CIAR e CIRT più “piccoli” e più “sani”
Diffidare sempre da chi i numeri li tira a caso. Vale quando ci si autoincensa e vale pure quando si cerca di usare i numeri in modo strumentale per creare una narrazione politicizzata della situazione, a costo di ignorare il contesto. I numeri non possono raccontare storie se prima non vengono contestualizzati.
I numeri del 2026 raccontano una storia più complessa di una semplice variazione degli iscritti. Mettere a confronto il Campionato Italiano Assoluto Rally e il Campionato Italiano Rally Terra permette infatti di leggere meglio la direzione intrapresa dal rallismo italiano. Le due serie hanno compiuto una scelta comune: aumentare il contenuto sportivo attraverso un incremento significativo dei chilometri di prove speciali. Ma la risposta degli equipaggi è stata differente.
Nel CIAR il chilometraggio cresce in modo molto consistente, passando da 304,57 a 427,86 chilometri nelle prime tre gare considerate, con un aumento del 40,48%. Nello stesso periodo gli iscritti scendono da 242 a 172, con una perdita di 70 equipaggi e una variazione negativa del 28,93%.
Nel CIRT, invece, la crescita delle distanze è stata accompagnata da una sostanziale stabilità della partecipazione. I chilometri passano da 301,44 a 376,08, con un incremento del 24,76%, mentre gli iscritti salgono da 224 a 229, registrando un aumento del 2,23%.
Sono due reazioni diverse allo stesso fenomeno: campionati più lunghi, più impegnativi e con un maggiore peso tecnico. Il dato del Campionato Italiano Assoluto Rally deve essere interpretato considerando la sua funzione all’interno del sistema.
Il CIAR rappresenta il vertice nazionale, il campionato dove si concentrano i migliori equipaggi, le vetture più evolute e le strutture più organizzate. In questo contesto, l’aumento del chilometraggio non è soltanto un elemento quantitativo, ma anche un innalzamento della difficoltà complessiva.
Passare da una media di 101,52 chilometri di prove speciali per gara nel 2025 a 142,62 chilometri nel 2026 significa affrontare eventi più lunghi, più selettivi e dove la continuità di rendimento diventa ancora più determinante.
Il dato più significativo è però il rapporto tra iscritti e chilometri. Nel 2025 il CIAR aveva un valore di 0,794 iscritti per ogni chilometro di prova speciale. Nel 2026 questo parametro scende a 0,402, con una riduzione del 49,4%.
È un cambiamento molto evidente: ogni chilometro di gara oggi viene sostenuto da un numero inferiore di concorrenti rispetto al passato.
Ma questo non significa automaticamente un indebolimento della serie. Può indicare anche una trasformazione del modello: un campionato più selettivo, destinato a chi dispone delle risorse tecniche, economiche e organizzative necessarie per affrontare un impegno superiore. Una serie di vertice non può necessariamente avere come obiettivo quello di coinvolgere il maggior numero possibile di partecipanti. Deve soprattutto garantire un livello competitivo elevato.
Il Campionato Italiano Rally Terra racconta invece una dinamica differente. Qui l’aumento dell’impegno sportivo non ha prodotto una riduzione degli iscritti. Al contrario, i partecipanti crescono leggermente, passando da 224 a 229. La media per gara rimane praticamente invariata: da 56 a 57,25 iscritti. Questo significa che il CIRT è riuscito ad assorbire un incremento importante del chilometraggio mantenendo stabile la propria base di concorrenti. Anche in questo caso il rapporto iscritti/chilometro diminuisce, passando da 0,743 a 0,609, ma la causa principale è l’aumento delle prove speciali, non una perdita di partecipazione.
Il Terra sembra quindi avere trovato un equilibrio particolare: riesce a offrire gare più consistenti senza perdere la capacità di attrarre equipaggi. La sua forza probabilmente risiede proprio nella funzione che svolge nel panorama nazionale. È un campionato di alto livello tecnico, ma conserva una dimensione più ampia, capace di accogliere piloti con programmi differenti e di rappresentare un passaggio fondamentale nella crescita sportiva.
Il confronto tra CIAR e CIRT non dovrebbe essere letto come una sfida tra due modelli alternativi. Sono due campionati con obiettivi differenti e, proprio per questo, possono completarsi. Il CIAR può rappresentare il punto d’arrivo, la massima espressione del rallismo nazionale, dove la selezione naturale porta alla competizione tra gli equipaggi più strutturati.
Il CIRT può invece essere il terreno ideale per la crescita, il luogo dove maturano esperienza e competitività piloti destinati eventualmente a salire di livello. Un sistema sportivo sano ha bisogno di entrambi gli elementi. Ha bisogno di un vertice forte, ma anche di una base capace di alimentarlo.
La selezione, quindi, non deve essere necessariamente interpretata come un problema. In tutti gli sport professionistici esiste un percorso di crescita che porta dal livello amatoriale o formativo fino alle categorie superiori. L’importante è che questo percorso sia chiaro e accessibile.

I numeri del CIAR 2026
I numeri delle prime tre gare del Campionato Italiano Assoluto Rally 2026 sono chiari: 172 iscritti contro i 242 del 2025, con una flessione del 28,93%. Una lettura superficiale, cioè di quelle che analizza solo i numeri senza tenere contesto di altri fattori, come il contesto, potrebbe portare a conclusioni immediate e apparentemente inevitabili: meno vetture, meno interesse, meno salute. Eppure, come sanno tanti giornalisti i numeri, da soli, raramente raccontano la verità, ancor meno la storia.
Se si osserva il campionato da vicino, emerge infatti una realtà molto diversa. Il CIAR 2026 è probabilmente uno dei campionati più combattuti e imprevedibili degli ultimi anni. Le prime gare hanno mostrato una lotta aperta, con diversi equipaggi in grado di vincere e di inserirsi nella corsa al titolo. Non esiste un dominatore assoluto, non esiste una squadra capace di monopolizzare il risultato con la facilità vista in altre stagioni. L’incertezza sportiva, che rappresenta il cuore di qualsiasi disciplina agonistica, è tornata a essere un elemento centrale.
La vera domanda, quindi, non è se gli iscritti siano diminuiti. La domanda è se il numero degli iscritti sia l’unico parametro con cui valutare la salute di una serie che si propone come massimo livello del rallismo nazionale. Nel 2026 il campionato ha scelto di aumentare sensibilmente il chilometraggio delle gare. Le prove speciali disputate nelle prime tre manifestazioni sono passate da 304,57 a 427,86 chilometri, con un incremento superiore al 40%.
Non si tratta di un dettaglio organizzativo. Gare più lunghe significano una sfida più impegnativa sotto ogni aspetto: preparazione tecnica, gestione degli pneumatici, affidabilità meccanica, capacità fisica degli equipaggi e organizzazione delle squadre. In altre parole, richiedono maggiore professionalità.
Da questo punto di vista la diminuzione degli iscritti può essere interpretata anche come una conseguenza naturale di un processo di selezione qualitativa. Non tutte le competizioni devono necessariamente essere accessibili a tutti. Esistono categorie e campionati differenti proprio per consentire a ciascun equipaggio di trovare il proprio livello di riferimento. Il CIAR è il vertice della piramide nazionale. Pretendere che mantenga la stessa accessibilità di una gara regionale o di una serie promozionale rischia di creare un equivoco sulla sua funzione e sul livello sportivo dei diversi partecipanti.
Nel motorsport esiste spesso la tendenza a considerare il numero degli iscritti come l’unico indicatore rilevante. È una visione comprensibile sotto l’aspetto del marketing e dei soldi che si vuole mettere in tasca (minimo impegno e massima rendita), ma incompleta. Una serie professionistica non può essere valutata esclusivamente dalla quantità dei partecipanti. Conta anche la qualità della competizione, il livello tecnico delle vetture, la preparazione degli equipaggi e la credibilità del campionato.
In nessuna disciplina di alto livello si pretende che tutti possano competere al vertice. Nessuno si stupisce se la Formula 1 non accoglie centinaia di piloti o se i principali campionati internazionali richiedono standard tecnici ed economici elevati. Il concetto stesso di massima serie implica una selezione. Per questo motivo occorre chiedersi se l’obiettivo del CIAR debba essere semplicemente quello di aumentare il numero delle vetture presenti al via oppure quello di consolidare un contesto sportivo sempre più professionale e competitivo. Le due cose non coincidono necessariamente.
La riduzione del numero degli iscritti non significa automaticamente impoverimento del movimento. In alcuni casi può rappresentare una fase di trasformazione. Quando il livello richiesto cresce, i piloti e le squadre sono spinti a migliorarsi. Chi aspira a raggiungere il vertice deve investire maggiormente nella preparazione sportiva, tecnica e organizzativa. Si crea così un percorso più definito tra le categorie di base e il campionato assoluto.
L’idea che tutti debbano necessariamente partecipare alla massima serie rischia di essere controproducente. Un sistema sano dovrebbe invece offrire una progressione naturale: campionati regionali, trofei promozionali, serie cadette e infine il campionato assoluto. In questo senso il CIAR potrebbe diventare sempre più un punto d’arrivo anziché un semplice luogo di partecipazione. Naturalmente questo processo richiede tempo. I benefici non si misurano nell’arco di una stagione, ma in un ciclo pluriennale. La formazione di nuovi piloti, nuovi navigatori e nuove strutture competitive passa inevitabilmente attraverso una crescita graduale delle competenze.
Un altro aspetto spesso trascurato riguarda il valore dello spettacolo agonistico. Per il pubblico, per gli appassionati e per gli stessi media, una lotta aperta tra numerosi pretendenti al successo è generalmente più interessante di una competizione caratterizzata da decine di partecipanti ma da un vincitore annunciato.
Le prime gare del 2026 hanno dimostrato che il risultato non è scontato. Diversi equipaggi possono giocarsi il successo assoluto, gli equilibri sono sottili e gli errori pesano. Questo aumenta l’interesse del campionato e restituisce centralità all’aspetto sportivo. Da questo punto di vista il CIAR appare oggi più vivo di quanto il semplice dato degli iscritti possa suggerire. La salute di una serie non si misura soltanto contando le vetture presenti nei parchi assistenza. Si misura anche osservando la qualità delle sfide che propone, il livello tecnico che esprime e la capacità di costruire una competizione credibile e imprevedibile.
I numeri indicano un campionato più ristretto rispetto al 2025. Le gare, però, raccontano anche un campionato più selettivo, più professionale e sportivamente più aperto. E forse, nel lungo periodo, sono proprio questi elementi a determinare la vera solidità di una serie nazionale di vertice.

I numeri del CIRT 2026
Se il Campionato Italiano Assoluto Rally ha registrato una diminuzione significativa degli iscritti, il Campionato Italiano Rally Terra presenta una situazione decisamente differente. Dopo le prime quattro gare della stagione 2026 – Foligno, Val d’Orcia, Adriatico e San Marino – il numero complessivo dei partecipanti è addirittura cresciuto.
Gli iscritti passano infatti da 224 a 229, con un incremento di cinque unità pari al 2,23%. Anche la media per gara sale da 56 a 57,25 equipaggi. Si tratta di una crescita contenuta, ma significativa perché arriva in un contesto in cui il campionato ha contemporaneamente aumentato in modo sensibile il proprio chilometraggio competitivo.
A differenza di quanto accaduto nell’Assoluto, dove la crescita delle distanze è stata accompagnata da una riduzione degli iscritti, il Terra è riuscito a mantenere sostanzialmente invariata la propria base partecipativa, registrando addirittura un lieve progresso. Questo dato suggerisce che il campionato abbia trovato un equilibrio particolarmente interessante tra contenuti sportivi, costi e attrattività per i concorrenti.
Il dato relativo ai chilometri disputati è particolarmente interessante. Nel 2025 le prime quattro gare proponevano complessivamente 301,44 chilometri di prove speciali. Nel 2026 si è saliti a 376,08 chilometri, con un incremento di 74,64 chilometri pari al 24,76%. La media per gara passa da 75,36 a 94,02 chilometri, con quasi 19 chilometri aggiuntivi per ogni manifestazione.
Non si tratta di una variazione marginale. Le gare sono diventate sensibilmente più lunghe e più impegnative dal punto di vista tecnico e sportivo. Eppure il numero degli iscritti non è diminuito. Anzi, è cresciuto. Questo elemento rappresenta probabilmente il segnale più incoraggiante dell’intera analisi. Significa che il mercato dei concorrenti ha recepito positivamente l’evoluzione del campionato, accettando un aumento dell’impegno richiesto senza abbandonare la serie. In altre parole, il Rally Terra è riuscito a offrire più sport senza perdere partecipazione.
Anche nel CIRT il rapporto iscritti/chilometro registra una diminuzione. Nel 2025 il valore era pari a 0,743. Nel 2026 scende a 0,609, con una riduzione del 18,1%. Osservato isolatamente, questo dato potrebbe apparire negativo. In realtà racconta soprattutto una conseguenza matematica dell’aumento del chilometraggio. I chilometri sono cresciuti del 24,76%, mentre gli iscritti sono aumentati del 2,23%. È inevitabile che il rapporto diminuisca.
La differenza rispetto al CIAR è però sostanziale. Nell’Assoluto il rapporto crolla del 49,4% perché l’aumento delle distanze si accompagna a una forte riduzione della partecipazione. Nel Terra, invece, il rapporto diminuisce pur in presenza di una crescita degli iscritti.
Questo significa che il campionato non sta perdendo attrattività. Sta semplicemente offrendo una quantità maggiore di contenuti sportivi rispetto al numero di concorrenti. È una situazione profondamente diversa e decisamente più rassicurante.
Il Rally Terra continua a rappresentare uno degli ambienti più vitali del rallismo italiano. Le gare su fondo sterrato mantengono caratteristiche particolari: costi generalmente più contenuti rispetto a molti programmi dell’Assoluto, forte presenza di specialisti, percorsi tecnicamente selettivi e una tradizione consolidata che continua ad attirare piloti provenienti da diverse categorie.
L’aumento degli iscritti dimostra che il campionato conserva una capacità attrattiva importante anche in una fase di trasformazione del formato sportivo. Inoltre il Terra continua a svolgere una funzione fondamentale nella crescita dei piloti. Le gare sterrate rappresentano spesso un passaggio formativo decisivo per chi vuole sviluppare sensibilità di guida, capacità di adattamento e gestione della vettura in condizioni difficili. La stabilità dei numeri, accompagnata dall’incremento del chilometraggio, suggerisce che il campionato abbia trovato un modello sostenibile e apprezzato dai concorrenti.








