Ha arricchito la Cina e distrutto l’Europa: ora Ursula scopre i biocarburanti
Von der Leyen dice che la vicenda “deve servire da monito”. Giusto. Ma il monito, se davvero lo si vuole ascoltare, è uno solo ed è rivolto a lei, alla von der Leyen, alla politica più miope della storia, che firmava contratti segreti durante il Covid-19 sulla pelle della gente che le aveva dato fiducia…
Diciamolo subito: l’Europa ha una straordinaria capacità di autoillusione. Riesce a convincersi che basti una norma per costruire un’industria, un target climatico per far nascere una filiera, una conferenza stampa per far crescere un settore. È un talento raro, quasi poetico, se non fosse che a pagare la poesia — sotto forma di deindustrializzazione e dipendenza tecnologica — siamo noi.
Quando Ursula von der Leyen ammette che “il modo in cui le nostre politiche hanno contribuito all’emergere della Cina nel settore delle tecnologie verdi dovrebbe servire da monito”, sembra volerci dire che, poverina, non se n’era accorta. Come se la Cina fosse cresciuta per sbaglio, una sorta di effetto collaterale spiacevole di buone intenzioni. Peccato che la realtà sia un’altra, molto meno romantica e molto più imbarazzante: non è stata la Cina a “emergere” nonostante l’Europa, è stata l’Europa a spianarle la strada, con zelo e convinzione.
Per oltre vent’anni, Pechino ha investito, pianificato, integrato verticalmente e comprato miniere in mezzo mondo. Ha fatto quello che si chiama “politica industriale”, quella cosa che da noi è diventata una parolaccia, perché sa di anni Ottanta, di acciaierie e di tute blu. Mentre la Cina costruiva fabbriche, l’Europa scriveva linee guida. Loro producevano silicio, noi producevamo direttive. Loro accumulavano know-how, noi accumulavamo vincoli. È un diverso modo di intendere la transizione ecologica: loro la fanno, noi la regoliamo.
Il risultato? Oggi la Cina domina in quasi tutte le tecnologie verdi: pannelli solari, batterie, motori elettrici, raffinazione delle terre rare. E l’Europa, che si era convinta di “guidare la transizione”, scopre di essere diventata un cliente, non un protagonista. Ma invece di chiedersi dove abbia sbagliato, Bruxelles continua a recitare il copione del moralista smarrito: “È stata colpa del mercato, dei sussidi, della concorrenza sleale”. No, è stata colpa della fede cieca nella burocrazia come sostituto dell’economia reale.
Il vero errore non è stato quello di sottovalutare la Cina, ma di sopravvalutare se stessi. L’Unione Europea si è convinta che bastasse regolare per innovare, come se l’atto di fissare uno standard fosse già di per sé un motore di sviluppo. Una specie di miracolo normativo: “Sia la neutralità climatica, e la neutralità climatica fu”. Peccato che, nel frattempo, servissero anche fabbriche, ricerca, catene del valore e materie prime. Dettagli, si capisce.
Il capolavoro concettuale è stato quello di trasformare la regolazione da strumento a fine. Invece di accompagnare l’innovazione, la si è fatta precedere, come se bastasse imporre obiettivi per far comparire le soluzioni. È l’equivalente politico del bambino che ordina al mare di ritirarsi: nobile, ma inefficace. Il Green Deal europeo, nel suo impianto originario, è una costruzione straordinaria di intenzioni: un mosaico di doveri, incentivi, vincoli e divieti che dà per scontato l’esistenza di un apparato produttivo capace di tradurlo in realtà. Peccato che quell’apparato, nel frattempo, sia emigrato a oriente.
Così, mentre l’Europa si congratulava con se stessa per l’avanguardia climatica, la Cina metteva a punto la sua manufacturing diplomacy, costruendo alleanze, acquisendo risorse e assicurandosi le filiere. Quando noi discutevamo di “piani di decarbonizzazione”, loro costruivano fabbriche di batterie da un milione di metri quadrati. Quando noi definivamo i criteri ESG, loro compravano litio in Africa e rame in Sud America.
Il paradosso è che tutto ciò era perfettamente prevedibile. Bastava leggere i bilanci delle aziende cinesi o i report dell’Agenzia Internazionale per l’Energia. Ma l’Europa non voleva leggere: voleva credere. Credeva che la moralità ambientale fosse un vantaggio competitivo, che la virtù potesse sostituire la potenza industriale. È come se un maratoneta decidesse di correre con una mano sul cuore, perché “i valori contano più della velocità”. Giusto, ma poi non vincerà mai una gara.
E così, oggi, il Vecchio Continente si trova a discutere di de-risking come se fosse una strategia. In realtà, è una parola elegante per dire “riduciamo i danni di scelte sbagliate”. Non si parla più di costruire indipendenza, ma di gestire la dipendenza. Non si pianifica la sovranità industriale, si regola l’importazione di prodotti cinesi in modo “sostenibile”.
Fra qualche anno, quando gli storici dell’economia analizzeranno questa fase, non parleranno dell’ascesa cinese come di un fenomeno misterioso. Parleranno del suicidio europeo. Non un suicidio improvviso, ma lucido, metodico, pianificato: quello di un continente che ha deciso di sostituire la fabbrica con la direttiva, l’officina con il regolamento, il progetto industriale con la conferenza stampa.
Von der Leyen dice che la vicenda “deve servire da monito”. Giusto. Ma il monito, se davvero lo si vuole ascoltare, è uno solo ed è rivolto a lei, alla von der Leyen, alla politica più miope della storia, che firmava contratti segreti durante il Covid-19 sulla pelle della gente che le aveva dato fiducia: non si innova con le delibere, non si produce con gli obiettivi, non si costruisce competitività con i regolamenti. L’industria non nasce nei corridoi di Bruxelles, ma nei capannoni, nei laboratori, nei campi minerari, nei rischi assunti da chi investe e sperimenta.
L’Europa ha confuso il potere di scrivere le regole con la capacità di cambiare il mondo. E ha scoperto, troppo tardi, che la seconda richiede qualcosa di più della prima: richiede il coraggio di sporcarsi le mani.
Ma non c’è da preoccuparsi — diranno i funzionari — perché abbiamo appena creato un nuovo gruppo di lavoro per studiare la competitività industriale. In perfetta coerenza con la tradizione: quando mancano le fabbriche, apriamo un tavolo tecnico.







