo sport automobilistico italiano.
C’è però un dettaglio che non va sottovalutato: adesivi e comunicati non bastano. Per correre ad alti livelli servono risorse vere, servono euro, servono programmi di lungo periodo. Se la federazione intende davvero credere in Mabellini e Lenzi, deve dimostrarlo con i fatti. Perché un titolo europeo non si insegue solo con il talento del pilota e la bravura del navigatore: si conquista con un’organizzazione alle spalle, con test mirati, con pneumatici e strategie, con quel lavoro sommerso che fa la differenza tra un podio e una vittoria.
Il rischio è che l’operazione resti solo un maquillage comunicativo. Un modo elegante per dire “c’eravamo anche noi”, senza però assumersi la responsabilità di accompagnare davvero questo equipaggio nel cammino verso i traguardi che merita. E sarebbe un peccato, perché Mabellini rappresenta esattamente ciò che dovrebbe incarnare una nazionale: gioventù, talento, determinazione, risultati concreti.
Per una volta, il movimento rallistico italiano ha tra le mani un prospetto in grado di riportare visibilità e credibilità al nostro Paese a livello internazionale. Non sfruttare questa occasione sarebbe non solo ingiusto nei confronti di Andrea e Virginia, ma anche miope verso l’intero movimento. Il rally non vive solo di simboli, ma di storie da raccontare. E quella di un giovane che si costruisce la carriera da sé, che arriva a lottare per il titolo europeo, che si impone contro avversari di livello, è esattamente la narrazione che servirebbe per riaccendere l’interesse del pubblico e degli sponsor.
Per questo l’auspicio è semplice: che l’ingresso in Aci Team Italia non resti un atto simbolico, ma si traduca in un sostegno concreto, strutturato, tangibile. Perché Andrea e Virginia possano continuare a crescere, competere e vincere. Non per riempire di loghi una macchina, ma per restituire al rallismo italiano il posto che merita nello scenario europeo. E magari Mondiale! Evitiamo di bruciare una promessa. Un’altra…









