Il potere per l’eternità: finché morte non ci separi
Due scenari lontani ma strettamente collegati da un tema comune: il rapporto tra potere, durata degli incarichi e limiti istituzionali. Da una parte uno Stato che decide di riscoprire e utilizzare una legge del 1978 sul tetto massimo dei mandati negli enti pubblici; dall’altra una federazione sportiva mondiale che discute la possibilità di eliminare il limite temporale introdotto.
C’è un paradosso che attraversa oggi il mondo dell’automobilismo istituzionale. In Italia, il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di applicare in maniera rigorosa una norma rimasta sostanzialmente dormiente per quasi mezzo secolo, arrivando a commissariare l’Automobile Club d’Italia. A Parigi, invece, la FIA sembra muoversi nella direzione opposta, con il presidente Mohammed Ben Sulayem intenzionato a modificare le regole per prolungare il più possibile la propria permanenza al vertice della Federazione Internazionale.
Due scenari lontani ma strettamente collegati da un tema comune: il rapporto tra potere, durata degli incarichi e limiti istituzionali. Da una parte uno Stato che decide di riscoprire e utilizzare una legge del 1978 sul tetto massimo dei mandati negli enti pubblici; dall’altra una federazione sportiva mondiale che discute la possibilità di eliminare il limite temporale introdotto proprio per evitare concentrazioni di potere troppo lunghe.
La legge del 1978 rimasta inutilizzata per decenni
Il punto centrale della vicenda italiana è rappresentato dal DPR 1087 del 1977 e dalla successiva normativa del 1978 che fissava limiti precisi alla permanenza ai vertici degli enti pubblici. Una norma rimasta per anni quasi teorica e che, nel caso dell’ACI, non era mai stata applicata in maniera così drastica.
L’Automobile Club d’Italia ha vissuto per decenni una stabilità quasi assoluta ai propri vertici. Angelo Sticchi Damiani era diventato il simbolo di questa continuità, costruendo una lunga esperienza istituzionale e consolidando il peso dell’ente sia sul piano sportivo sia su quello politico e amministrativo. L’ACI, del resto, non è soltanto il riferimento dello sport automobilistico nazionale attraverso ACI Sport, ma gestisce funzioni pubbliche delicate, dal Pubblico Registro Automobilistico alla mobilità.
Il governo Meloni ha però deciso di interrompere questo equilibrio. Attraverso l’interpretazione rigorosa della normativa sui mandati, Palazzo Chigi ha sostenuto che il limite dei due incarichi dovesse essere applicato anche all’Automobile Club d’Italia, nonostante decenni di prassi differenti e interpretazioni più elastiche.
La conseguenza è stata clamorosa: il commissariamento dell’ACI, un fatto senza precedenti nella storia recente dell’ente. Una scelta che ha avuto inevitabilmente anche un peso politico, perché ha segnato la volontà dello Stato di riaffermare il controllo sulle strutture pubbliche considerate strategiche.
Il significato politico del commissariamento ACI
La decisione del governo non può essere letta soltanto come un’applicazione tecnica della legge. Il commissariamento dell’ACI ha assunto un valore simbolico molto più ampio, diventando il segnale di una nuova linea politica sui grandi enti pubblici italiani.
Per anni il sistema delle presidenze negli enti federali e parafederali italiani è stato caratterizzato da una continuità quasi permanente. Figure consolidate rimanevano ai vertici per lunghi periodi grazie a una combinazione di consenso interno, peso politico e interpretazioni normative spesso accomodanti. L’ACI rappresentava uno degli esempi più evidenti di questa impostazione.
Il governo Meloni ha invece deciso di utilizzare una norma dimenticata per ristabilire il principio del ricambio. Un’operazione che ha inevitabilmente aperto un dibattito più ampio: fino a che punto è corretto mantenere per decenni la stessa leadership in strutture che svolgono funzioni pubbliche?
I sostenitori della scelta governativa parlano di ripristino della legalità e della necessità di evitare la cristallizzazione del potere. I critici, al contrario, vedono nella vicenda un intervento fortemente politico, con il rischio di destabilizzare un ente che aveva mantenuto continuità gestionale e risultati consolidati.
In ogni caso, il dato resta storico: per la prima volta una legge del 1978 è stata realmente utilizzata per fermare la permanenza ultra-decennale ai vertici dell’ACI.
La FIA e la direzione completamente opposta
Mentre in Italia si torna a parlare di limiti e ricambio, la FIA vive una fase diametralmente opposta. Mohammed Ben Sulayem starebbe infatti lavorando per eliminare la norma che limita a tre i mandati presidenziali.
Una regola introdotta durante l’era Jean Todt proprio con l’obiettivo di evitare permanenze eccessivamente lunghe al vertice della Federazione Internazionale dell’Automobile. Il sistema attuale prevede un massimo di dodici anni complessivi alla guida della FIA, considerati sufficienti per garantire continuità senza trasformare la presidenza in una posizione permanente.
Ben Sulayem, però, ritiene che quel limite sia troppo restrittivo. Secondo la sua visione, governare una struttura complessa che riunisce 149 Paesi e numerose discipline sportive richiede tempi molto più lunghi. Da qui l’idea di modificare lo statuto per consentire una permanenza superiore.
La proposta ha immediatamente acceso tensioni nel paddock internazionale. Per molti osservatori, infatti, il rischio è quello di un progressivo accentramento del potere nelle mani del presidente emiratino, già protagonista di una gestione fortemente personalistica.
Negli ultimi anni Ben Sulayem ha mostrato uno stile molto diverso rispetto a Jean Todt. Più interventista, più rigido, più orientato al controllo diretto dell’immagine e della comunicazione della FIA. Le polemiche sui gioielli vietati ai piloti, sulle multe per linguaggio ritenuto inappropriato e sulle tensioni interne alla Federazione hanno contribuito ad alimentare la percezione di una governance molto più dura rispetto al recente passato.
Dal modello Todt alla gestione Ben Sulayem
Jean Todt aveva trasformato la FIA in una struttura più orientata alla diplomazia internazionale e alla sicurezza stradale. Il suo lungo mandato era stato caratterizzato da una progressiva apertura verso temi globali, dalla sostenibilità alle campagne sulla sicurezza.
Ben Sulayem ha invece riportato il baricentro sulle competizioni, ma con un approccio molto più autoritario. Diversi osservatori del paddock hanno evidenziato come il presidente abbia progressivamente accentuato il controllo politico interno alla Federazione.
La vicenda delle candidature ostacolate alle ultime elezioni FIA ha ulteriormente alimentato le critiche. Laura Villars e Teddy Mayer non sono riusciti a costruire un’opposizione realmente competitiva, e proprio Mayer ha lanciato pubblicamente l’allarme sul rischio di concentrazione del potere.
Secondo l’ex candidato, il limite dei mandati rappresenta una garanzia democratica essenziale per impedire che la FIA diventi una struttura dominata troppo a lungo dalla stessa leadership. Una posizione che trova consenso in una parte del motorsport internazionale, preoccupata dall’idea di una presidenza senza scadenze reali.
Ed è qui che emerge il contrasto più evidente con quanto accaduto in Italia. Mentre Roma utilizza una legge dimenticata per imporre un limite rigido e interrompere una lunga gestione, la FIA valuta l’ipotesi opposta: cancellare il tetto temporale per permettere una permanenza potenzialmente molto più lunga.
Due modelli di governance a confronto
Le due vicende raccontano molto anche delle diverse culture istituzionali. In Italia il principio del limite ai mandati viene oggi utilizzato come strumento di controllo e riequilibrio. Nella FIA, invece, il tema viene affrontato soprattutto dal punto di vista dell’efficienza e della continuità politica.
Chi sostiene Ben Sulayem afferma che guidare una federazione mondiale richieda tempi lunghi per costruire relazioni, stabilizzare progetti e gestire equilibri internazionali complessi. Chi si oppone teme invece che l’abolizione dei limiti possa trasformare la presidenza FIA in una posizione quasi permanente, con un progressivo indebolimento dei contrappesi democratici.
Il paradosso è evidente: nel momento in cui uno Stato nazionale decide di rafforzare il principio dell’alternanza, il massimo organismo mondiale dell’automobilismo discute se ridurre proprio quei limiti pensati per evitare concentrazioni eccessive di potere.
L’impressione è che il tema dei mandati sia destinato a diventare sempre più centrale nel motorsport internazionale. Non soltanto per ragioni giuridiche, ma perché riguarda direttamente il modello di governance dello sport.
La domanda di fondo resta la stessa sia a Roma sia a Parigi: quanto deve durare il potere di un presidente? E soprattutto, chi decide quando la continuità smette di essere stabilità e diventa invece controllo permanente?
Nel caso italiano, il governo Meloni ha scelto una risposta netta, rispolverando una norma rimasta per quasi cinquant’anni ai margini della vita pubblica. Alla FIA, invece, la battaglia sembra appena cominciata.









