Perché la raccolta firme contro il rally è inutile propaganda
La Valceno non è una proprietà privata. Non lo è mai stata e mai lo sarà. l’Italia non l’ha venduta a pochi privati. Il rally è parte del territorio, non il suo nemico. La fauna selvatica viene investita da auto civili, specialmente le silenziose elettriche, che distruggono anche le strade.
La petizione che chiede di fermare i rally sulle strade della Valceno parte da una premessa che merita di essere discussa con attenzione: l’idea che chi vive in un determinato territorio possa rivendicare una sorta di diritto esclusivo a decidere che cosa debba accadere su quelle strade e su quei luoghi. Ma un territorio pubblico non è la proprietà privata di chi vi risiede.
Chi abita in Valceno ha certamente il diritto di esprimere le proprie opinioni, di segnalare eventuali problemi, di chiedere controlli e di pretendere che tutte le attività si svolgano nel rispetto delle regole. È un diritto sacrosanto. Ma lo stesso diritto appartiene a chiunque altro: agli appassionati di sport, agli organizzatori, agli operatori turistici, agli imprenditori, agli sportivi e a tutti coloro che frequentano quel territorio.
Del resto, se la logica fosse quella secondo cui chi vive in un luogo può decidere unilateralmente quali attività debbano essere consentite, arriverebbe rapidamente il momento in cui ogni comunità potrebbe pretendere di eliminare tutto ciò che produce rumore, traffico o presenza di persone provenienti da fuori. E allora non ci sarebbero più concerti, manifestazioni sportive, feste, sagre, eventi culturali, competizioni ciclistiche, motociclistiche o automobilistiche. Perché ogni attività, inevitabilmente, porta con sé una quota di rumore, di traffico e di movimento.
Il punto, dunque, non dovrebbe essere stabilire se un territorio debba essere completamente isolato da qualsiasi attività che possa disturbare, ma capire se un’attività sia compatibile con quel territorio, se sia regolamentata e se i benefici che produce siano superiori agli eventuali disagi.
Nel caso dei rally, questa discussione dovrebbe partire da un dato fondamentale: il rally non è arrivato ieri sulle strade dell’Appennino. È uno sport che da decenni utilizza le strade pubbliche come elemento caratterizzante della propria disciplina. Anzi, il rally è nato proprio sulla strada. Prima ancora che esistessero gli autodromi moderni, prima che venissero costruiti circuiti permanenti destinati alle competizioni motoristiche, le automobili da corsa si confrontavano sulle strade.
Il rally non è, quindi, un’attività che qualcuno ha improvvisamente deciso di portare in montagna. La montagna è da sempre uno dei luoghi naturali di questo sport. Le strade dell’Appennino, delle Alpi e delle altre catene montuose sono diventate parte della storia dell’automobilismo proprio perché il rally ha costruito la propria identità sulla capacità di affrontare percorsi reali, inseriti nei territori e nei paesaggi.
Ed è proprio qui che occorre fare una distinzione importante anche rispetto all’argomento degli autodromi.
È vero: l’Emilia-Romagna è la Motor Valley e possiede strutture permanenti di assoluto livello. Ma un autodromo non può sostituire un rally, esattamente come un campo da calcio non può sostituire una gara ciclistica su strada. Sono discipline diverse, con caratteristiche diverse e con una storia diversa.
In autodromo si possono disputare gare di velocità in circuito, motociclismo, test, eventi e numerose altre attività motoristiche. Ma il rally è un’altra cosa. La sua essenza è il percorso. È il territorio. È la strada che cambia, la montagna, il bosco, il paese attraversato, il pubblico che si distribuisce lungo il tracciato. Chiedere di trasferire i rally negli autodromi significa, semplicemente, chiedere di trasformare uno sport in un altro.
È come dire a una gara ciclistica su strada di svolgersi su una pista perché le strade pubbliche devono essere riservate al traffico ordinario. Tecnicamente possibile, sportivamente assurdo.
Il tema della fauna selvatica merita poi una riflessione altrettanto seria. Nella petizione si sostiene che l’aumento delle velocità e del traffico ad alte prestazioni aumenterebbe il rischio di incidenti e di investimenti della fauna. È un’affermazione che non può essere utilizzata, però, come una verità assoluta senza considerare la realtà dei fatti.
Se esistessero casi documentati di animali selvatici investiti da vetture da rally durante una prova speciale, sarebbe doveroso parlarne e affrontare il problema. Ma non è questo il quadro che viene normalmente rappresentato. Gli incidenti tra fauna selvatica e automobili avvengono quotidianamente sulle strade aperte al traffico ordinario, dove gli animali attraversano le carreggiate e incontrano veicoli di ogni tipo.
E c’è un paradosso che merita di essere considerato: le automobili elettriche, proprio perché molto più silenziose alle basse velocità, possono risultare meno percepibili dalla fauna. Questo non significa certamente che siano responsabili degli investimenti degli animali, ma dimostra quanto sia semplicistico attribuire al rumore dei motori da rally un ruolo determinante nel problema generale della fauna selvatica sulle strade.
La questione, insomma, va affrontata sulla base di dati e fatti concreti. Non è sufficiente affermare che una competizione automobilistica rappresenti automaticamente una minaccia per la fauna. Bisogna dimostrare che cosa accade realmente, quali siano i rischi effettivi e quali differenze esistano rispetto al traffico ordinario che attraversa quelle stesse strade per 365 giorni all’anno.
Il rally, peraltro, non si svolge senza regole. Le strade vengono chiuse al traffico durante le prove speciali, vengono predisposte misure di sicurezza e l’organizzazione di una gara comporta un insieme di procedure e autorizzazioni. Durante i trasferimenti, le vetture da competizione sono soggette alle stesse regole del traffico ordinario e devono rispettare il Codice della Strada.
Se qualcuno viola queste regole, deve essere sanzionato. Se un concorrente guida in maniera pericolosa durante un trasferimento, deve risponderne. Se vengono commesse infrazioni, è giusto che le autorità effettuino i controlli necessari. Ma non si può utilizzare l’eventuale comportamento scorretto di singoli individui per mettere in discussione l’esistenza di un’intera disciplina sportiva.
Alla fine, la questione sembra ridursi principalmente a un elemento: il rumore.
E qui bisogna essere onesti. Sì, un rally fa rumore. È inevitabile. Un’automobile da competizione produce un rumore superiore a quello di una vettura stradale. Ma la domanda è: quanto dura questo disturbo e qual è il suo impatto complessivo?
Un rally non trasforma una valle in una pista per 365 giorni all’anno. Una manifestazione dura pochi giorni. La competizione vera e propria, nel caso specifico, si sviluppa nell’arco di circa un giorno e mezzo, mentre la presenza complessiva di appassionati, squadre e addetti può estendersi per tre o quattro giorni.
In cambio di questo temporaneo disturbo, il territorio riceve persone.
Persone che arrivano da fuori, dormono negli alberghi, nei bed & breakfast e negli agriturismi. Mangiano nei ristoranti. Fanno rifornimento. Comprano nei negozi. Utilizzano servizi. Si muovono sul territorio e, soprattutto, portano risorse economiche.
Questo aspetto viene spesso dimenticato nel dibattito. Quando si parla di rally, si tende a considerare esclusivamente il rumore prodotto dalle automobili, dimenticando che dietro una gara esiste un’economia fatta di migliaia di persone che si spostano.
Un team non è soltanto una macchina. Sono meccanici, tecnici, piloti, navigatori, accompagnatori. Ci sono gli organizzatori, i commissari, i cronometristi, i media, gli appassionati. Ci sono famiglie che seguono le gare e che trascorrono diversi giorni nelle località interessate dall’evento.
Per un territorio montano, questo significa economia.
Non è necessario essere appassionati di rally per riconoscerlo. Si può tranquillamente non amare il rumore dei motori e, allo stesso tempo, comprendere che un evento sportivo può produrre ricadute positive per alberghi, ristoranti, bar, negozi e attività locali.
Il problema, allora, non dovrebbe essere “rally sì o rally no”. La domanda dovrebbe essere: come possiamo organizzare il rally nel modo migliore possibile, riducendo i disagi e massimizzando i benefici?
È questa la discussione seria da affrontare.
Perché il futuro di un territorio non può essere deciso attraverso una petizione che pretende di eliminare una determinata attività sulla base della sola volontà di una parte della popolazione. In una democrazia esistono istituzioni, amministrazioni locali, enti territoriali e rappresentanti politici.
Sono loro che devono decidere.
La politica viene votata dalla maggioranza proprio perché rappresenta l’intera comunità. Non soltanto chi abita lungo una strada interessata da una prova speciale. Non soltanto chi vive in una determinata frazione. Non soltanto chi considera il rumore di un rally un problema insopportabile.
La politica deve tenere insieme interessi diversi e spesso contrapposti. Deve ascoltare i residenti che chiedono tranquillità, ma anche gli operatori economici che vedono nel turismo sportivo un’opportunità. Deve considerare la tutela ambientale, ma anche il diritto di organizzare manifestazioni sportive. Deve garantire la sicurezza, ma senza impedire a priori lo svolgimento di attività che sono legalmente autorizzate.
È esattamente questo il compito delle istituzioni.
E se un territorio decide democraticamente di ospitare una manifestazione, rispettando tutte le procedure previste, non è sufficiente che una parte della comunità non la gradisca per cancellarla.
Altrimenti il principio potrebbe essere applicato a qualsiasi altra attività.
La Valceno non appartiene esclusivamente a chi vi abita. Appartiene alla comunità, e proprio per questo deve essere amministrata nell’interesse generale.
Questo non significa ignorare le proteste. Significa ascoltarle, verificarle e affrontarle. Significa controllare che le regole vengano rispettate. Significa eventualmente modificare percorsi, orari, modalità organizzative e misure di sicurezza quando questo sia necessario.
Ma significa anche riconoscere che il rally è uno sport, che esiste da decenni, che ha una propria cultura e che trova proprio nelle strade di montagna uno dei suoi ambienti naturali.
Le montagne non devono necessariamente essere contrapposte ai rally.
Possono convivere con i rally.
Possono convivere con il turismo naturalistico, con il trekking, con la mountain bike, con l’agriturismo e con tutte le altre forme di valorizzazione del territorio.
La vera sfida non è scegliere tra il silenzio assoluto e il rumore dei motori. La vera sfida è costruire un equilibrio.
Perché se davvero vogliamo difendere la montagna, dobbiamo evitare anche un altro rischio: trasformarla in un museo dove qualsiasi attività umana viene considerata un’intrusione.
Le montagne sono vive quando sono vissute.
E un rally, per pochi giorni all’anno, può essere parte di questa vita.
Non è una questione di decidere se amare o odiare il rumore di un motore. È una questione di capire se una manifestazione sportiva, organizzata secondo le regole, possa essere compatibile con un territorio e produrre anche benefici per la comunità.
La risposta non può essere affidata a una contrapposizione ideologica.
Deve essere affidata ai fatti, ai numeri, ai controlli e alla politica.
E soprattutto deve essere una decisione che riguarda tutti, non soltanto chi vive lungo una strada.
Perché la Valceno non è una pista.
Ma non è nemmeno una proprietà privata.
È un territorio pubblico, parte di una comunità più grande, nel quale devono poter convivere persone, attività economiche, turismo, natura e sport.
E il rally, piaccia o non piaccia, è parte della storia dello sport automobilistico italiano molto prima che qualcuno pensasse di costruire un autodromo.









