2 maggio: la data maledetta del rally
Tra il 1985 e il 1986, in Corsica, due tragedie legate da coincidenze che ancora oggi fanno rabbrividire.
Ci sono momenti nella storia del motorsport che non appartengono più solo allo sport. Diventano qualcosa di più grande, più pesante, quasi difficile da guardare in faccia anche a distanza di decenni. Il 2 maggio è uno di quei momenti. Non è solo una data nel calendario del rally mondiale: è una linea di frattura. Nel cuore della Corsica, sulle strade del Tour de Corse, il tempo si è spezzato due volte, a un anno esatto di distanza. E in mezzo a quella distanza minima ma devastante, il rally ha perso tre figure che rappresentavano tre modi diversi di interpretare la velocità: Attilio Bettega, Henri Toivonen e Sergio Cresto.
Per capire cosa rende tutto questo così difficile da accettare bisogna tornare a quell’epoca. Metà anni ’80. Il Gruppo B è al suo apice assoluto: potenza senza filtri, tecnologie estreme, peso ridotto, turbocompressori violenti, trazione integrale che cambia il concetto stesso di aderenza. Le vetture non sono più semplicemente auto da rally: sono prototipi da guerra su strade aperte al pubblico. E la sicurezza, semplicemente, non è al passo.
Il Tour de Corse del 1985 è una delle gare più dure del Mondiale. Trenta prove speciali, oltre 1000 chilometri cronometrati, tre giorni di gara e un elenco partenti che oggi sembra irreale: Lancia con le 037 affidate a Bettega, Alén e Biasion, Peugeot con le 205 T16 di Vatanen, Salonen e Darniche, Audi con Walter Röhrl, Renault con Ragnotti, Porsche con i suoi specialisti come Beguin e altri protagonisti di livello mondiale. Sono 139 equipaggi, tutti su strade strette, tecniche, senza margine di errore. La mattina del 2 maggio 1985, alle 10:42, parte la PS4, la Zerubia–Santa Giulia: 30,6 chilometri che oggi sarebbe considerato un chilometraggio enorme per una speciale, ma in quell’epoca erano routine, semplice e pura normalità specie in una gara del Mondiale. Attilio Bettega, con Maurizio “Icio” Perissinot alle note, è quarto assoluto dopo tre prove, a circa cinquanta secondi dalla vetta occupata da Ragnotti. Sta correndo una gara solida, precisa, pienamente dentro la lotta.
Poi arriva un tratto che cambia tutto. Un curvone veloce, una sconnessione da evitare, una traiettoria leggermente allargata. Bettega colpisce una pietra, la Lancia 037 perde aderenza, esce di strada e impatta contro un albero con una violenza immediata. L’auto si spezza in due, il tetto collassa, la dinamica non lascia scampo. Per Attilio non c’è nulla da fare. Perissinot sopravvive. Il rally continua, perchè purtroppo “the show must go on”, con Ragnotti che al volante della Renault Maxi 5 Turbo con i colori ELF Philips vince la gara con 12’32” di vantaggio su Bruno Saby sulla 205 Turbo e 25’49” su Bernard Bèguin sulla Porsche 911, in una top dieci tutta francese ad eccezione dell’irlandese Billy Colleman che chiude quarto.
Un anno dopo, il calendario riporta il Mondiale in Corsica. Stesso periodo, stesso rally, stessa atmosfera estrema. Il Tour de Corse 1986 è ancora più lungo e ancora più duro: 1122 chilometri cronometrati, trenta prove speciali e una prova finale da 83,16 km, una distanza che oggi sarebbe impensabile anche per il WRC moderno. L’elenco iscritti è ancora più impressionante. Lancia schiera le nuove Delta S4 con Markku Alén, Miki Biasion e Henri Toivonen. Peugeot risponde con le 205 Turbo 16 E2 affidate a Salonen, Saby e Michèle Mouton. Ci sono le MG Metro 6R4 di Auriol, Malcolm Wilson e Pond, oltre a una concorrenza internazionale di altissimo livello.
Henri Toivonen arriva in Corsica nel momento più alto della sua carriera. Ha appena vinto il Rally Costa Smeralda in modo epico, nonostante un problema tecnico gravissimo sulla speciale dell’Isuledda, la stessa speciale che un’anno prima lo costrinse al ritiro e ad un lungo periodo riabilitativo per una uscita di strada con la 037 Rally, ma alla fine con un’intuizione “più o meno” illuminata degli uomini Lancia, li permisserò di vincere quel rally con appena 36” su Andrea Zanussi. In quella gara aveva dimostrato qualcosa di raro: capacità di adattamento, velocità pura, e un istinto che lo rendeva diverso da tutti gli altri e per questo era amato come un “dio” dagli appassionati.
In Corsica, insieme a Sergio Cresto, parte subito fortissimo. Dopo la prima giornata e metà della seconda, fino alla PS17, il loro dominio è netto: 2 minuti e 45 su Bruno Saby, 4 minuti e 52 su Miki Biasion. La Delta S4 è un’arma perfetta nelle mani giuste, e in quel momento sembra non avere avversari. Alle 14:50 del 2 maggio 1986 parte la PS18, Corte–Taverna, 26,84 chilometri. È una prova in discesa, tecnica, veloce e senza margini. In un tratto tra gli alberi la vettura esce di strada, colpisce la vegetazione e precipita lungo la scarpata. L’impatto è solo l’inizio.
Pochi secondi dopo, l’auto prende fuoco. E il fuoco non è normale: è immediato, violento, alimentato dalla benzina fuoriuscita dal serbatoio e dalla combustione del magnesio della struttura. È un incendio che non lascia possibilità di intervento. Quando i soccorsi arrivano da Ponte Leccia, non trovano una macchina, ma uno scheletro bruciato. Dentro ci sono Toivonen e Cresto. Non c’è più nulla da fare. Le cause precise dell’incidente non verranno mai chiarite completamente. Si parlerà di guasto meccanico, di acceleratore, di perdita improvvisa di controllo. Ma resteranno solo ipotesi, mai conferme.
Eppure, ciò che rende questa storia quasi impossibile da separare dal destino non è solo la dinamica dei fatti, ma la sequenza delle coincidenze. Stesso giorno, 2 maggio. Stesso rally. A un anno esatto di distanza. Circa 100 chilometri tra i due incidenti. Entrambi piloti ufficiali Lancia Martini Racing. Entrambi con il numero 4 sulle fiancate. Entrambi reduci da un podio al Rally Costa Smeralda: secondo posto per Bettega nel 1985, vittoria per Toivonen nel 1986. Entrambi con incidenti pesanti nelle stagioni precedenti proprio sulle strade sterrate del Costa Smeralda. E un legame umano diretto attraverso Sergio Cresto, copilota di Toivonen ma anche navigatore di Bettega in Sardegna nel secondo posto conquistato nel 1985.
È una trama che oggi appare quasi irreale, come se tutto fosse collegato da un filo invisibile. Il 2 maggio 1986 segna inevitabilmente la fine di un’era. Non perché sia stata una sola tragedia, ma perché ha reso impossibile ignorare la realtà: il Gruppo B era arrivato oltre il limite che lo sport poteva sostenere. Troppa potenza, troppa velocità, troppo poco margine umano. Ma oltre i numeri, oltre le analisi tecniche, oltre le decisioni che sarebbero arrivate dopo, resta qualcosa che non si può ridurre a regolamenti o statistiche. Attilio Bettega rappresentava l’istinto puro, la sensibilità naturale, il talento arrivato dai monomarca che non aveva bisogno di essere spiegato. Henri Toivonen era il presente e futuro del rally, forse il più veloce di tutti, nel momento esatto in cui stava diventando qualcosa di irreversibile. Sergio Cresto era la voce accanto, la precisione, la calma dentro il caos della velocità.
Tre traiettorie diverse, tre storie che non avrebbero dovuto incrociarsi in questo modo, e invece si sono ritrovate nello stesso punto, nello stesso giorno, nella stessa memoria. E oggi, quando si parla del 2 maggio, non si parla solo di quello che è successo. Si parla di quello che il rally era diventato, e di quello che ha perso per sempre. Perché alcune date non appartengono alla storia. Appartengono alla memoria. E nel motorsport, certe memorie non smettono mai di correre.









