CIRT – Il bilancio della crisi: da 401 a 268 iscritti in un anno
Dal picco del 2021 con 432 partenti al disastro del 2025. Senza interventi immediati, il 2026 rischia di segnare la fine tecnica e mediatica del campionato.
Urbino doveva essere il nuovo inizio. Un ritorno alle origini, alla polvere e ai borghi che hanno fatto la storia dei rally italiani. Invece è diventata il simbolo della resa. L’annullamento del Rally delle Marche, previsto per l’8 e 9 novembre 2025, è molto più di una semplice cancellazione di calendario: è la fotografia impietosa di un campionato che ha perso identità, appeal e sostenibilità. Il motivo è tanto semplice quanto devastante: meno di trenta iscritti. Una cifra che, da sola, racconta il disastro. Troppo pochi per coprire i costi minimi di sicurezza, cronometristi, logistica e ambulanze. Troppo pochi per un campionato che dovrebbe rappresentare il vertice della specialità sterrata in Italia. Il risultato è un’ammissione di impotenza: una gara nazionale saltata per mancanza di partecipanti.
Non è un episodio isolato. È l’ennesimo colpo inferto a una categoria che da anni sopravvive tra passione e disperazione.
Il Campionato Italiano Rally Terra, un tempo laboratorio tecnico e palestra per futuri campioni, oggi è un terreno in frana.
Da campionato formativo e competitivo si è trasformato in un circuito logorato, con numeri in caduta libera e un’immagine ormai sbiadita. Nel 2024, il CIRT contava in media 67 vetture al via per ogni gara, per un totale di 401 equipaggi iscritti nella stagione. Nel 2025, la media è scesa a 45 vetture. Con l’annullamento delle Marche, la perdita complessiva sale a 133 equipaggi in meno in un solo anno: un crollo del 33%, che diventa 45% se si considera la gara saltata. In termini sportivi, è come se un’intera classe del campionato fosse scomparsa.
Per capire come si è arrivati a questo punto, basta guardare le cifre degli ultimi dieci anni. Nel 2015 il Trofeo Rally Terra contava appena 152 partenti totali in cinque gare, con una media di 30 vetture a gara. Tre prove su cinque si correvano in Sardegna, e il Rally Italia Sardegna, suddiviso in due “Day”, richiamava appena una ventina di equipaggi complessivi. Il 2016 sembrò segnare una svolta: la fusione con il Raceday portò ossigeno e numeri, con 408 iscritti in sei gare (media 68). Ma già nel 2017 si tornò a 392, e nel 2018 il calo fu netto: 324 equipaggi, media 54. Nel 2019, terminato l’esperimento Raceday-CIRT, le gare scesero a cinque e gli iscritti a 273, media 55.
Il 2020, anno del Covid, fu un paradosso: solo quattro gare, ma 307 partenti, media 77. La passione era più forte della paura. Il 2021 sembrò la vera rinascita: 432 iscritti in sei gare, media 72, il miglior dato dell’ultimo decennio. Poi di nuovo la discesa: 372 nel 2022, 381 nel 2023 (trainati dai 97 partenti dell’ACI Monza Rally, corsa mista asfalto/terra), 401 nel 2024. Un’apparente stabilità che nel 2025 è crollata come una diga vecchia: solo 268 stimati, media 45. Dieci anni per tornare esattamente al punto di partenza, ma con costi triplicati e meno della metà delle vetture al via.
Dietro questi numeri c’è un’equazione impossibile da risolvere. Un equipaggio privato spende di media oggi tra 7.000 e 15.000 euro per ogni gara del CIRT. Un’organizzazione, invece, deve coprire spese che oscillano tra 160.000 e 200.000 euro: sicurezza, cronometristi, mezzi di soccorso, tasse federali, personale, comunicazione. Con 40 iscritti, il conto è presto fatto: il bilancio non regge. Ogni rally cancellato è un fallimento economico, non solo sportivo. E mentre gli organizzatori combattono con i conti, i contributi pubblici e privati diminuiscono. Molti comuni e enti turistici, un tempo fieri di ospitare le prove del CIRT, oggi non possono più permetterselo. Un rally genera centinaia di migliaia di euro di indotto, ma richiede anche un investimento che le piccole realtà locali non sono più in grado di sostenere.
Il problema più grave, però, non è economico. È politico e culturale. Negli ultimi anni, la federazione non ha mai messo in campo un piano di rilancio serio per la terra. Il CIRT è stato trattato come una categoria minore, un “campionato di transito” da gestire con il minimo sforzo.
Niente incentivi per gli equipaggi privati, nessuna politica di riduzione dei costi, nessuna riforma logistica e nessun trofeo menomarca (salvo le eccezioni del Trofeo N5, di MRF e Pirelli) Eppure, la terra è la base di ogni scuola rallistica. È lì che si imparano controllo, sensibilità, adattamento, doti che poi formano i piloti di alto livello. Molti dei nomi che il pubblico sogna di vedere in gara nel FIA ERC o WRC2 — da campioni affermati a giovani promesse — non corrono su terra da due o tre stagioni.
Ogni gara cancellata lascia dietro di sé non solo silenzio, ma anche lavoro perso e territori dimenticati. Significa meccanici fermi, hotel vuoti, ristoranti deserti, sponsor che si ritirano. Un rally come quello delle Marche avrebbe portato centinaia di persone a Urbino, in un week end che univa sport, turismo e tradizione. È un circolo vizioso che rischia di diventare definitivo. Gli addetti ai lavori lo dicono chiaramente: sotto le quaranta vetture di media per gara, il CIRT non può sopravvivere. E se i trend del 2025 verranno confermati, il 2026 rischia di segnare il punto di non ritorno. Tecnicamente, mediaticamente ed economicamente.
Servono misure concrete, non comunicati stampa. Un piano federale di rilancio, incentivi per i piloti privati, un calendario più compatto e sostenibile, un lavoro congiunto tra ACI, organizzatori e amministrazioni locali. Senza una visione, la terra italiana non tornerà mai fertile. Il CIRT non è mai stato solo un campionato: è una cultura, una scuola, un’identità. È la polvere che racconta storie di coraggio, i passaggi al limite tra boschi e colline, le meccaniche sporche ma vive. È la passione di chi non guarda il cronometro, ma il cielo e la strada insieme. Oggi, quella terra è arida. Prosciugata dall’indifferenza, dal disinteresse, dalle scelte sbagliate. Il Rally delle Marche, che doveva essere il simbolo della rinascita, sarà invece ricordato come il manifesto di un disastro annunciato.
La “terra” non ha più solo bisogno di piloti, ma di persone che abbiano il coraggio di crederci ancora. Perché un rally cancellato non è solo una gara che non si corre: è un pezzo di storia che scompare, un battito del cuore del motorsport italiano che si ferma. E se nessuno interverrà presto, l’unico rumore che resterà non sarà quello dei motori, ma il silenzio della polvere che non si alza più.









