Le Kadett che sfidarono il deserto della Dakar
Poca fortuna nel 1986 per Guy Colsoul ed Erwin Weber in gara con due prototipi della casa tedesca. Il progetto prese forma partendo dalla nuova Kadett E, ma già nel 1985 i vertici del marchio erano sotto pressione.
A metà degli anni Ottanta, in piena epoca Gruppo B, anche GM/Opel si rese conto che per competere ai massimi livelli del Mondiale Rally non bastava più evolvere modelli di serie: serviva una vettura leggerissima, a trazione integrale e con potenze superiori ai 500 cavalli. Da questa consapevolezza nacque uno dei progetti più affascinanti – e allo stesso tempo più misteriosi – della storia Opel: la Kadett E 4×4 Gruppo B, conosciuta in alcuni mercati come Vauxhall Astra Mk2.
Il progetto prese forma partendo dalla nuova Kadett E, ma già nel 1985 i vertici del marchio erano sotto pressione. Il pubblico, la stampa e la FIA volevano vedere una vera Gruppo B, capace di confrontarsi con mostri sacri come Peugeot 205 T16, Audi Sport Quattro e Lancia Delta S4. Il problema era uno solo: Opel non aveva ancora pronto un motore adeguato.
Per non presentarsi a mani vuote, Opel prese una decisione tanto audace quanto rischiosa. Al prototipo venne installato un motore turbo Ford/Zakspeed, un’unità da oltre 500 CV, molto simile – per architettura e trasmissione – a quella utilizzata da Martin Schanche nelle sue Escort Mk3 da rallycross. I loghi furono accuratamente rimossi, nella speranza che nessuno si accorgesse dell’origine del propulsore. Ma la speranza durò poco. La stampa specializzata si accorse immediatamente che sotto il cofano della Kadett batteva un cuore Ford. Il risultato fu un vero e proprio disastro mediatico, che costrinse Opel a ritirare il prototipo dalla scena pubblica quasi subito, relegandolo a test lontani dai riflettori.
In totale vennero realizzati quattro prototipi della Kadett E da competizione. Oltre alla famigerata versione con motore Zakspeed, ne esistevano altre tre, tutte equipaggiate con evoluzioni del 2.4 litri 16V già visto sulla Manta 400. Una era dotata del compressore Sprintex, pensata come prototipo per il Gruppo S, la categoria che avrebbe dovuto sostituire il Gruppo B. Invece due vetture aspirate con la trazione integrale vennero preparate per la Paris-Dakar 1986, adattate a un utilizzo raid, con potenze decisamente inferiori rispetto al prototipo Gruppo B, ma maggiore affidabilità. Una venne affidata ai belgi Guy Colsoul ed Alain Lopes, già quarti nel 1984 con un’Opel Manta mentre l’altra fu per i tedeschi Erwin Weber e Gunter Wanger. Entrambe le vetture arrivarono in fondo anche se oltre la trentesima posizione, soprattutto per problemi alle sospensioni.
Una delle Kadett “Dakar” è sopravvissuta ed è tuttora visibile. L’altra vettura venne trasformata nella potentissima vettura da rallycross a motore turbo di John Welch.








