Il Rally di Svezia 1979 e la Saab 99 Turbo
La vittoria di Stig Blomqvist al Rally di Svezia 1979 resta quindi una pietra miliare: non tanto per il numero di successi che ne seguirono per Saab, quanto per aver aperto una nuova era tecnica nel Mondiale Rally. In un certo senso, quella Saab 99 Turbo rappresentò il ponte tra il rally “classico”, dominato da motori aspirati e potenze relativamente contenute, e il rally moderno, fatto di soluzioni estreme.
La storia del Campionato del Mondo Rally è costellata da migliaia di episodi che meritano di essere raccontati, non solo per il loro valore sportivo, ma anche per l’impatto tecnico e culturale che hanno avuto sull’evoluzione della disciplina. Accanto alle grandi vittorie, ai titoli mondiali e alle rivalità tra piloti e costruttori, esistono infatti momenti chiave che hanno segnato svolte decisive nello sviluppo delle vetture da rally. Tra questi, uno dei più significativi è senza dubbio l’introduzione del turbocompressore ai massimi livelli del Mondiale, un passaggio che ha cambiato per sempre il modo di concepire le prestazioni nei rally.
Prima che il turbo diventasse un elemento quasi imprescindibile nelle competizioni, fu una casa relativamente piccola, ma estremamente innovativa come Saab, ad aprire la strada. La vittoria della Saab 99 Turbo al Rally di Svezia del 1979 non fu soltanto un successo sportivo, ma rappresentò un autentico spartiacque tecnico nella storia del WRC: la prima affermazione assoluta di una vettura sovralimentata in una prova del Campionato del Mondo Rally.
Saab, una tradizione solida nei rally
Per comprendere la portata di quell’evento, è necessario contestualizzare il ruolo di Saab nel panorama rallistico degli anni precedenti. La casa svedese aveva costruito una reputazione estremamente solida fin dagli anni Sessanta, quando le sue vetture, compatte, robuste e dotate di un’eccellente trazione sulle superfici scivolose, si erano dimostrate particolarmente competitive nelle gare nordiche.
Modelli come la Saab 96 V4 avevano ottenuto risultati di grande rilievo, contribuendo a forgiare l’immagine del marchio come specialista delle condizioni difficili: neve, ghiaccio, sterrato e fondi a bassa aderenza. In questo contesto si era affermato uno dei piloti più rappresentativi della storia del rally, Stig Blomqvist. Il pilota svedese, vincitore di 11 rally validi per il WRC, aveva costruito gran parte del proprio palmarès proprio al volante delle Saab ufficiali, prima con la 96 V4 e poi con la Saab 99 EMS a motore aspirato.
La Saab 99 EMS, dotata di un quattro cilindri a 8 valvole, rappresentava l’evoluzione naturale della filosofia tecnica del marchio: affidabilità, coppia ai bassi regimi e comportamento prevedibile. Tuttavia, alla fine della stagione 1977, l’omologazione della 99 EMS giunse a scadenza, costringendo Saab a cercare nuove soluzioni per rimanere competitiva in un contesto sempre più dominato da vetture potenti come la Ford Escort RS1800.
La necessità di innovare: il turbo
Di fronte alla necessità di estrarre maggiore potenza dal proprio motore, Saab si trovò davanti a un bivio. Continuare a sviluppare l’aspirato avrebbe richiesto interventi profondi, con margini di crescita limitati. La casa svedese, tuttavia, non partiva da zero sul fronte della sovralimentazione.
Già all’inizio degli anni Settanta, Saab aveva sperimentato l’uso del turbocompressore nel rallycross, montando un sistema di sovralimentazione su una Saab 96 da competizione. Quelle esperienze, seppur lontane dai riflettori del Mondiale Rally, avevano permesso agli ingegneri di accumulare conoscenze preziose sulla gestione termica, sull’erogazione della potenza e sull’affidabilità di un motore turbo in condizioni estreme.
Forte di questo bagaglio tecnico, Saab decise di applicare un turbocompressore Garrett T03 al motore della Saab 99 destinata ai rally. Il risultato fu una vettura profondamente diversa da qualsiasi altra presente nel WRC dell’epoca: una due ruote motrici capace di sviluppare circa 270 cavalli, una potenza eccezionale per la fine degli anni Settanta, soprattutto su fondi a bassa aderenza.
Una “bestia” difficile da domare
La Saab 99 Turbo da rally non era una vettura facile da guidare. Il turbocompressore dell’epoca soffriva di un marcato ritardo di risposta, il cosiddetto “turbo lag”, che rendeva l’erogazione della potenza brusca e imprevedibile. Su neve e ghiaccio, questo comportamento poteva trasformarsi in un’arma a doppio taglio: devastante se sfruttata correttamente, pericolosa se gestita con eccessiva aggressività.
Il compito di domare questa “bestia” da 270 cavalli fu affidato a Stig Blomqvist, uno dei piloti più completi e intelligenti del periodo, dotato di una sensibilità straordinaria nella gestione del gas e della trazione. La combinazione tra l’esperienza del pilota svedese e l’innovazione tecnica della vettura rappresentava un azzardo calcolato, ma anche una scommessa sul futuro.
L’esordio della Saab 99 Turbo nel Mondiale avvenne al Rally RAC del 1978, una delle gare più dure e selettive del calendario. Il debutto, tuttavia, non fu fortunato: Blomqvist fu costretto al ritiro a causa della rottura di un semiasse. Un problema meccanico che, se da un lato evidenziava la fragilità iniziale del progetto, dall’altro non metteva in discussione il potenziale della vettura.
Svezia 1979: una vittoria storica
L’anno successivo, nel 1979, arrivò il momento destinato a entrare nella storia. In occasione del Rally di Svezia, gara di casa per Saab e per Blomqvist, la 99 Turbo si presentò con uno sviluppo più maturo e una maggiore affidabilità. Le condizioni tipiche della prova scandinava, con strade innevate e temperature rigide, esaltavano le caratteristiche del motore turbo, capace di offrire una coppia superiore rispetto ai propulsori aspirati della concorrenza.
Blomqvist, affiancato dal navigatore Björn Cederberg, disputò una gara impeccabile, sfruttando al massimo la potenza della Saab senza eccedere nei rischi. Il risultato fu una vittoria netta, con oltre un minuto di vantaggio sulla Ford Escort RS1800 di Björn Waldegård. Al terzo posto si classificò Pentti Airikkala su Vauxhall Chevette, a ulteriore testimonianza di quanto la Saab avesse fatto la differenza in termini di prestazioni.
Quella vittoria rappresentò la prima affermazione assoluta di un’auto turbocompressa nel Campionato del Mondo Rally. Un evento di portata storica, che dimostrò in modo inequivocabile il potenziale della sovralimentazione anche nelle competizioni su strada aperta, non solo in pista o nel rallycross.
Nonostante il valore simbolico e tecnico di quella vittoria, la parabola della Saab 99 Turbo nel WRC fu sorprendentemente breve. La vettura non riuscì a imporsi con continuità nel corso della stagione 1979. Blomqvist tornò al Rally RAC più tardi nello stesso anno, ma fu nuovamente costretto al ritiro, questa volta nelle foreste di Kielder.
Poco dopo, Saab prese la decisione di ritirarsi progressivamente dalle competizioni rally di alto livello, fino all’uscita definitiva nel 1980. Le ragioni furono molteplici: costi crescenti, una strategia aziendale orientata maggiormente verso la produzione di serie e la consapevolezza che, per competere stabilmente ai massimi livelli, sarebbero stati necessari investimenti ancora più ingenti.
L’eredità della Saab 99 Turbo
Sebbene la Saab 99 Turbo possa essere definita una “meraviglia effimera”, il suo impatto sulla storia del WRC è stato enorme. Quel progetto dimostrò che il turbocompressore non era soltanto una soluzione sperimentale, ma una strada concreta e vincente per aumentare le prestazioni nei rally. Negli anni successivi, sempre più costruttori avrebbero adottato la sovralimentazione, fino all’esplosione tecnologica dell’era Gruppo B, dove il turbo divenne protagonista assoluto.
La vittoria di Blomqvist in Svezia nel 1979 resta quindi una pietra miliare: non tanto per il numero di successi che ne seguirono per Saab, quanto per aver aperto una nuova era tecnica nel Mondiale Rally. In un certo senso, quella Saab 99 Turbo rappresentò il ponte tra il rally “classico”, dominato da motori aspirati e potenze relativamente contenute, e il rally moderno, fatto di soluzioni estreme, ricerca tecnologica e prestazioni sempre più elevate.
A distanza di decenni, quel successo viene ricordato come uno dei momenti più significativi della storia del WRC: la dimostrazione che anche un costruttore fuori dai grandi giochi poteva, con coraggio e visione tecnica, cambiare per sempre le regole del gioco.









