Perché si è interrotto al “Monte” il record di M-Sport
Il team di Malcolm Wilson ha vissuto fasi molto diverse. Dai cicli vincenti con Marcus Grönholm e Mikko Hirvonen, piuttosto che Ott Tänak, passando per il titolo Mondiale di Sebastien Ogier nel 2017, fino agli anni più recenti segnati da line-up giovani, budget ridotti e ambizioni realisticamente limitate al piazzamento.
Al Rallye di Monte-Carlo 2026, in modo quasi silenzioso, senza comunicati ufficiali né titoli a effetto (anche perché, ovviamente, al team non può far piacere dover prendere atto della realtà), si è chiuso uno dei record più longevi e sottovalutati dell’intera storia del WRC moderno: la striscia di 231 rally consecutivi a punti costruttori per M-Sport, iniziata nel non lontano ma neppure vicino 2002 e interrotta proprio sulle strade del Principato, dove i più impreparati hanno pagato dazio.
Un dato di fatto (amaro), quella dell’interruzione di un record, che letto così, potrebbe sembrare una semplice curiosità statistica. In realtà racconta molto di più. Racconta la parabola di una struttura che da semi-ufficiale è diventata sempre più privata, ma capace per oltre vent’anni di rimanere stabilmente nel cuore della classifica del Mondiale Rally, attraversando regolamenti, crisi economiche, rivoluzioni tecniche e cambi generazionali senza mai scomparire dal tabellino dei risultati che contano.
La striscia, che definire fortunata sarebbe offensivo, inizia ufficialmente al Rallye Monte-Carlo 2002 con la Ford Focus RS WRC e un team M-Sport ancora pienamente integrato nel progetto ufficiale Ford. Da quel momento, gara dopo gara, stagione dopo stagione, il team britannico ha sempre piazzato almeno una vettura nei primi dieci assoluti conquistando punteggio valido a concorrere al titolo Costruttori.
In 231 rally consecutivi M-Sport ha attraversato quattro generazioni tecniche di vetture – Focus WRC, Fiesta WRC, Fiesta WRC Plus e Puma Rally1 prima ibrida e poi senza powertrain – e tre cicli regolamentari profondamente diversi, senza mai interrompere quella continuità minima che garantiva la presenza nei punti.
Il valore reale di questo record non sta tanto nel numero in sé (che comunque è impressionante), quanto nella sua estensione temporale: oltre ventitré stagioni di WRC senza mai “bucare” completamente una gara. Nel frattempo sono scomparsi diversi team ufficiali, da Peugeot a Citroën, da Subaru a Mitsubishi, passando per Suzuki, mentre M-Sport è rimasta lì, spesso in silenzio, spesso ai margini del racconto mediatico, ma sempre presente.
A differenza di altri primati, questo non racconta una storia di dominio. Non è il record di vittorie di Sébastien Ogier o di titoli di Toyota. È un record di resilienza umana e di resistenza strutturale, che fotografa la vera identità sportiva di M-Sport: non essere necessariamente il team più veloce, ma non essere mai completamente fuori dal gioco. In qualche modo, esserci sempre. Anche se non si corre per vincere (?!).
In questo arco di tempo, il team di Wilson ha vissuto fasi molto diverse. Dai cicli vincenti con Marcus Grönholm e Mikko Hirvonen, piuttosto che Ott Tänak, passando per il titolo Mondiale di Sebastien Ogier nel 2017, fino agli anni più recenti segnati da line-up giovani, budget ridotti e ambizioni realisticamente limitate al piazzamento.
Eppure, anche nei momenti più difficili, la squadra è sempre riuscita a salvare almeno un risultato utile, non solo la faccia. A volte con un pilota di esperienza, altre con una gara d’attrito, altre ancora grazie a una gestione tattica intelligente in contesti caotici, altre grazie ai problemi dei rivali. Era una sorta di assicurazione implicita: M-Sport c’era sempre.
Il fatto che il record si interrompa proprio al Rallye Monte-Carlo, laddove tutto è cominciato, ha un valore storico e simbolico fortissimo. Il “Monte” è da sempre il rally della competenza pura, dell’esperienza, della capacità di leggere condizioni mutevoli. È storicamente una gara dove M-Sport, anche nei periodi tecnicamente più deboli, aveva spesso compensato con preparazione e strategia, come quando Loeb vinse con la Puma sulla Toyota di Ogier.
Non ottenere nemmeno un punto Costruttori proprio qui significa certificare che la difficoltà attuale non è episodica, ma strutturale. Non è un incidente di percorso, è il risultato coerente di un divario che si è allargato progressivamente negli ultimi anni.
Il dato diventa ancora più significativo se si considera che quando è stato eliminato l’ibrido, a partire dal 2025, avrebbe dovuto teoricamente livellare le prestazioni. In pratica, Toyota e Hyundai sono riuscite comunque a mantenere un vantaggio netto, mentre M-Sport non ha colmato il gap.
La Puma Rally1 è una vettura solida sul piano dell’affidabilità, ma non ha mai espresso un vero picco prestazionale. La mancanza di sviluppo continuo, legata a risorse economiche inferiori e a una struttura meno estesa rispetto ai rivali, si è tradotta in un’auto costantemente a mezzo secondo o un secondo al chilometro nei confronti diretti.
In un WRC sempre più corto, compatto, veloce e competitivo, questo margine è semplicemente insostenibile. Non basta più portare a casa la macchina. Serve velocità pura. E quella, oggi, M-Sport non sembra averla.
A questo si aggiunge un secondo fattore decisivo: l’assenza di un pilota di riferimento in grado di garantire il risultato minimo. Nei vent’anni del record, M-Sport ha sempre avuto almeno una figura capace di salvare la classifica anche nei rally più difficili. Oggi questa figura non esiste. Il team ha investito sui giovani, ma senza una “polizza punti” il rischio di rimanere fuori dalla top ten diventa sistemico. Gli resta la soddisfazione di poter galleggiare attraverso la “polizza noleggi”. Magra soddisfazione, a ben vedere.
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