La Commissione UE fulminata dall’elettrico
In ritardo, dopo avere distrutto il tessuto sociale e industriale europeo e dopo aver mandato in crisi quasi tutti gli Stati dell’alleanza, Ursula & Friends ammettono che non hanno capito cosa hanno fatto. Ma come sempre, un errore ignorato diventa un disastro.
Poche idee e ben confuse, le pressioni delle lobby ecologiste, che di ecologico hanno solo il nome, ed ecco che per anni la Commissione UE ha ragionato in modo unilaterale, con un atteggiamento simil nazi-comunista, e ha imposto le auto elettriche per salvare il pianeta. Ha imposto le famose quote carbon free arricchendo Elon Musk. Ha fatto leggi, questa Commissione UE, che manco Santa Maria Goretti avrebbe potuto immaginare un epilogo così indegno per l’Europa.
Il brutto è che Ursula & Soci, perché in questo caso parliamo di complicità, non capivano e non capiscono nulla di automotive, di motorsport e in fondo non capiscono nulla neppure di Europa: vedi vaccini, tasse, spese militari, gas, energia elettrica, eccetera.
Quindi, ora cosa è cambiato? Che in ritardo, dopo avere distrutto il tessuto sociale europeo, dopo aver mandato in crisi quasi tutti gli Stati dell’alleanza, adesso ammettono che non hanno capito cosa hanno fatto. E come sempre, un errore ignorato diventa un disastro.
La mia riflessione – che ovviamente è solo un umile parere personale – prende spunto dal fatto che la Commissione Europea ha recentemente avviato una consultazione pubblica sulle norme relative alle emissioni di CO₂ per automobili e veicoli commerciali leggeri, invitando cittadini e portatori di interesse a esprimere il proprio punto di vista. Una mossa tardiva, che giunge dopo anni di incomprensibili e violente decisioni unilaterali. Già nel settembre 2023 si poteva intravedere quanto fosse temerario riformare radicalmente l’intero ecosistema industriale automobilistico europeo appoggiandosi esclusivamente su un mandato elettorale. Non c’è stato alcun passaggio costituente, nessuna reale assunzione di responsabilità condivisa, nessun confronto autentico con i soggetti che vivono, producono e innovano in quel sistema. La transizione è stata proclamata, ma mai realmente spiegata. È stata codificata, senza che ne venissero illustrate le implicazioni. La scelta di bandire il motore endotermico non è stata trattata come una decisione politica profonda e strutturale, ma come una formalità tecnologica, come se si trattasse di aggiornare un protocollo, non di cambiare una civiltà produttiva.
Il linguaggio impiegato – intriso di termini come “inevitabile” e “non negoziabile” – ha trasformato una indubbia necessità, come quella ambientale, in un percorso lineare, esclusivo, impermeabile a dubbi e soluzioni alternative. Ogni obiezione è stata etichettata come nostalgica o sospetta, come se mettere in discussione l’impianto normativo fosse un atto di retroguardia o, peggio, di malafede. Non si è cercata una legittimazione sostanziale, ma solo una conformità automatica.
Adesso che le fragilità sono emerse con forza – la stagnazione della domanda, la fragilità degli investimenti, l’inadeguatezza dell’impianto normativo, l’aggressività commerciale cinese – la Commissione tenta di recuperare terreno attraverso una consultazione pubblica. Ma l’intento non è rivedere le fondamenta, bensì posticipare nel tempo la costruzione di un consenso mai ottenuto. Di fronte a una realtà che smentisce ogni eccesso di semplificazione, si cerca nella trasparenza un rimedio. Si moltiplicano i canali di ascolto, ma la traiettoria resta intatta. Il vuoto tra istituzioni e società non si colma aprendo un formulario online.
Le decisioni che riguardano il destino produttivo e sociale di milioni di persone non si notificano: si discutono, si sedimentano, si costruiscono con il coinvolgimento attivo di chi ne subirà le conseguenze. La politica ha chiesto alle imprese disciplina, ai lavoratori adattabilità, alla cittadinanza un’accettazione passiva. Ora che quell’architettura teorica si incrina sotto il peso del reale, si cerca una nuova legittimazione. Ma l’ascolto, per essere autentico, deve precedere la scelta, non seguire il fallimento. Consultare non basta. Bisogna ripartire. E riconoscere che non ogni errore nasce da un abuso, ma ogni errore negato si trasforma in un danno permanente.
Tra i danni meno visibili ma altrettanto profondi c’è anche il rischio di compromettere irrimediabilmente l’intero universo del motorsport europeo. Un continente che ha dato i natali alla Formula 1, alla 24 Ore di Le Mans, al WRC, alla MotoGP, rischia ora di soffocare il proprio patrimonio tecnico, culturale e formativo. Se l’elettrico divenisse l’unica via percorribile, intere filiere legate alla meccanica, alla ricerca motoristica, alla formazione professionale e alla cultura del racing verrebbero marginalizzate o cancellate. Il motorsport, che è sempre stato laboratorio di innovazione, spazio di competizione tecnologica e identità industriale europea, si troverebbe costretto a reinventarsi in modo artificiale, perdendo gran parte della sua funzione originaria e della sua attrattiva.
Non si tratta di opporsi alla transizione ecologica, ma di pretendere che essa non sia monolitica, non sia cieca alle complessità del tessuto produttivo, e che non sacrifichi settori interi sull’altare di un unico paradigma. Il rischio, altrimenti, non è solo industriale, ma culturale: perdere la capacità di coniugare innovazione e passione, sostenibilità e pluralismo tecnologico, futuro e memoria.







