Mario Mannucci, il Signore delle note
Mario Mannucci non fu soltanto un navigatore straordinario, ma un costruttore di sistemi, un interprete profondo della disciplina e un uomo capace di lasciare un segno ben oltre i risultati sportivi. La sua figura rappresenta una sintesi perfetta tra tecnica, passione e visione, rendendolo uno dei protagonisti assoluti della storia dei rally.
Mario Mannucci è stato una delle figure più autorevoli e influenti nella storia del rally italiano e internazionale, non soltanto per i risultati sportivi ottenuti come copilota, ma per il contributo complessivo che ha dato allo sviluppo moderno della disciplina. Nato a Milano il 31 maggio 1932 e scomparso a Gorizia il 17 dicembre 2011, Mannucci ha attraversato oltre quarant’anni di rallismo vivendo ogni fase dell’evoluzione di questo sport: dalle gare di regolarità degli anni Sessanta al professionismo mondiale, dalle vittorie iridate accanto a Sandro Munari alla direzione sportiva della Squadra Corse HF-Lancia, fino all’attività di progettista, formatore e istruttore federale. La sua carriera non può essere letta esclusivamente attraverso i successi ottenuti, ma va interpretata come un percorso di costruzione culturale, tecnica e organizzativa che ha inciso in modo duraturo sul modo stesso di concepire i rally.
Il legame tra Mario Mannucci e la Lancia rappresenta uno dei capitoli più significativi della storia del motorsport. Il suo nome è indissolubilmente associato a quello di Cesare Fiorio, mente strategica della Squadra Corse HF, e soprattutto a Sandro Munari, con il quale formò uno degli equipaggi più vincenti e iconici di sempre. In quel rapporto non esisteva una semplice divisione dei ruoli: Mannucci non era soltanto il navigatore, ma un vero e proprio co-protagonista della prestazione, capace di incidere sulle scelte tecniche, sulla gestione della gara e sulla preparazione complessiva dell’equipaggio.
L’ingresso di Mannucci nel mondo delle competizioni avvenne attraverso le gare di regolarità, che negli anni Sessanta costituivano una palestra imprescindibile per chi voleva acquisire metodo, precisione e rigore. Dopo il matrimonio con Ariella Pangaro nel 1963, iniziò a partecipare alle competizioni con vetture iscritte dal Jolly Club di Milano, storica scuderia fondata da Mario Angiolini. In un contesto ancora fortemente maschile, Mannucci corse inizialmente affiancato proprio dalla moglie Ariella, che ricopriva il ruolo di navigatrice e cronometrista, in un sodalizio tanto raro quanto significativo per l’epoca.
Il Jolly Club rappresentò per Mannucci una vera scuola di formazione. L’ambiente era improntato a una concezione rigorosa dello sport, basata su preparazione tecnica, disciplina e rispetto delle regole. Anche dopo la scomparsa di Angiolini, Mannucci rimase legato alla struttura, continuando l’attività sotto la guida di Renata Angiolini e del figlio Roberto. Questo legame contribuì a consolidare una visione professionale delle competizioni che avrebbe accompagnato Mannucci per tutta la carriera.
Il passaggio dalla regolarità al rally avvenne nel 1968, anno cruciale nel suo percorso. In coppia con Bruno Scabini, Mannucci prese parte alla prima edizione del Rally dell’Isola d’Elba su una Lancia Fulvia 1.3 HF di proprietà del Jolly Club, sponsorizzata Atkinsons. Fu una gara durissima, conclusa da soli dieci equipaggi su quaranta partenti. Mannucci e Scabini riuscirono a chiudere al sesto posto assoluto, un risultato che, per il contesto e i mezzi a disposizione, ebbe un valore enorme.
Quella prestazione attirò l’attenzione di Cesare Fiorio, che comprese immediatamente le qualità di Mannucci. L’anno successivo lo volle come navigatore di Sergio Barbasio al Rally dell’Elba, questa volta su una Fulvia HF ufficiale. L’equipaggio vinse la gara, confermandosi anche nel 1970 con una nuova vittoria, poi annullata dalla squalifica collettiva delle vetture ufficiali Lancia per irregolarità nella scocca. Episodio controverso che non scalfì la considerazione di Fiorio nei confronti di Mannucci.
La svolta definitiva arrivò quando Fiorio affidò a Mannucci il compito più delicato: navigare Sandro Munari. Il pilota veneto, già due volte campione italiano, aveva perso tragicamente il suo storico navigatore Luciano Lombardini nel percorso preliminare del Rally di Montecarlo 1968 ed era alla ricerca di un nuovo equilibrio tecnico e umano. L’inizio del rapporto tra Munari e Mannucci fu complesso. I primi rally insieme si conclusero con ritiri per uscita di strada, a San Martino di Castrozza nel 1968 e al Rally di Svezia nel 1969. Anche quando divennero equipaggio fisso nel 1971, i primi impegni al Montecarlo e al Sanremo-Sestriere terminarono con ritiri causati da problemi meccanici.
Nonostante questi episodi, l’intesa tra i due si consolidò rapidamente. Mannucci dimostrò una capacità straordinaria di leggere la gara, di anticipare le situazioni critiche e di supportare Munari non solo nella navigazione, ma anche nella gestione complessiva della competizione. Il 1971 segnò il primo grande anno di successi: l’equipaggio vinse il Rally 999, il Rally Semperit, il San Martino di Castrozza e il Rally Mille Minuti, conquistando anche la Mitropa Cup. Il Campionato Europeo Conduttori sfumò soltanto per un guasto elettrico al Giro del Belgio, quando erano in testa con una Abarth-Osella SP 2000, episodio che mise in evidenza la versatilità di Mannucci, capace di adattarsi anche a vetture Sport Prototipo.
Il 1972 rappresentò uno dei momenti più alti della carriera di Mannucci. Con la Lancia Fulvia 1.6 Coupé HF, Munari e Mannucci vinsero il Rally di Montecarlo, in un’edizione rimasta nella storia del motorsport. A quella vittoria seguirono i successi al Rally di Sicilia e al San Martino di Castrozza. La stagione si concluse con la conquista del Campionato Internazionale Marche da parte della Lancia, risultato che pose le basi per il futuro Campionato del Mondo Rally. In parallelo, Mannucci fu coinvolto nello sviluppo della Lancia Stratos, partecipando ai primi rally di esordio come Tour de Corse e Costa del Sol, fondamentali per affinare una vettura destinata a rivoluzionare la disciplina.
Nel 1973, con la Stratos ancora non omologata, la Lancia fu costretta a schierare la Fulvia nei rally validi per il campionato. Munari e Mannucci dominarono numerose gare, vincendo Costa Brava, San Marino, Sicilia, Hessen e San Martino di Castrozza, sfiorando il successo all’Elba per un guasto meccanico. Con la Stratos, invece, conquistarono il Rally Firestone e il Tour de France, ottenendo finalmente il Campionato Europeo Conduttori.
Dal 1974, con l’omologazione della Stratos in Gruppo 4, arrivarono i titoli mondiali. Munari e Mannucci vinsero il Rally di Sanremo e il Rideau Lakes, contribuendo in modo determinante al primo titolo iridato rally della Lancia. Nel 1975 arrivò il secondo mondiale, con le vittorie al Montecarlo e al Rally 4 Regioni, nonostante diversi ritiri quando l’equipaggio era al comando.
Nel 1976, con l’uscita di Daniele Audetto verso la Ferrari di Formula 1, Mannucci assunse il ruolo di direttore sportivo della Squadra Corse HF-Lancia. Una posizione che lo allontanò dalle gare, ma che mise in luce le sue eccezionali capacità organizzative. Gestì logistica, assistenze e strategie in una fase di massimo impegno per il reparto corse torinese, contribuendo a mantenere elevati standard di efficienza e professionalità.
Nel 1978, alleggerito dagli incarichi con la nascita dell’EASA, Mannucci tornò a navigare Munari sulla Fiat 131 Abarth Rally. I risultati furono condizionati da problemi di affidabilità e di adattamento, con il terzo posto al Tour de Corse come miglior piazzamento. Dopo il ritiro definitivo di Munari, Mannucci continuò a correre sporadicamente, vincendo il Rally di Sicilia 1979 con Adartico Vudafieri e affiancando Attilio Bettega nel 1980. Memorabile anche il ritorno con Munari nel 1987 al Rally Raid di Grecia con la LM002.
Oltre all’attività sportiva, Mannucci lasciò un’eredità fondamentale nella progettazione e organizzazione dei rally. Disegnò percorsi, sistemi di controllo e regolamenti in numerosi Paesi, diventando un punto di riferimento per federazioni e organizzatori. Come istruttore federale, ruolo ricoperto fino al 2002, contribuì alla formazione di generazioni di ufficiali di gara e tecnici, trasmettendo una cultura del rally fondata su rigore, competenza e rispetto delle regole.

Il ricordo di Sandro Munari
Sandro Munari, parlando del suo copilota, ha detto: “Con Mario Mannucci ho stabilito molti records, maggior numero di gare fatte insieme, maggior numero di vittorie riportate e, inevitabilmente, maggior numero di sconfitte. Lui è un ottimista, un vincente su tutta la linea (per esempio, quando gioca a carte è difficile che perda). Mi diede quindi la carica psicologica di cui avevo bisogno. Iniziammo male, con quel gran volo al “San Martino” quasi ripetuto due anni dopo, quando, nella discesa del Ghertele, la nostra Lancia Fulvia HF 1600 finì su un fianco. Quella volta non uscimmo nemmeno dall’abitacolo; alcuni tifosi ci ributtarono sulle quattro ruote e ripartimmo. Al “San Martino” del ’70, dunque, Mario credeva di aver portato sfortuna, anche perché nella seconda corsa che ci vide in coppia, il Rally di Svezia, fummo pure costretti al ritiro. Un inizio quindi catastrofico, che ci fece archiviare per qualche mese l’esperimento. Era il 1970. Nel ’71 ritentammo. E andò subito bene. Ci separammo solo nel ’75, ma per forza maggiore. Cinque anni nella vita di un uomo sono qualcosa, ma in quella di un corridore sono molto. Cominciammo col capirci. Ben presto ci trovammo sincronizzati. Finimmo col fonderci. Durante le gare non parlavamo mai di cose estranee all’obiettivo che volevamo raggiungere: il centro focale di tutto, parole gesti pensieri, era la corsa. Anche durante i trasferimenti più facili, eravamo concentrati solo su quello che stavamo facendo. Eravamo come barche disancorate o satelliti senza antenne. Almeno apparentemente, eravamo isole che galleggiavano su un grande mare di silenzio. Mario infatti – benché ottimista – parlava poco. E io meno ancora. Gli sono grato per aver capito tante cose, ma soprattutto il mio bisogno di silenzio”.








