Un giornale non è tale se dice solo quello che pensi tu
Quando l’informazione diventa identità. Il rischio della polarizzazione nei media tecnici che si lasciano strumentalizzare dai social network per ragioni di market(t)ing.
Negli ultimi giorni, alcuni lettori (non pochi) hanno sollevato una critica che merita attenzione: secondo loro, sulle nostre pagine online si darebbe troppo spazio (inteso semplicemente che si dà spazio) alla mobilità elettrica. Il punto, però, è che le critiche non riguardano tanto la qualità dei contenuti o l’equilibrio tra opinioni contrapposte. Ciò che viene messo in discussione è la legittimità stessa del tema. In altre parole: non è tanto il come se ne parli a suscitare reazioni negative, ma il fatto che se ne parli affatto. Questo atteggiamento rivela un mutamento culturale profondo che coinvolge l’intero ecosistema dell’informazione.
Tradizionalmente, un giornale — soprattutto una rivista tecnica e storica come TuttoRally — è un dispositivo critico: uno strumento progettato per ampliare le prospettive, analizzare tendenze, offrire interpretazioni che aiutino a orientarsi nella complessità. Ma oggi questo ruolo si sta trasformando. Sempre più spesso, i lettori non si avvicinano all’informazione per essere messi alla prova, ma per trovare conferma alle proprie convinzioni. Di fronte a contenuti che non rispecchiano fedelmente la propria visione del mondo, non si sviluppa un dissenso argomentato. Si manifesta invece una reazione di rigetto, quasi che la divergenza d’opinione fosse una forma di tradimento.
È il riflesso di un paradigma cognitivo diffuso nei social network, dove i contenuti vengono filtrati non sulla base del rigore o della rilevanza, ma in funzione dell’allineamento con il proprio sistema di valori. Questo meccanismo ha ormai contaminato anche la fruizione dell’informazione tradizionale: non si cercano più articoli ben documentati, ma testi che rassicurino, che rafforzino l’identità, che diano un senso di appartenenza. I media che inseguono questo approccio — consciamente o meno — si trasformano in bolle autoreferenziali. Si limitano a reiterare quello che il proprio pubblico vuole sentirsi dire, perdendo così la funzione originaria di filtro critico e strumento di mediazione tra sapere tecnico e opinione pubblica.
Il tema della transizione ecologica, e in particolare della mobilità elettrica, agisce in questo contesto come un potente catalizzatore di polarizzazione. Il problema reale è che l’elettrico viene imposto da istituzioni internazionali e governi come un percorso necessario (ma è una scusa, perché il vero problema è il consumo del suolo e l’eccessivo utilizzo di aerei e navi). Quindi, gran parte del pubblico lo percepisce come un’imposizione ideologica, una forzatura che mette in discussione abitudini consolidate, scelte di consumo e, in definitiva, uno stile di vita. L’auto elettrica diventa allora un simbolo: per alcuni, della modernità responsabile; per altri, di una deriva tecnocratica.
In questo scenario, il giornalismo tecnico si trova in una posizione estremamente delicata. Raccontare l’evoluzione dell’industria automobilistica, analizzare dati su emissioni, performance o infrastrutture di ricarica, spiegare gli orientamenti normativi europei, tutto questo viene percepito da molti come un atto di schieramento. L’informazione, anche se basata su fatti verificabili e fonti solide, viene interpretata come espressione di una parte. La neutralità stessa, in un clima così polarizzato, diventa sospetta. Si finisce per essere accusati di propaganda semplicemente per aver descritto un processo in atto. Eppure noi ci chiamiamo TuttoRally, quindi nel nome l’unica vera missione che abbiamo è quella di raccontare i rally e la loro evoluzione o involuzione. Sicuramente lecito che ogni automobilista scelga la vettura che preferisce e la motorizzazione che preferisce. Allo stesso modo, non sarebbe corretto se noi non raccontassimo (e questo è un concetto universale che vale per tutto)…
È un problema serio, che interroga non solo chi scrive, ma l’intero senso della professione giornalistica in ambito tecnico. Perché se si insegue il consenso, si tradisce la missione fondamentale dell’informazione: fornire strumenti di comprensione, non gratificazione emotiva. Ma se si sceglie di restare fedeli al rigore analitico, si rischia di risultare sgraditi, di perdere fiducia e lettori. È una tensione permanente tra accuratezza e popolarità, tra indipendenza e compiacimento.
Vale la pena domandarsi: qual è oggi la minaccia più seria per il giornalismo tecnico? Non è la crisi dell’edicola. Non è nemmeno la concorrenza degli influencer o la volatilità dei ricavi pubblicitari. La sfida più profonda è culturale. È la progressiva erosione del principio che l’informazione debba esistere anche — e forse soprattutto — quando ci mette a disagio. È il restringimento dello spazio per la complessità. È la fine della disponibilità ad accettare che possano esistere fatti che non confermano le nostre opinioni.
Difendere questo spazio è un dovere. Anche quando significa esporsi a critiche. Anche quando comporta il rischio di risultare impopolari. Perché l’alternativa — un’informazione prigioniera dell’ideologia, incapace di contraddire le aspettative del proprio pubblico — è la negazione del giornalismo stesso. È il trionfo della comunicazione come consumo identitario, dove la realtà non conta più, se non nella misura in cui può essere piegata a un racconto preconfezionato.
Forse, in futuro, il giornalismo tecnico non sarà più destinato alle masse. Forse parlerà a un pubblico più ristretto, ma disposto a confrontarsi con la complessità, a considerare il dubbio come valore, a distinguere tra descrizione e adesione. Se così sarà, non sarà un fallimento. Sarà, al contrario, il segno che vale ancora la pena credere in un’informazione che informa davvero. Anche — o forse soprattutto — quando non consola. Così, spassionatamente.









