La federazione a caccia di “infedeli”: stop gare abusive
Il titolo è ovviamente una sintesi concettuale un po’ brutale, ma il concetto è assolutamente aderente alla realtà e al contesto. Siamo tornati alle minacce ai licenziati da parte della federazione che dovrebbe incentivarli a correre. Periodi di cui non si sentiva la mancanza…
Le difficoltà di partecipazione nel panorama rallistico nazionale sono tornate al centro del dibattito dopo le lamentele di numerosi organizzatori italiani, costretti negli ultimi mesi a confrontarsi con elenchi iscritti ridotti all’osso e, in alcuni casi, con l’inevitabile annullamento delle proprie manifestazioni, mentre le gare nella vicina Croazia fanno il pienone di italiani. La denuncia, arrivata in modo sempre più esplicito ai vertici federali, riguarda un tema ormai strutturale: i costi della disciplina hanno raggiunto livelli tali da scoraggiare la partecipazione, soprattutto nelle serie non professionistiche, dove l’incentivo alla pratica sportiva dovrebbe passare dalla collaborazione, dalla semplificazione e da una politica attiva di contenimento delle spese.
Chi gestisce gare locali o appuntamenti validi per serie minori lamenta una dinamica ormai evidente. A fronte di investimenti crescenti per garantire standard di sicurezza e adeguamento alle normative, le iscrizioni diminuiscono o stagnano. Molti equipaggi preferiscono puntare su eventi fuori dai confini nazionali, dove paradossalmente – considerando quote d’iscrizione, servizi e persino il costo della trasferta trasformata in breve vacanza – il bilancio finale risulta più favorevole. È un fenomeno che non riguarda soltanto i team più strutturati, ma anche e soprattutto i tanti appassionati che alimentano da decenni il tessuto rallistico italiano.
La reazione federale, tuttavia, non sembra orientata verso un ripensamento delle spese o una revisione delle procedure burocratiche, aiutate anche da un contesto normativo che rimane complesso per chi organizza eventi su scala regionale o interregionale. Nel più recente comunicato ufficiale, Aci Sport ha preferito richiamare l’attenzione sulla necessità di attenersi al calendario ufficiale e sulle sanzioni previste per chi scelga di partecipare a manifestazioni non riconosciute.
“Poiché è stato segnalato lo svolgimento sul territorio di eventi non iscritti al calendario sportivo nazionale si ricorda ai licenziati AciSport che l’art. 83 R.S.N. recita: ‘iscrizioni alle manifestazioni sportive: i concorrenti licenziati Aci che si iscrivono a una manifestazione non riconosciuta ufficialmente dalla Fia o dall’Aci internazionale sono soggetti alle sanzioni previste dal Codice e dalle norme federali. I conduttori, per essere iscritti alle gare internazionali, devono essere in possesso di una licenza internazionale”. Il comunicato prosegue sottolineando che è “dunque consigliato di prestare la massima attenzione alla partecipazione a eventi non iscritti al calendario sportivo nazionale per le specialità che la normativa sportiva indica come attività agonistiche, al fine di non incorrere nella violazione della normativa suddetta che, sottoscrivendo le condizioni di licenza, è stata accettata e pertanto regola il rapporto federativo”.
Non è la prima volta che la federazione ribadisce con forza minacciosa la propria posizione, ma la reazione del mondo rallistico è stata di massima indifferenza. Gli addetti ai lavori osservano come il problema principale non sia la proliferazione di eventi non ufficiali, bensì la difficoltà crescente di sostenere i costi di partecipazione a quelli riconosciuti. In un contesto dove le gare italiane perdono progressivamente attrattiva rispetto a quelle estere, puntare esclusivamente su richiami disciplinari rischia di non affrontare la radice della questione.
Gli organizzatori subiscono questa situazione su due fronti: da un lato devono rispettare norme sempre più complesse e onerose, garantendosi un introito; dall’altro vedono diminuire gli iscritti e quindi la sostenibilità delle stesse manifestazioni e il proprio margine di guadagno. Il risultato è un circolo vizioso, aggravato dal fatto che molti piloti, soprattutto nelle categorie amatoriali o semi-professionistiche, hanno budget limitati e scelgono inevitabilmente l’opzione economicamente più logica, che sempre più spesso non coincide con un rally italiano.
La questione, dunque, non riguarda soltanto il rispetto delle regole federative, ma la necessità di ripensare la strategia generale di promozione della disciplina. In molte nazioni europee la crescita delle iscrizioni è stata favorita da modelli organizzativi più snelli, una burocrazia ridotta al minimo e politiche di contenimento dei costi nelle serie minori. È su questo fronte, secondo gli operatori del settore, che si gioca la vera sfida per garantire al rallismo italiano un futuro partecipato.
Senza un confronto aperto e la volontà di intervenire sui costi strutturali, il rischio è quello di assistere a un progressivo indebolimento del movimento nazionale, mentre altrove la disciplina continua a trovare nuovi spazi, nuovi partecipanti e nuovi investimenti. Le sanzioni, da sole, difficilmente riusciranno a invertire una tendenza radicata e alimentata da fattori economici più che regolamentari.
In un momento in cui il motorsport necessita di coinvolgere nuovi appassionati e allo stesso tempo mantenere attivi quelli storici, il rilancio passa inevitabilmente dalla capacità di costruire un ambiente accessibile, collaborativo e sostenibile. Solo così sarà possibile preservare la ricchezza e la tradizione del rallismo italiano, che da sempre rappresenta un patrimonio sportivo e culturale riconosciuto a livello internazionale.








