La Lancia “avvelenata” e il buon senso
Lancia non è diventata un marchio – anziché un Costruttore – per volontà dei cosiddetti francesi. Il suo ritorno nel Mondiale Rally è un’occasione. Un’opportunità per riaccendere una passione che rischiava di spegnersi. Un passaggio storico che merita rispetto, consapevolezza e, perché no, un po’ di orgoglio. Non un polverone.
La notizia del ritorno di Lancia nel Mondiale Rally e il contestuale annuncio che, regole permettendo, correranno per il titolo assoluto dal 2027 in poi, meritava un palcoscenico all’altezza della sua storia. Per questo la scelta di un doppio lancio – prima l’annuncio in Italia, a Sanremo, poi la presentazione tecnica a Satory, quartier generale di Stellantis Motorsport in Francia – è stata letta da molti come una strategia coerente con la nuova identità industriale del marchio. Eppure, nel grande bar dei social, questa sequenza ha scatenato un dibattito inatteso, a tratti sguaiato, certamente poco lucido. Ed è proprio da quelle reazioni che vale la pena partire per riportare la questione su un terreno più razionale, e soprattutto più rispettoso della storia e del lavoro delle persone coinvolte.
Cominciamo dalla domanda che più ha fatto discutere: perché Lancia ha presentato la vettura a Satory e non a Torino? La risposta è semplice. Perché a Torino, oggi, non esiste più un reparto corse. L’Abarth Racing – l’ultima eredità tecnica e operativa di un know-how vincente – fu smantellata anni fa, e non da Stellantis. Fu una scelta industriale dell’epoca, firmata Marchionne. Ed è curioso notare come la memoria collettiva, sui social, spesso ignori la cronologia, attribuendo ai “francesi” decisioni prese ben prima della nascita del gruppo Stellantis. Il punto è che Satory non è un luogo simbolico imposto, ma semplicemente il centro tecnico dove oggi si sviluppano i programmi sportivi del gruppo, compresa Peugeot e la stessa Citroën. Non era logico fare diversamente.
A questo si aggiunge un’altra riflessione che sembra essere sfuggita: Lancia non è diventata un marchio – anziché un Costruttore – per volontà dei cosiddetti francesi. La trasformazione avvenne quando Lancia era ancora, pienamente, nelle mani italiane. Fu una scelta del gruppo Fiat, voluta dalla famiglia Agnelli, per una ragione molto concreta: ogni Lancia venduta cannibalizzava una Fiat in concessionaria. È un dato storico noto a chi frequenta l’industria automobilistica, ma ignorato da chi preferisce semplificare la realtà in un comodo “ce l’hanno portata via”. La verità, spesso, è molto meno romanzata di quanto si voglia credere.
Chi ce l’ha portata via? La famiglia proprietaria l’ha “venduta”, rimanendo nell’assetto con Stellantis Europe con un pacchetto di minoranza azionaria, ma importante. Lancia era un brand in un pacchetto in vendita. Nessuno l’ha scippata. Il governo francese è stato più abile di quello italiano ed è entrato nella società. Ma il problema è che anche l’Italia avrebbe potuto farlo, ma non l’ha voluto fare. Ha preferito regalare oceani di denaro pubblico per ritrovarsi un bel nulla. E soprattutto, tanti politici hanno orchestrato perché Fiat lasciasse l’Italia. E’ una cosa che accade dalla notte dei tempi, da quando nel secolo scorso Fiat spostava la produzione in Polonia o in Turchia, per fare un esempio. Quindi perché oggi non va bene se le vetture vengono costruite altrove e non Italia?
Il paradosso è che proprio chi oggi punta il dito contro Stellantis dovrebbe riconoscere che, paradossalmente, sono stati proprio loro a riportare Lancia dove mancava da troppo tempo: lo sport. Lo hanno fatto con un impegno tecnico e industriale reale, e soprattutto prendendo una decisione non priva di conseguenze interne, perché a essere sacrificata è stata Citroën. Un costruttore con un palmares enorme nei rally, capace senza il minimo dubbio di progettare e sviluppare un’altra vettura vincente. Se la priorità fosse stata “favorire i francesi”, la soluzione più semplice sarebbe stata rilanciare Citroën, non certo Lancia. Eppure la scelta è ricaduta sul marchio italiano, un atto di fiducia che meriterebbe qualche riflessione in più e qualche slogan in meno.
Poi c’è il capitolo piloti, altra fonte inesauribile di polemiche. Il ritornello è: “non vogliono gli italiani”, “sarà una squadra di stranieri, di francesi”. Qui basterebbe sfogliare un manuale di storia del Mondiale Rally per ricordare che in Lancia hanno sempre corso tantissimi piloti stranieri, compresi diversi francesi. Da Bernard Darniche a Jean-Claude Andruet, fino a Didier Auriol, campione del mondo nel 1994. Era una squadra internazionale allora, è naturale che lo sia oggi. Le corse non sono mai state un esercizio di protezionismo. Sono, per definizione, un terreno in cui si dovrebbero scegliere i migliori, indipendentemente dal passaporto.
Peraltro, alla guida sportiva del team c’era un italiano allora e c’è un italiano oggi. Entrambi accomunati persino da dettagli folkloristici che fanno sorridere: “avevano pure i capelli neri”, come si direbbe in un bar di provincia. Un dettaglio che non sposta nulla, ma che aiuta a capire quanto la discussione pubblica a volte scivoli nella caricatura, nel commento facile, nella voglia di trovare un “noi contro loro” che non ha fondamento.
Alla fine, di questa polemica cosa resta? Non molto, se non un fatto banale: il gusto personale. “Mi piace la Ypsilon, non mi piace la Ypsilon”. È legittimo. È sano. È normale. Si può discutere, criticare, analizzare. Si può dire che qualcosa non convince. Ma si può fare senza avvelenare l’ambiente, senza delegittimare il lavoro altrui, senza trasformare uno sport meraviglioso in un campo di battaglia ideologico. Perché chi lavora in questo settore, designer, ingegneri, piloti e meccanici, ha diritto di sbagliare, di imparare, di fare meglio. Come tutti noi.
Forse è questo, più di tutto, il punto che serve ribadire. Il ritorno di Lancia nel Mondiale Rally è un’occasione. Un’opportunità per riaccendere una passione che rischiava di spegnersi. Un passaggio storico che merita rispetto, consapevolezza e, perché no, un po’ di orgoglio. Non un polverone. E se qualcuno non è d’accordo, va benissimo. Lo si può dire. Ma con la serenità di chi vuole capire, non di chi vuole incendiare. Con la maturità di chi sa che i rally sono un viaggio lungo, fatto di errori, successi, sorprese e – quando va bene – anche di gloria.









