Se passasse l’omicidio stradale al Ciocco, i rally sarebbero finiti
L’omicidio stradale non è una aggravante. È una qualificazione giuridica che trasforma la natura stessa di ciò che è accaduto. Nell’omicidio stradale la velocità diventa violenza. E in questo processo, per la prima volta in Italia, si sta tentando di applicarla a una competizione automobilistica.
Premetto che sono garantista, rispettoso della Costituzione, non è mia abitudine commentare sentenze e neppure intralciare indagini. Attenzione, però, il cuore giuridico del “caso Ciocco 2024” si gioca su una novità clamorosa, che vedrà gli avvocati della difesa battersi in punta di fioretto normativo. Non è una ruota, non è una Peugeot, non è nemmeno – paradossalmente – la posizione di Alessandro Valletta su un terrapieno. Il vero cuore di questa vicenda è un articolo del codice penale: omicidio stradale. È lì che si gioca una partita che va ben oltre la pur terribile morte di un ragazzo di ventidue anni. È lì che si decide se il rally, così come lo conosciamo, può continuare a esistere.
Perché l’omicidio stradale non è una semplice aggravante. È una qualificazione giuridica che trasforma la natura stessa di ciò che è accaduto. E in questo processo, per la prima volta in Italia, si sta tentando di applicarla a una competizione automobilistica. Se questo tentativo dovesse passare, nulla sarebbe più come prima.
L’omicidio stradale nasce per reprimere la violenza della circolazione ordinaria. È stato pensato per chi guida ubriaco, per chi corre in mezzo al traffico, per chi investe qualcuno su una strada aperta alla vita civile. Il suo presupposto giuridico è chiaro: esiste una strada pubblica, esistono utenti della strada e qualcuno viola le regole del Codice causando una morte. Tutto il costrutto della norma poggia su questo.
Una prova speciale di rally è l’opposto. Non è una strada nel senso giuridico del termine. È una strada chiusa, sottratta al traffico, trasformata per alcune ore in una pista temporanea. Non vi transitano utenti della strada, ma concorrenti iscritti a una competizione, sottoposti a regolamenti sportivi, assicurazioni specifiche, controlli tecnici, commissari di percorso, direzione gara. È un ambiente giuridicamente autonomo, che il diritto ha sempre trattato come attività sportiva ad alto rischio, non come circolazione stradale.
È per questo che, fino al Ciocco, in tutta Europa, nessun incidente di gara – per quanto tragico – era mai stato qualificato come omicidio stradale. Sempre e solo omicidio colposo. Anche nei casi più drammatici, anche quando il pubblico era coinvolto. Perché c’è una differenza giuridica fondamentale tra morire investiti da un’auto in una via urbana e morire colpiti da una vettura o da un suo componente durante una gara. Quella differenza non è una scappatoia. È il fondamento stesso del motorsport.
Se una prova speciale diventa, agli occhi del diritto penale, una “strada” come tutte le altre, allora ogni pilota che affronta una curva al limite, ogni direttore di gara che autorizza una partenza, ogni costruttore che omologa una vettura, si espone al rischio di una contestazione penale che va da cinque a dodici anni di carcere per ogni evento mortale. Non per colpa grave, non per dolo, ma per il solo fatto che una macchina in movimento ha causato una morte. È un livello di responsabilità che nessun sistema sportivo al mondo può sostenere.
Ecco perché la scelta della Procura di Lucca è così delicata. Non è una scelta tecnica. È una scelta strategica, in senso alto. Ma se venisse confermata, significherebbe: “Qui non riconosciamo più l’area protetta dello sport. Qui vediamo solo una strada e un veicolo”.
Lo si capisce bene guardando come è costruita l’accusa. Non si contesta solo che una ruota fosse difettosa o che uno spettatore fosse in una posizione sbagliata. Si contesta che un veicolo, su una strada, abbia ucciso una persona. È una narrazione giuridica che cancella la specificità del rally.
Il rischio è enorme. Perché se un giudice accettasse questo schema, non lo potrebbe limitare al Ciocco. Diventerebbe diritto vivente. Valido per tutte le gare in Italia e per qualunque prova su strada chiusa. Ogni gara diventerebbe un campo minato giuridico. A quel punto non si correrebbe più.
Nessuna assicurazione potrebbe coprire il rischio penale dell’omicidio stradale. Nessun direttore di gara accetterebbe di assumersi una responsabilità che in realtà non può controllare fino in fondo. Nessun costruttore potrebbe permettersi che un difetto – anche remoto – diventi potenzialmente una condanna a doppia cifra di anni di reclusione. Il motorsport su strada collasserebbe sotto il peso di un precedente del diritto penale.
Ed è qui che il “caso Ciocco” diventa un problema più grande di Peugeot e di qualsiasi altro sospetto, più grande persino degli imputati. Diventa uno scontro tra due visioni del mondo: quella dello sport come attività eccezionale, regolata da norme proprie, e quella della strada come spazio pubblico in cui ogni veicolo è un pericolo giuridico permanente.
La Procura ha una posizione comprensibile sul piano umano. Un ragazzo è morto in modo atroce. Una ruota non doveva staccarsi. Uno spettatore non doveva trovarsi lì. Tutto vero. Ma il diritto penale non può essere piegato solo dall’orrore dell’esito. Deve rimanere coerente con le categorie che utilizza. Se una gara diventa strada, il concetto stesso di competizione automobilistica implode.
C’è un’altra dimensione, ancora più pericolosa. L’omicidio stradale non è solo una fattispecie più grave: è una fattispecie che implica una colpa qualificata, legata alla violazione delle norme del Codice della Strada. Ma in una prova speciale non si applica il Codice della Strada. Si applicano i regolamenti sportivi. Velocità, traiettorie, sorpassi, tutto ciò che sarebbe reato su una strada aperta è obbligatorio in una gara.
Come si può applicare una norma che presuppone la violazione di regole che lì non esistono? È come accusare un pugile di lesioni perché ha rotto il naso a qualcuno su un ring. Eppure è esattamente questo il corto circuito che si sta creando.
Il caso Ciocco ha certamente messo in luce falle gravissime, che bisognerà dimostrare con una sentenza al termine di un processo: un sistema di fissaggio delle ruote che secondo il perito era difettoso, una gestione delle aree spettatori che non ha impedito a un ragazzo di trovarsi in un punto considerato estremamente pericoloso. Queste sono responsabilità enormi. Possono e devono essere giudicate. Ma devono essere giudicate dentro il perimetro giuridico corretto: quello dell’evento sportivo.
Trasformarle in omicidio stradale significa riscrivere la natura stessa del rally. Ed è qui che il processo di Lucca assume un valore storico. Non è un processo su un incidente. È un processo sul futuro delle gare su strada. Se passa il principio che una prova speciale è una strada come le altre, il rally muore non per mancanza di passione o di pubblico, ma per asfissia giuridica. Non si tratta di chiedere impunità. Si tratta di chiedere coerenza con il motorsport e con la sua natura specifica di sport ad alto rischio.
Perché uno Stato può decidere di vietare il rally, se lo ritiene troppo pericoloso. Sarebbe una scelta politica, discutibile ma legittima. Ma non può ucciderlo per via giudiziaria, piegando una norma pensata per i pirati della strada a una disciplina sportiva che vive di rischio controllato. Il Ciocco è un banco di prova. O il diritto riconoscerà che una gara è una gara, oppure da quel terrapieno di Renaio non sarà partita solo una ruota: sarà partita la fine di un intero mondo.








