Ayrton Senna, una leggenda in F1 e un amico dei rally
Senna decise che avrebbe finalmente imparato a guidare su terra. “Non so nulla dei rally e non ho voluto chiedere a nessuno come si guida. Voglio capirlo da solo”, diceva prima di salire a bordo della prima auto da rally della sua vita. E così…
Ayrton Senna non è stato soltanto uno dei più grandi piloti di Formula 1 della storia, un riferimento assoluto al pari di ciò che Henri Toivonen rappresenta per il Campionato del Mondo Rally. La sua figura trascende la dimensione della singola disciplina per collocarsi in una sfera più ampia, quella dello sportivo totale, capace di comprendere, rispettare e interpretare linguaggi tecnici diversi, spinto da una curiosità autentica e da una passione che andava ben oltre il perimetro dell’asfalto.
Nato a San Paolo il 21 marzo 1960, Ayrton Senna era già nel 1986 una celebrità mondiale. Le sue doti velocistiche erano ormai scolpite nella percezione collettiva del motorsport internazionale: nessuna pista, nessun cordolo, nessuna curva sembrava poter resistere alla sua capacità di leggere l’aderenza e di spingersi oltre i limiti comunemente accettati. Pilota ufficiale Lotus in quegli anni, Senna incarnava il prototipo del talento puro, ma anche quello di un atleta che non si accontentava mai di ciò che già conosceva.
È in questo contesto che si inserisce uno degli episodi meno noti ma più rivelatori della sua personalità: la giornata di test su vetture da rally organizzata in Galles su invito della rivista britannica “Cars & Car Conversion”. Non un’operazione promozionale fine a se stessa, ma un vero e proprio esperimento tecnico e umano, affrontato da Senna con l’atteggiamento di chi vuole comprendere una disciplina partendo dalle sue fondamenta.
Nel corso di quella giornata, Ayrton Senna ebbe modo di guidare cinque vetture profondamente diverse tra loro, ciascuna rappresentativa di una filosofia tecnica distinta. Salì a bordo di una Opel Corsa Gruppo A, di una Golf GTi anch’essa in configurazione Gruppo A, di una Ford Sierra RS Cosworth, di una Ford Escort a trazione integrale con propulsore da 3,4 litri e, soprattutto, della MG Metro 6R4, una delle espressioni più estreme e affascinanti del Gruppo B. Un parco macchine che, già da solo, racconta la volontà di mettere il pilota di fronte a situazioni eterogenee, senza filtri né scorciatoie.
Prima di iniziare il test, Senna chiarì immediatamente il suo approccio. “Non so nulla dei rally e non ho voluto chiedere a nessuno come si guida. Voglio capirlo da solo”. Una dichiarazione che sintetizza perfettamente il suo metodo: osservare, provare, sbagliare, adattarsi. Il circuito scelto per l’occasione era un tracciato di 2,4 chilometri che si snodava attraverso un’area boscosa, utilizzato regolarmente dai rally britannici. Fondo sterrato, visibilità variabile, grip mutevole: l’opposto della prevedibilità millimetrica di un circuito di Formula 1.
Al termine della giornata, Senna apparve sinceramente entusiasta. Non tanto per i tempi sul giro, che in quel contesto avevano un valore relativo, quanto per la scoperta di una nuova dimensione della guida. Ai giornalisti spiegò che, a suo avviso, la principale risorsa di un rallista era “la capacità di improvvisare nel modo giusto nel momento giusto”. Un concetto chiave, che mette in luce la differenza strutturale tra le due discipline. “Sto improvvisando tutto il tempo. Su una macchina da corsa di Formula 1, sai esattamente cosa fare in ogni curva, sai dove c’è un’area di deflusso, dove devi andare oltre i cordoli e conosci ogni modulazione della superficie”.
Nel rally, invece, Senna colse immediatamente l’essenza dell’imprevedibilità. “In un’auto da rally, tutto è molto più istintivo e non c’è margine di errore”. Non era una constatazione banale, ma il riconoscimento del valore tecnico e umano richiesto ai rallisti, spesso sottovalutato da chi proveniva dal mondo delle piste. Il suo entusiasmo era tale che aggiunse, quasi con stupore: “Il mio unico problema era che non volevo smettere di guidare. È stato il giorno più bello della mia vita da quando mi sono trasferito in Inghilterra”.
Queste parole raccontano un Senna diverso dall’immagine ieratica del campione ossessionato dalla prestazione. Raccontano un uomo che trovava gioia autentica nella scoperta, che rispettava profondamente le difficoltà altrui e che sapeva riconoscere il valore tecnico anche fuori dal proprio ambito naturale.
Eppure, la sua grandezza in Formula 1 resta un punto fermo. Vincitore di quarantuno Gran Premi, Ayrton Senna è unanimemente considerato uno dei piloti più forti di tutti i tempi. Corridore completo, eccelleva in ogni aspetto del mestiere: dalla messa a punto alla gestione delle gomme, dalla sensibilità meccanica alla capacità di comunicare con gli ingegneri. La sua fama è legata in modo particolare alla guida sul bagnato, dove sembrava muoversi secondo leggi fisiche proprie, e alla velocità in qualifica, che gli permise di detenere il record di pole position, sessantacinque, dal 1989 al 2006.
Straordinariamente efficace anche sui circuiti cittadini, Senna detiene tuttora il record di vittorie a Monte Carlo, sei successi, cinque dei quali consecutivi tra il 1989 e il 1993. La sua carriera nella massima categoria, iniziata nel 1984 con la Toleman, fu segnata dal leggendario dualismo con Alain Prost, compagno in McLaren nel biennio 1988-1989. Una rivalità considerata tra le più intense e simboliche non solo della Formula 1, ma dello sport mondiale.
Soprannominato “Magic”, Ayrton Senna perse la vita il 1° maggio 1994, a seguito delle ferite riportate nell’incidente alla curva Tamburello del circuito di Imola, durante il Gran Premio di San Marino. Una tragedia che segnò uno spartiacque nella storia della Formula 1 e che contribuì a trasformarlo definitivamente in un’icona senza tempo.
Figlio di una famiglia agiata, con la madre Neide Senna, brasiliana di origini italiane, e il padre Milton Da Silva, imprenditore e proprietario terriero, Ayrton aveva una sorella, Viviane, e un fratello, Leonardo. Si diplomò al Colegio Rio Branco e si sposò una sola volta, nel 1981, con Lilian De Vasconcelos, matrimonio che durò appena otto mesi. In seguito ebbe diverse relazioni, tra cui quelle con Xuxa, Adriane Galisteu e Carol Alt.
Amante dello sport in tutte le sue forme, praticava corsa, tennis, ciclismo, nuoto e jet ski. Era anche aeromodellista e appassionato di volo, tanto da riuscire a volare su un Mirage III biposto della Forza Aerea Brasiliana. Dettagli che completano il ritratto di un uomo per il quale la velocità non era un’ossessione fine a se stessa, ma una forma di espressione.
La giornata gallese sui fondi sterrati resta così una chiave di lettura preziosa. Ayrton Senna non fu soltanto un pilota di Formula 1 straordinario, ma uno sportivo capace di comprendere e rispettare l’essenza di discipline diverse, riconoscendo nel rally non un’alternativa minore, ma una scuola di istinto, sensibilità e coraggio. Un altro tassello che contribuisce a spiegare perché, a distanza di decenni, il suo nome continui a rappresentare qualcosa di unico nello sport mondiale.








