Chi era Martin Holmes? Storia di un super eroe
Nelle parole di Holmes, l’unico modo per lasciare un segno duraturo nello sport è essere, semplicemente, il migliore. Per questo, la sua lista dei quattro piloti più incisivi e influenti della storia del Campionato del Mondo Rally coincide con i nomi più vincenti della disciplina.
Sono state quasi cinque le decadi in cui Martin Holmes ha seguito da vicino il Campionato del Mondo Rally, prima seduto nel sedile di destra e poi con il taccuino in mano, firmando lungo quel percorso alcuni dei più importanti reportage internazionali di rally per TuttoRally. Con circa 500 gare di Mondiale vissute direttamente sul campo, ricordiamo il giorno in cui gli chiedemmo di scegliere, tra decenni di prove speciali e polvere, i piloti che più lo avevano segnato.
Nelle parole di Holmes, l’unico modo per lasciare un segno duraturo nello sport è essere, semplicemente, il migliore. Per questo, la sua lista dei quattro piloti più incisivi e influenti della storia del Campionato del Mondo Rally coincide con i nomi più vincenti della disciplina. Curiosamente, tutti hanno gareggiato nel periodo di vita di TuttoRally, che attraverso oltre 300 rally iridati ha seguito da vicino le imprese e l’evoluzione del “gruppo dei quattro”.
Come Holmes sottolineava, la scelta era inevitabilmente soggettiva, ma chiara: per lui Carlos Sainz è stato il più grande pilota di rally di sempre, e le statistiche non facevano che confermare un’impressione costruita speciale dopo speciale. Accanto a Sainz, Juha Kankkunen, Colin McRae e Tommi Mäkinen erano, nella sua prospettiva, gli uomini che avevano modellato l’immagine della disciplina negli ultimi due decenni.
Carlos Sainz, “El Matador”
Per Martin, le 26 vittorie di Carlos Sainz nel Mondiale e i due titoli conquistati non raccontano tutta la storia di un percorso profondamente legato anche al Portogallo. Quando lo spagnolo già vinceva tappe alla Dakar, Holmes evocava la memoria della vittoria nella prima prova speciale del Rally del Portogallo 1987, alla sua prima apparizione in una gara valida per il Mondiale.
Per Martin Holmes questo pilota rappresentava molto più di un semplice palmarès: Sainz fu il grande responsabile dell’ingresso dei rally nel cuore della popolarità spagnola e dell’iscrizione del suo Paese nella mappa del Mondiale. Nel 1991, appena un anno dopo aver ottenuto i suoi primi quattro successi e il primo titolo iridato, la Spagna ospitava finalmente una gara valida per il campionato e Sainz diventava uno degli sportivi più popolari del Paese.
Nelle parole di Holmes, sarebbe difficile sostenere che Carlos Sainz sia stato baciato dalla fortuna; anzi, spesso è accaduto esattamente il contrario. Il successo di “El Matador” si fondava, per Martin, sulla sua impressionante determinazione e su un assoluto professionalismo in ogni aspetto della competizione, facendone il paradigma del pilota di rally moderno e un modello per un’intera generazione. Carlos è stato “solo” due volte campione del mondo, ma ha perso in modo beffardo altri due titoli che, sulla carta, avrebbero potuto essere suoi.
Colin McRae, leggenda britannica
Holmes amava contrapporre l’immagine di Colin McRae alle rovine meccaniche che spesso lasciava sulle prove speciali, proprio per rafforzare l’idea che, nonostante tutto, lo scozzese meritasse il posto di secondo miglior pilota di rally di sempre nella sua lista. Le statistiche, sottolineava, parlavano chiaro: dopo Sainz, McRae era il pilota con più vittorie in gare valide per il Mondiale e, come lo spagnolo, aveva vinto due volte il Rally del Portogallo.
Per Martin Holmes, Colin personificava una svolta epocale. Fu il primo pilota britannico a vincere un rally iridato fuori casa e il primo suddito di Sua Maestà a laurearsi Campione del Mondo Rally. Ma il contributo di McRae andava oltre i tempi sul chilometro: lui e il suo entourage seppero gestire come nessun altro una popolarità enorme, sia dal punto di vista sportivo che commerciale, fino a diventare il pilota più pagato della storia della disciplina e a prestare il suo carisma a nuovi prodotti, come la celebre saga di videogiochi che portò i rally in milioni di case.
Nelle parole di Holmes, Colin portò nel Mondiale una combinazione rara di concentrazione assoluta sul risultato e uno stile di guida temerario e aggressivo, che mantenne anche dopo il grave incidente del 2000 in Corsica, come dimostrarono le cinque vittorie ottenute dopo il cambio di millennio. Purtroppo divenne tanto famoso per i trionfi indimenticabili quanto per gli incidenti spettacolari; pochi piloti distrussero così tanto materiale di vertice.
Holmes insisteva che non fosse un difetto, ma un tratto del carattere: la dedizione totale e l’impegno massimo lo spingevano talvolta oltre il limite, anche se col tempo questi eccessi divennero più rari. La vittoria al Safari del 1997, ricordava, mostrò un McRae capace di controllarsi, esibendo una freddezza assoluta che lo rendeva immune alla pressione, il più grande nemico di qualsiasi pilota di élite.
Tommi Mäkinen, Maximum Attack 2
Il passo successivo della lista di Holmes conduceva a Tommi Mäkinen, il finlandese più vincente della storia dei rally. La tradizione vuole che i piloti finlandesi siano i migliori al mondo, ma, come Holmes amava sottolineare, le statistiche non sempre confermano il mito; tuttavia, Mäkinen e il connazionale Kankkunen avevano, per lui, un posto garantito nella galleria dei grandi, come unici piloti capaci di conquistare quattro titoli mondiali, con Tommi che aveva la particolarità di averli ottenuti consecutivamente.
Martin insisteva su un punto: sebbene Mäkinen avesse vinto un rally con la Ford e uno con la Subaru, fu il lungo legame con la Mitsubishi a segnare davvero la storia di questo sport. Durante il suo periodo d’oro, tra il 1995 e il 2001, le vetture della casa giapponese raramente furono le più performanti in termini assoluti; tecnicamente conservative, puntavano su affidabilità, robustezza e, soprattutto, sul talento di Tommi per garantire un dominio senza precedenti.
Per Holmes, guardare oggi a quel ciclo vincente della Mitsubishi significa comprendere meglio la dimensione del pilota. Mäkinen era un fuoriclasse capace di trascinare un’intera squadra, un vero capofila, e di interpretare come pochi ogni strategia di gara verso il titolo. Era, nelle parole di Martin, il maestro del “last stage attack”: il colpo decisivo nelle speciali finali, quando tutto si decideva. Esempio: il Rally del Portogallo 2001.
Juha Kankkunen, l’uomo della transizione
Juha Kankkunen, ricordava Holmes, era un caso a parte: uno stile completamente diverso da quello di Mäkinen, ma terribilmente efficace. Lasciò il segno negli anni Ottanta, prima al volante dei “mostri” del Gruppo B come la Peugeot 205 T16, e poi con la Lancia nell’era del Gruppo A. Per Martin questo pilota rappresentava la figura di transizione per eccellenza, campione del mondo negli anni che rivoluzionarono la disciplina e, più tardi, di nuovo nel 1993 con la Toyota.
A differenza di Tommi, che si fuse quasi con un solo marchio, Juha guidava qualsiasi cosa gli venisse messa in mano. Holmes non ignorava i suoi punti deboli: pessimo nei giochi di potere, si demotivava facilmente quando l’ambiente non era ideale ed era l’antitesi del pilota-star.
Nella sostanza, sottolineava Martin, era solo un ragazzo di campagna diventato una stella internazionale senza mai perdere la semplicità e la purezza che lo resero una delle figure più autentiche del paddock.
Markku Alén, un posto nel cuore
Nel chiudere la sua riflessione, Holmes lasciava spazio alle cause giuste e ai piloti che la sorte e la storia non avevano trattato con la stessa generosità. Nel suo cuore, ricordiamo, due nomi occupavano un posto speciale: Stirling Moss, mai campione del mondo di Formula 1, e Markku Alén, che mantenne il titolo di Campione del Mondo Rally per soli undici giorni, prima che la FIA ordinasse il ricalcolo dei risultati e glielo revocasse.
Per Martin, la carriera di Alén riassumeva un’intera epoca dei rally. Il finlandese vinse per la prima volta il Rally del Portogallo nel 1975 e l’anno successivo regalò alla Fiat 131 Abarth il suo primo successo in Finlandia, avviando una carriera ricca di trionfi in Gruppo 4, Gruppo B e Gruppo A, quasi sempre al volante di vetture italiane.
Uno degli aspetti che più lo affascinava era la possibilità di intuire quasi sempre cosa Alén avrebbe fatto in un rally semplicemente guardandolo negli occhi: successo e frustrazione erano sempre lì, in superficie.
Motivato e con una buona macchina, diventava un avversario durissimo, anche in anni in cui le liste iscritti comprendevano nomi come Walter Röhrl, Miki Biasion, Hannu Mikkola o Ari Vatanen, e in cui il podio finale era tutt’altro che scontato.
Nelle parole di Holmes, Alén ha sempre corso con lo stesso entusiasmo con cui un adolescente prende per la prima volta il volante di una vettura sportiva, e questa gioia traspariva in una guida allo stesso tempo spettacolare ed efficace. Se si guardano solo le statistiche, Markku può non figurare tra i campioni ufficiali; per Martin, questo non gli ha mai tolto lo status di campione in ciò che davvero conta.
Perché Holmes conta ancora
Prima di tutto, perché non ci sarà mai un altro giornalista del WRC come lui. La sua passione era ineguagliabile. Rileggendo oggi queste scelte, si comprende come lo sguardo di Martin Holmes sia una chiave per capire l’evoluzione del Campionato del Mondo Rally e il modo in cui lo sport si è reinventato, dai mostri del Gruppo B alla professionalizzazione estrema dell’era moderna.
Per noi, resta prezioso tornare alle sue parole perché in esse troviamo più dei numeri: vediamo come Sainz, McRae, Mäkinen, Kankkunen e Alén hanno modellato la cultura dei rally, il rapporto con le squadre, i tifosi e i costruttori. Recuperando la lettura che Holmes faceva di questi piloti, recuperiamo anche una memoria viva di quattro decenni di prove speciali, che aiuta a spiegare perché queste figure restano riferimenti imprescindibili per chi oggi continua a raccontare la storia del Mondiale.
Se Martin Holmes fosse ancora qui, la sua perspicacia avrebbe avvertito molto prima chi di dovere che i rally non stavano andando nella direzione giusta. E le cose non sarebbero nello stato in cui si trovano oggi.









