Dedicato ai gufi che temono di guadagnare meno
I gufi continueranno a gufare. È nel loro codice genetico. Ma mentre loro contano le Rally2 mancate, qualcun altro conta le partenze, le sfide di classe, i distacchi ridotti. E scopre che un rally con più chilometri non è un mostro mangia-budget, ma una gara degna di questo nome. Se poi qualcuno preferisce restare appollaiato a ripetere che “non correrà nessuno”, può farlo.
Da quando la federazione Aci Sport ha annunciato l’aumento del chilometraggio nei rally italiani, il paddock si è diviso come sempre tra chi guarda il cronometro e chi guarda il portafoglio. Ma questa volta, quelli che guardavano il portafogli erano pochi, attempati e non sportivi. Così, mentre i primi hanno stappato idealmente lo spumante: più chilometri, più prove speciali, più sostanza sportiva. I secondi, invece, hanno iniziato a gracchiare come stormi autunnali appollaiati sui tetti dei parchi assistenza. “Non ci sono soldi”, “Avremo elenchi iscritti con poche Rally2”, fino al più apocalittico dei vaticini: “Non correrà nessuno”. Una sinfonia lugubre degna di un requiem regolamentare.
Poi, però, sono arrivati i numeri. E i numeri, a differenza dei gufi, non parlano per suggestioni. Parlano perché esistono. Centododici partiti alla Ronde Val Merula. Sessantanove alla Ronde del Canavese. Novantaquattro iscritti al Rally dei Laghi. E settantasette sulla al Rally Historic Vallate Aretine. Se questa è desertificazione, viene da chiedersi cosa sia la prosperità. Forse, per alcuni, prosperità significa solo una cosa: tante Rally2 in elenco e tanti contratti sponsor da intermediare.
Il punto centrale è proprio questo. L’aumento del chilometraggio non è una bizzarria tecnica, ma un tentativo – finalmente – di riportare normalità in un sistema che negli ultimi anni si era accorciato fino a diventare caricaturale. Rally nazionali ridotti a format compressi, chilometraggi che facevano sorridere i nostalgici del passato e sospirare chi ricorda quando una gara “valevole” implicava fatica, gestione gomme, strategia. Normalizzare significa restituire dignità sportiva. E la dignità, per definizione, non è un optional.
Perché allora tanto fastidio? Perché a ben vedere i contrari non sono la maggioranza dei piloti. Sono piuttosto alcuni – tra cui anche pochissimi organizzatori, va detto – e una certa fauna di intermediari che prospera su un modello molto preciso: quello della Rally2 come totem. Più Rally2, più budget importanti, più margine percentuale da mettere in saccoccia nella gestione sponsor. È aritmetica, non filosofia. Se il chilometraggio cresce, il costo complessivo sale. E allora qualcuno potrebbe iniziare a farsi due conti e decidere di scendere di categoria.
Ed ecco il vero spauracchio: il ritorno verso Rally3, Rally4, Rally5. Categorie che, improvvisamente, tornano ad avere senso in un contesto più lungo e selettivo. Perché su distanze maggiori conta la guida, conta la costanza, conta la capacità di interpretare la gara. E magari un equipaggio competitivo in Rally4 può togliersi soddisfazioni vere, in un gruppo nutrito, invece di fare comparsa in mezzo a Rally2 fuori portata tecnica o economica.
“Ma con quelle macchine non si trovano sponsor”, obiettano alcuni. Vero, in parte. Il fascino della Rally2, complice una comunicazione che l’ha eletta a categoria-regina dei campionati nazionali, è indiscutibile. Ma la domanda è un’altra: lo sponsor serve per correre o si corre per servire lo sponsor? Se il costo complessivo di una stagione in Rally4 è sensibilmente inferiore, il punto di pareggio si abbassa. Meno sponsor, meno pressione, meno ansia da prestazione travestita da marketing.
In uno sport non drogato esclusivamente dal dio denaro, il parametro dovrebbe restare la competizione. Nessuno ha mai imposto per decreto di correre nell’Italiano con una Rally2. Non esiste una prescrizione medica che reciti: “Obbligo di Rally2 anche se arrivi merdesimo”. E se i risultati latitano, forse il problema non è il chilometraggio aumentato. Forse è la scelta tecnica, o la valutazione delle proprie ambizioni. Perché lo sponsor, quello vero, guarda anche la performance. E se vede un ventesimo posto costante, magari decide di investire altrove. Salvo che ne abbia altro tipo di ritorno.
C’è poi un aspetto quasi filosofico. Meglio classificarsi terzo in una Rally4 con venti partenti, lottando decimo su decimo, o essere terzo su tre, quindi ultimo? La differenza non è solo statistica. È narrativa. È percezione. È valore sportivo. Una classe numerosa genera competizione, visibilità, racconto. Una classe rarefatta genera imbarazzo. Eppure per anni si è preferito inseguire la cilindrata, il badge, la categoria “alta”, anche a costo di impoverire la base. Perché “se corri con la rally2, lo sponsor te lo trovo io”…
L’aumento dei chilometri, paradossalmente, riequilibra il sistema. Costringe a scegliere in modo più razionale. Riporta l’attenzione sulla sostenibilità complessiva del progetto sportivo. Se correre diventa leggermente più impegnativo sotto il profilo economico, allora la scala tecnica torna ad avere senso. Rally5 per iniziare, Rally4 per crescere, Rally3 per consolidare, Rally2 per chi può davvero permettersela e valorizzarla. È una piramide, non un’ossessione collettiva per il vertice.
I numeri delle prime gare dimostrano che la base non è spaventata. Centinaia di equipaggi hanno risposto presente. Non si sono fatti intimidire dai gracchiamenti. Hanno letto il regolamento, fatto i conti, deciso di partire. Questo significa che la passione, quella vera, è ancora il motore principale. E la passione non si misura in chilometri in meno, ma in chilometri percorsi.
Forse il problema è che l’aumento del chilometraggio riduce alcuni margini di guadagno. Sì, li riduce. Riduce la possibilità di impacchettare stagioni “prestigiose” con costi relativamente compressi e ritorni percentuali interessanti. Riduce la facilità di vendere l’illusione della categoria superiore come scorciatoia verso la gloria. Ma aumenta la coerenza del sistema. E uno sport coerente, alla lunga, è più sano.
I gufi continueranno a gufare. È nel loro codice genetico. Ma mentre loro contano le Rally2 mancate, qualcun altro conta le partenze, le sfide di classe, i distacchi ridotti. E scopre che un rally con più chilometri non è un mostro mangia-budget, ma una gara degna di questo nome. Se poi qualcuno preferisce restare appollaiato a ripetere che “non correrà nessuno”, può farlo. L’importante è che, nel frattempo, gli altri corrano davvero.








