In memoria di Giovanni Falcone: una Delta racconta
Trent’anni dall’ultimo Mondiale Rally in casa Lancia, trent’anni dall’ultima vittoria di una Delta nel Campionato del Mondo.
È innegabile che la berlinetta torinese, nata come mezzo di locomozione per famiglie e premiata come migliore auto dell’anno nel 1979, abbia lasciato un segno profondo nel Motorsport.
Evolutasi da vettura di classe media a dominatrice delle Prove Speciali di tutto il globo terraqueo tra il 1987 e la prima metà degli anni 90, la Delta è già da qualche anno oggetto di culto per appassionati e collezionisti. Di lei si sa tutto e si conoscono le storie delle varie versioni da gara più o meno blasonate come quella targata TO45703S con cui Auriol-Occelli vinsero al Monte-Carlo 1992 o la TO13719T che segna l’ultima vittoria nel mondiale al Sanremo 92 con Aghini-Farnocchia. Una storia gloriosa, una storia fatta di grandi successi che ha reso la Delta l’indiscussa protagonista di tante storie di Sport.
Ma non tutte quelle che hanno corso possono vantarsi della propria carriera e ce n’è una in particolare che è passata alla storia per una delle più drammatiche pagine della cronaca nera italiana proprio trent’anni fa.
Questa è la sua storia e ce la racconta lei in prima persona.
Mi ricordo bene di quando ero a Chivasso. Non avevo ancora mosso i primi passi ed avevo intorno tanti umani che si prendevano cura di me stringendo viti e bulloni, assemblando parti grandi e piccine e nel farlo parlavano tra di loro. Sentii dire che per avere una vita bella, a volte, basta trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Non ebbi subito chiaro il significato di questa frase che però continuava a risuonarmi nella testa. Dopo qualche giorno, l’ultimo umano che mi aveva in cura, si sedette al posto guida e girando la chiave nel blocchetto d’accensione esclamò: “musica maestro!” e prosegui “ora andrai a fare felice qualche famiglia. Divertiti e ricordati che tu non sei un auto qualsiasi, sei una Lancia. Non sei nemmeno una Lancia qualsiasi, sei una Delta e non una a caso ma una Integrale Sedici Valvole!”. Sentivo una certa responsabilità nel portare questo nome così altisonante, ma anche in questo caso non ne capivo bene il perché.
Tutto mi fu più chiaro quando scesi dalla bisarca che mi aveva portato assieme a due Prisma, una Thema usata e sei Y10, in una concessionaria di Modena. Lungo il viaggio, la Thema, che aveva già 3 anni di vita e 80.000 chilometri, mi raccontò perché ero stata progettata in maniera così diversa dalle altre Delta e qual era la mia destinazione d’uso, mi spiego i misteri racchiusi nell’esistenza delle automobili e della nostra impossibilità di comunicare col mondo esterno. Mi disse che facevo parte di una grande dinastia e ribadì che se mi fossi trovata al posto giusto, nel momento giusto, avrei anche potuto diventare un pezzo di storia. Una volta lavata ed asciugata con cura, mi fecero entrare in un grande salone espositivo dove c’erano altre sorelle Lancia ed Autobianchi: mi sentii subito osservata ma anche ammirata. Di fronte alla mia postazione c’erano dei poster con le mie parenti da corsa di cui già mi aveva parlato la Thema: una Fulvia HF, una Stratos, una Rally che però tutti chiamavano 037, una S4 ed altre Delta. Su tutti quei poster c’era scritto “Campione del Mondo Rally”.
La sera, quando si chiudevano le luci e tutti uscivano dal salone, iniziavo a fantasticare sul fatto che anche io un giorno, se mi fossi trovata nel posto giusto al momento giusto, avrei potuto diventare una macchina da corsa ed avrei calcato i più importanti palcoscenici del Motorsport.
Dopo circa una settimana, venni acquistata ed il mio nuovo proprietario mi portò a casa fiero e contento. Diedi il massimo fin da subito e lo feci divertire come un bambino col suo nuovo giocattolo. A volte uscivamo tutte le mattine, altre rimanevo chiusa per giorni nel garage. Sentivo che Gioacchino, il mio umano, parlava spesso di Rally e di corse in generale e mi ritenevo davvero fortunata a poter vivere con un appassionato che mi apprezzava senza se e senza ma. In una fredda giornata dei primi mesi del 1991, ci recammo in una officina specializzata nel preparare auto da rally e vidi che all’interno c’erano tante auto da corsa: “bellissimo”, esclamai tra me e me.
Quelle auto, a loro volta, quando mi videro, rimasero di sasso. Bisbigliavano “è lei! è una Sedici Valvole!”. Mi sentivo al settimo cielo e quando iniziarono a smontarmi pezzo per pezzo per allestirmi da gara, pensai davvero che la mia storia avrebbe preso la piega che desideravo e che quel giorno in concessionaria, mi ero trovata nel posto giusto al momento giusto per farmi comprare da un appassionato vero e non da un umano qualsiasi che magari mi avrebbe usata solo per andare a fare la spesa.
Arrivò così il 2 Giugno del 1991, e con Gioacchino La Barbera, il Mio umano, nato ad Altofonte in provincia di Palermo, il 23 Novembre 1959, corremmo la cronoscalata veronese Caprino-Spiazzi. Fu una grandissima girandola di emozioni; sentivo il motore salire di giri e le gomme stridere sotto il possente carico della trazione integrale, lo scarico sputava fuoco e fiamme ed ora si che si sentiva bene la mia voce! Era una bellissima melodia, metallica e rabbiosa, accompagnata dal soffio del turbo. “Che gioia immensa, che soddisfazione”, pensavo tra me e me e già mi immaginavo pronta a correre per tutto il resto dei miei giorni. Ma così non fu; Finita la gara tornai in officina e stetti lì per diverso tempo, poi mi smontarono un’altra volta e mi riportarono nelle condizioni di origine. Via l’assetto ribassato, via lo scarico, via il sedile ed il volante da corsa, via il roll bar. Il sogno era durato poco ma ero comunque contenta, perché almeno per un giorno mi ero sentita come la “TO 36177N”, una delle mie sorelle da Rally, quella che con il suo umano, anzi con i suoi due umani, aveva vinto il Rally di Montecarlo del 1990 ed il cui poster campeggiava davanti a me in concessionaria. Quando ripartii dall’officina mi ritrovai a percorrere un migliaio di chilometri in un ambiente a dir poco inospitale come l’autostrada. Una noia mortale durata un giorno ed una notte e che dalle campagne modenesi mi fece arrivare a Palermo. Non c’erano più né nebbia né freddo e tante belle strade di campagna. Strade che seppi essere leggendarie, le strade della “Cursa” come la chiamava Gioacchino e che non era altro che la gloriosa Targa Florio. Sentivo però che qualcosa era cambiato, il mio umano ora parlava sempre in dialetto ed io ci capivo più poco. I discorsi avevano toni sempre più concitati ed in luoghi mai frequentati in precedenza, come vecchie masserie o garage sotterranei, ma ero comunque contenta perché non mi mancava nulla: ero adorata. Passato l’inverno, nella primavera del 1992, tornammo ad uscire ed eravamo soliti fare dei bei giri verso Enna e Castelvetrano, per poi tornare a casa e percorrere la via parallela all’autostrada A29. Andavamo veloci, molto veloci, a 150, 160 all’ora su una strada a due corsie. Mi sembrava di essere ancora in gara a Caprino Veronese! Questo mi rendeva davvero felice. Ai primi di Maggio le nostre scorribande si intensificarono e si concentrarono proprio nel tratto veloce di fianco all’autostrada. Giri sempre più brevi e pause sempre più lunghe. Un giorno, era il 23 Maggio, percorremmo quella solita strada ad un andatura molto più bassa ed il mio umano stette tutto il tempo al telefono cellulare, una vera rarità in quegli anni, ed urlava che quelli “andavano troppo piano e che le cose non sarebbero andate come dovevano andare”. Io non ci capivo più nulla ma notai che di fianco a noi, sull’autostrada, correvano alla nostra andatura una sorella Thema e due cugine Fiat Croma. Strano, pensai, di solito sorpassiamo tutti senza battere ciglio. Poi d’improvviso deviammo dal percorso e ci mettemmo a camminare veloci: finalmente! pensai. Arrivammo in un posto dove non ero mai stata e c’erano un sacco di persone ad attenderci. Si gioiva ci si abbracciava e si stappavano bottiglie di champagne, come se avessimo vinto una gara, ma non avevamo vinto nulla. Quell’atmosfera di festa, contribuì e non poco, a farmi sentire sempre più coccolata, sempre più convinta di essere “al posto giusto nel momento giusto”. Ancora non sapevo che quella, sarebbe stata una delle mie ultime uscite. Gioacchino infatti dopo qualche tempo scomparve ed io non lo vidi mai più. Mi misero in un deposito, la polvere si accumulava sulla mia carrozzeria, le ruote si sgonfiavano e nessuno faceva più cantare il mio motore. Poi se ne andò anche la batteria ed iniziarono le perdite d’olio. Non mi sentivo più così fortunata, non mi sentivo più la sorella delle Delta Campioni del Mondo. Le persone che mi passavano vicino raccontavano storie orribili, storie di gente morta ammazzata e dicevano che era anche colpa mia. Arrivarono a dirmi che ero un auto maledetta e che quello che era accaduto era perché il mio umano assieme ad altri della sua stessa specie, aveva fatto sì che delle persone, fossero spazzate via per sempre da 500kg di tritolo.
Erano le 17:57:48 del 23 Maggio 1992 e quello che per me e Gioacchino era il posto ed il momento giusto, non lo era per Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Sipario.









