Giovani, perché dovremmo seguire l’esempio francese
Il Rallye Jeunes è stato pensato per rimuovere le barriere economiche e culturali all’ingresso nel mondo delle corse: una selezione nazionale, con costi irrisori (20 euro d’iscrizione), aperta a giovani dai 17 ai 26 anni con una semplice patente di guida.
In un contesto come quello italiano, dove il motorsport rappresenta una tradizione culturale e industriale di prim’ordine ma resta troppo spesso elitario e scarsamente accessibile, ora che la federazione ha un nuovo presidente ci permettiamo di ricordare che già da un po’ bisognerebbe guardare con attenzione a modelli virtuosi come quello francese del Rallye Jeunes della FFSA. L’iniziativa, nata oltre trent’anni fa, non solo ha democratizzato l’accesso ai rally in Francia, ma ha anche rappresentato uno strumento efficace di selezione e formazione del talento puro, indipendentemente dalla provenienza sociale o dall’esperienza pregressa. L’Italia, con la sua ricchissima tradizione motoristica, non può più permettersi di ignorare esempi così riusciti.
Il Rallye Jeunes è stato pensato per rimuovere le barriere economiche e culturali all’ingresso nel mondo delle corse: una selezione nazionale, con costi irrisori (20 euro d’iscrizione), aperta a giovani dai 17 ai 26 anni con una semplice patente di guida. I candidati non necessitano di una licenza sportiva, e vengono valutati per le loro capacità tecniche e mentali attraverso prove pratiche, dall’agilità nel controllo dell’auto alla resistenza allo stress. Tutto questo all’interno di un percorso meritocratico, trasparente e aperto, in cui le opportunità vengono offerte in base al potenziale e non alla disponibilità economica.
È fondamentale sottolineare che questo non è un esercizio di “promozione sportiva” fine a sé stesso. Il programma ha dato i suoi frutti nel tempo, formando una generazione di campioni di livello mondiale: da Sébastien Loeb a Sébastien Ogier, da Yohan Rossel ad Adrien Fourmaux. Non si tratta di eccezioni fortunate, ma del risultato sistematico di un impianto formativo coerente, strutturato e accessibile. La FFSA non ha solo scoperto talenti: li ha coltivati e accompagnati nella transizione verso il professionismo, con percorsi di sviluppo personalizzati, supporto tecnico e accesso alle competizioni nazionali.
In Italia, un’iniziativa di questo tipo sarebbe non solo auspicabile, ma necessaria. Il nostro sistema motoristico resta ancora troppo concentrato su circuiti chiusi, dove la visibilità è riservata a chi può permettersi di investire somme ingenti sin dai kart. In un contesto sociale ed economico sempre più diseguale, questa dinamica non fa altro che restringere il bacino di selezione e disperdere talenti che non trovano vie d’accesso. Un programma come il Rallye Jeunes, se adottato dalla nostra federazione (ACI Sport), permetterebbe di far emergere nuove figure in grado di portare lustro al nostro Paese anche a livello internazionale.
Il modello francese non si limita però a replicare formule del passato. Negli ultimi anni ha saputo evolversi, integrando strumenti moderni come il sim racing, che consente una selezione virtuale durante eventi come la Paris Games Week, offrendo a giovani piloti digitali l’opportunità concreta di passare al mondo reale dei rally. È una scelta strategica e lungimirante, capace di intercettare una generazione connessa, digitalmente competente, ma spesso tagliata fuori dai circuiti tradizionali per motivi economici.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di modernità e giustizia sportiva: l’apertura a selezioni dedicate esclusivamente alle donne, prevista per il 2025. È un segnale forte, non simbolico, verso un motorsport finalmente capace di rimuovere anche le barriere di genere. Ancora oggi, la presenza femminile nei rally è esigua e spesso relegata a ruoli secondari: un programma che metta al centro il merito, senza distinzioni, è lo strumento più efficace per cambiare davvero la cultura del settore.
La lezione del Rallye Jeunes è chiara e attuale: costruire un sistema che parta dal basso, che valorizzi il talento al di là delle possibilità economiche e che sappia rinnovarsi restando fedele ai propri principi fondanti. L’Italia possiede tutte le risorse umane, tecniche e industriali per replicare – e, perché no, superare – il modello francese. Ma servono coraggio istituzionale, visione a lungo termine e una reale volontà di investire sulla base, non solo sull’élite. Non è più il tempo delle scuse né dei rimandi. Se vogliamo che il motorsport italiano possa eccellere nel futuro, dobbiamo essere umili e imparare da chi ha saputo trasformare la passione in opportunità, e il talento in campioni.









