Il Rally d’Italia, le maledizioni e il karma
In Italia, solo due realtà hanno dimostrato di poter reggere il peso di un Mondiale: la Sardegna e Roma. Le altre faticano persino con l’Europeo, segno che la distanza da colmare è ancora enorme.
Quello che abbiamo visto negli ultimi mesi, con il trasferimento della tappa italiana del WRC dalla Sardegna a Roma, è stato un laboratorio di emozioni, scontri e fraintendimenti che racconta molto del nostro modo di vivere lo sport. Non è la prima volta: succede nel calcio, succede nel ciclismo, e adesso lo stesso schema si ripete nei rally. Quando si parla con il cuore, spesso la testa rimane in secondo piano. E così, mentre un’isola intera si è sentita defraudata e reagisce con rabbia, nella Capitale si brinda a un traguardo che non nasce dal caso, ma da un lavoro lungo, metodico e costruito passo dopo passo.
A fare da cassa di risonanza a questo clima ci hanno pensato i social network, che hanno trasformato una questione complessa in un’arena di insulti e illazioni. C’è chi punta il dito contro la politica nazionale, chi se la prende con Max Rendina, chi accusa i giornalisti di corruzione (che poi l’unica cosa corrotta sono alcuni cervelletti), chi arriva addirittura a screditare gli stessi organizzatori sardi. Un fiume di veleno che non distingue più tra analisi e rancore, e che finisce per oscurare la verità: la scelta non è stata né improvvisata né dettata da favoritismi, ma dalla necessità di garantire un futuro al rally in Italia.
Molti, presi dalla nostalgia, invocano il ritorno del Sanremo. Una gara indimenticabile, certo, ma che non ha più le condizioni per tornare a ospitare il Mondiale. La FIA avrebbe voluto un percorso misto, e spostarlo in Toscana avrebbe significato perdere i sostegni economici del Comune ligure. Altri evocano regioni come Toscana, Veneto o Lombardia, che possono vantare rally affascinanti e ben organizzati, ma che non hanno mai avanzato un progetto concreto per ambire a una tappa iridata. Perché il WRC non funziona così: non basta avere strade spettacolari, serve un apparato logistico, politico ed economico che richiede anni di costruzione.
Ed è proprio qui che si gioca la differenza. In Italia, solo due realtà hanno dimostrato di poter reggere il peso di un Mondiale: la Sardegna e Roma. Le altre faticano persino con l’Europeo, segno che la distanza da colmare è ancora enorme. La Sardegna ha dato moltissimo per due decenni, e nessuno può negarlo: ha offerto scenari unici, prove spettacolari e un entusiasmo contagioso. Ma Roma, negli ultimi dodici anni, ha compiuto un salto di qualità che la distingue nettamente. Non è più soltanto una gara: è un evento che appartiene al tessuto culturale della Capitale.
La prova spettacolo al Colosseo è diventata una cartolina mondiale, riprodotta in tutto il globo. I telegiornali nazionali aprono servizi con immagini che fanno il giro delle famiglie italiane, portando il rally dove non era mai arrivato. Gli sponsor, che troppo spesso hanno snobbato il nostro sport per la scarsa visibilità televisiva, hanno cominciato a guardarlo con occhi diversi. In altre parole, Roma ha aperto le porte del rally a chi non era mai stato interessato: al grande pubblico, ai media generalisti, alle grandi aziende. È diventato un fenomeno di costume, uno degli appuntamenti simbolo della città accanto agli Internazionali di tennis.
Questo risultato non è frutto del caso. È il frutto di una visione: rendere il rally competitivo non solo sul piano sportivo, ma soprattutto su quello mediatico. Oggi, senza questo salto di comunicazione, nessun evento può sopravvivere. Pensare che il Mondiale possa restare confinato in una nicchia è pura illusione. Il Promoter non valuta soltanto le strade, ma la capacità di un Paese di trasformare la gara in uno spettacolo globale. Roma lo fa, e lo fa bene.
Detto questo, guai a considerare la Sardegna come una realtà “sconfitta”. Sarebbe ingiusto e profondamente sbagliato. L’Isola ha scritto pagine fondamentali di rallysmo internazionale, diventando un punto di riferimento. Ma il rischio era chiaro: con un rinnovo limitato a due anni, l’Italia avrebbe potuto perdere del tutto la sua presenza nel calendario WRC, cedendo il passo a nazioni più aggressive e meglio strutturate. Il nuovo scenario, invece, ci consegna certezze: ancora un’edizione mondiale in Sardegna, seguita da un Europeo di altissimo livello, e almeno quattro stagioni di WRC garantite a Roma.
Davanti a questa prospettiva, chi può davvero sostenere che sarebbe stato meglio restare fermi? La verità è che abbiamo salvato il futuro. Abbiamo evitato il peggio e guadagnato un orizzonte più lungo. Il rally italiano avrà ancora una dimensione mondiale e una dimensione europea, entrambe di altissimo profilo. È un privilegio, non una perdita.
E allora la domanda che dovremmo porci è: vogliamo davvero continuare a dividerci in tifoserie, insultarci a vicenda, augurarci sventure? O non sarebbe meglio sostenere chi, con coraggio e determinazione, ha permesso a questo sport di restare sotto i riflettori? La polemica di pancia non porta da nessuna parte. L’onestà intellettuale, invece, ci chiede di riconoscere i meriti di entrambi: alla Sardegna il grande onore di aver custodito il Mondiale per vent’anni, a Roma la capacità di garantire un futuro che altrimenti ci sarebbe sfuggito.
In definitiva, questa storia non è un dramma. È una fortuna. Abbiamo ancora una tappa mondiale, avremo un Europeo di spessore e due comitati organizzatori che, con modalità diverse, hanno dimostrato cosa significhi lavorare al servizio dello sport. Se amiamo davvero il rally, il nostro compito non è distruggere, ma sostenere. Non insultare, ma valorizzare. Non guardare al passato con rimpianto, ma al futuro con gratitudine.
Perché la verità è semplice: ci è andata bene. Molto meglio di quanto molti vogliano ammettere.







