Turini, PS simbolo del Rallye Monte-Carlo
L’edizione 2006 del Rally di Monte Carlo è solo una delle tante che ha contribuito a rafforzare la mitologia del Turini. In quell’anno la prova si rivelò quasi decisiva per l’assegnazione della vittoria, dimostrando ancora una volta come questa speciale non perdoni nemmeno i campioni più affermati.
Non esiste una prova speciale nel Rally di Monte Carlo capace di sintetizzare, da sola, l’essenza stessa del Campionato del mondo rally quanto il Col du Turini. Non è soltanto una strada, né semplicemente un tratto cronometrato: è un simbolo, una liturgia che si ripete da decenni, un luogo dove tecnica, coraggio, improvvisazione e folklore popolare si fondono in modo unico. Il Turini non ha bisogno di presentazioni perché la sua fama precede qualunque edizione del Monte Carlo e qualunque generazione di piloti. È una prova che non si limita a decidere tempi e classifiche, ma che costruisce reputazioni e distrugge certezze, spesso in pochi chilometri.
Il fascino del Turini risiede anche nella sua apparente immutabilità. Le curve strette, le variazioni improvvise di altitudine, l’asfalto che cambia grip metro dopo metro e, soprattutto, l’elemento imprevedibile del meteo lo rendono una prova che non può mai essere affrontata in modo “standard”. Ogni passaggio è diverso dal precedente, anche a distanza di poche ore. Ghiaccio nero, neve portata dal vento, umidità nascosta all’ombra degli alberi: tutto contribuisce a creare una lotteria tecnica nella quale il pilota deve fidarsi non solo delle note, ma anche dell’istinto e dell’esperienza.
L’edizione 2006 del Rally di Monte Carlo è una delle tante che ha contribuito a rafforzare la mitologia del Turini. In quell’anno la prova si rivelò quasi decisiva per l’assegnazione della vittoria, dimostrando ancora una volta come questa speciale non perdoni nemmeno i campioni più affermati. Marcus Grönholm, già due volte campione del mondo e pilastro del team Ford, si trovò a dover affrontare uno dei momenti più delicati della sua gara proprio nel tratto dove, da tradizione non scritta, gli spettatori ammassano neve sull’asfalto per rendere ancora più insidiosa la percorrenza. Il finlandese non riuscì a evitare un testacoda che, pur senza conseguenze definitive sul risultato finale, pesò in modo sensibile sull’inerzia della gara.
Se il Turini non assegnò materialmente la vittoria, fu comunque decisivo nel definire i vertici della classifica. Sébastien Loeb, all’epoca già due volte campione del mondo e nel pieno della sua ascesa verso lo status di leggenda, sfruttò l’uscita di strada di Toni Gardemeister per risalire fino al secondo posto assoluto. Fu uno di quei momenti che raccontano bene la natura crudele del Monte Carlo: un attimo prima si lotta per una posizione marginale, un attimo dopo ci si ritrova sul podio grazie a un errore altrui.
Il Rally di Monte Carlo 2006 è ricordato anche come uno degli episodi più emblematici del rapporto, non sempre lineare, tra Loeb e il Turini. Quell’anno il francese fu celebrato come l’eroe della corsa, pur senza vincerla. Era a un passo dall’iniziare la stagione con quella che sarebbe stata la ventunesima vittoria della sua carriera iridata, un traguardo che sembrava quasi scontato considerando il suo stato di forma e la competitività della Citroën Xsara WRC. Eppure, ancora una volta, il Turini si incaricò di ricordare che nessuno è invincibile.
Una chiazza di ghiaccio, invisibile e traditrice, “sbalzò” letteralmente la Xsara fuori strada. Un errore minimo, quasi impercettibile, ma sufficiente a compromettere una gara che sembrava sotto controllo. Loeb fu costretto a ricorrere al sistema Super Rally, incorrendo nella penalità di cinque minuti prevista dal regolamento. Per la seconda volta consecutiva, dopo l’uscita di strada nell’ultimo Rally d’Australia dell’anno precedente, il soprannome “Mr. Perfect” apparve improvvisamente fuori luogo. La stampa parlò di “Mr. Imperfect”, sottolineando come anche il pilota più metodico e preciso del Mondiale potesse essere tradito da una frazione di secondo e da una condizione atmosferica sfuggente.
La reazione di Loeb, tuttavia, fu quella tipica dei grandi campioni. Ripartito dall’ottava posizione, riuscì a rimontare fino al secondo posto finale, dimostrando una capacità di gestione della pressione e una lucidità tattica che andarono ben oltre il semplice risultato. Anche questo contribuì a rafforzare il mito del Turini come banco di prova non solo per la velocità pura, ma per la solidità mentale dei piloti.
Se i campioni affermati vivono il Turini come una sfida da affrontare con rispetto, per i debuttanti questa prova assume spesso i contorni di un rito di passaggio. Completare il Col du Turini per la prima volta è, per molti, un sogno coltivato fin dalle categorie minori. Tuttavia, il sogno può trasformarsi rapidamente in un incubo. Mikko Hirvonen, allora all’inizio della sua carriera nel WRC, raccontò senza filtri la durezza del suo primo impatto con questa speciale: “Sono sempre stato incuriosito dal ‘Turini’, ma ho anche sempre pensato di poterlo completare senza problemi. Purtroppo non ci sono riuscito e ho fatto almeno un testacoda!”. Una dichiarazione che restituisce tutta la distanza tra l’idea romantica della prova e la sua realtà sul campo.
Ancora più drastica fu l’interpretazione di Chris Atkinson, che descrisse la sua esperienza con parole destinate a restare: “Un sogno? Mentre ero lì dentro, mi sentivo più come se fossi nel mezzo di un incubo!”. Il Turini, per chi lo affronta senza un bagaglio di esperienza consolidata, può diventare un susseguirsi di curve cieche e tratti scivolosi nei quali ogni metro richiede una concentrazione assoluta. In questo contesto, anche arrivare al traguardo senza errori gravi può essere considerato un successo.
Il caso di Matthew Wilson rappresenta quasi un’eccezione in questo panorama di racconti segnati dalla tensione. Il britannico arrivò alla fine della prova con il sorriso, spiegando: “Sono arrivato alla fine della sezione sorridendo, ma probabilmente perché sono riuscito a sopravvivere all’esperienza senza alcuna paura!”. Una frase che, letta tra le righe, sottolinea come il rispetto per il Turini sia una componente imprescindibile. Non è una prova che ammette superficialità o eccesso di sicurezza.
Il 2006 fu segnato anche da un episodio che ricordò in modo drammatico quanto sottile sia il confine tra spettacolo e tragedia. Al chilometro 26 della speciale, Jasen Popov fu protagonista di un terribile incidente. La sua Mitsubishi Lancer numero 43 uscì di strada in una curva a destra nelle gole di Piaon, uno dei tratti più vertiginosi e spettacolari del percorso. La vettura precipitò per circa cento metri, fermando la sua corsa tra gli alberi. Le immagini e i racconti di quei momenti lasciarono tutti a chiedersi come fosse stato possibile che l’equipaggio fosse riuscito a uscire vivo dall’abitacolo. Fortunatamente, entrambi i membri dell’equipaggio sopravvissero, ma l’incidente rimase impresso come uno dei più spaventosi nella storia recente del Monte Carlo.
Il Turini, dunque, non è soltanto una prova leggendaria per i tempi e per le vittorie che vi sono passate, ma anche per gli episodi che ne hanno messo in luce la pericolosità intrinseca. Ogni edizione aggiunge un nuovo capitolo a una narrazione collettiva fatta di imprese memorabili, errori clamorosi e momenti di paura che ricordano perché il rally resti una disciplina estrema, nonostante l’evoluzione delle normative di sicurezza.
Guardando al WRC contemporaneo, ciò che molti appassionati rimpiangono non è solo la difficoltà tecnica del Turini, ma anche l’atmosfera che lo circondava. Per anni, tifosi francesi e italiani si sono radunati sul Col du Turini come in un pellegrinaggio laico, trasformando la prova in una festa popolare unica nel suo genere. Le tribune naturali ai bordi della strada erano animate da cori, bandiere e, soprattutto, da una tradizione tanto folkloristica quanto discussa: le palle di neve lanciate sull’asfalto, da una parte all’altra della carreggiata, per rendere la prova ancora più imprevedibile.
Era uno spettacolo nello spettacolo, una componente quasi anarchica che contribuiva a rendere il Turini diverso da qualunque altra speciale del Mondiale. Un elemento che oggi, per ragioni di sicurezza e di regolamentazione, è stato in gran parte eliminato, ma che resta vivo nella memoria collettiva di chi ha vissuto quelle notti gelide tra i tornanti della montagna. Il Col du Turini continua a essere una prova iconica, ma il ricordo di quell’atmosfera irripetibile rappresenta forse la testimonianza più autentica di ciò che il Rally di Monte Carlo ha significato, e continua a significare, nella storia del WRC.









