Pat Moss-Carlsson, molto più della sorella di Stirling
È inevitabile che il suo nome venga inizialmente associato a quello del fratello maggiore, Stirling Moss, probabilmente il più grande pilota inglese di sempre. Sarebbe però profondamente riduttivo fermarsi a questo aspetto. Se è vero che il cognome Moss aprì alcune porte, è altrettanto vero che Pat dovette dimostrare molto più degli altri per essere presa sul serio.
Cinque titoli europei femminili di rally non sono mai il frutto di una semplice coincidenza, né possono essere spiegati soltanto con un cognome ingombrante. Pat Moss-Carlsson fu la prima donna a imporsi con continuità e credibilità in un ambiente profondamente selettivo, tecnicamente spietato e culturalmente maschile come quello dei rally internazionali tra gli anni Cinquanta e Settanta. Molto prima che Michèle Mouton ridefinisse il concetto stesso di competitività femminile nel motorsport, Pat Moss aveva già dimostrato che una donna poteva non solo partecipare, ma vincere, dominare e intimidire avversari uomini su terreni che richiedevano resistenza, lucidità e una capacità di adattamento fuori dal comune.
È inevitabile che il suo nome venga inizialmente associato a quello del fratello maggiore, Stirling Moss, probabilmente il più grande pilota inglese di sempre. Sarebbe però profondamente riduttivo fermarsi a questo aspetto. Se è vero che il cognome Moss aprì alcune porte, è altrettanto vero che Pat dovette dimostrare molto più degli altri per essere presa sul serio. In un’epoca in cui la presenza femminile nelle competizioni automobilistiche era tollerata più come curiosità che come reale valore sportivo, ogni suo risultato veniva analizzato con sospetto, ogni errore amplificato, ogni successo attribuito a fattori esterni.
Prima ancora di scoprire le proprie qualità al volante, Pat Moss costruì un rapporto profondo con la competizione attraverso l’equitazione. Per quindici anni fece parte della squadra equestre britannica, senza però arrivare allo status di professionista. Questo periodo fu tutt’altro che marginale nella sua formazione: l’equitazione le insegnò il controllo del mezzo, la sensibilità nei comandi, la gestione dello sforzo sul lungo periodo e la capacità di leggere il terreno, qualità che sarebbero diventate fondamentali nei rally di durata. La sua prima esperienza di guida automobilistica, al contrario, fu tutt’altro che entusiasmante. Come raccontò lei stessa, odiò la sua prima lezione di guida, impartita dal fratello Stirling su una Jeep Willys quando aveva appena sette anni. Un rifiuto istintivo, quasi simbolico, che rende ancora più significativo il percorso successivo.
Nata il 27 dicembre 1934, Pat Moss crebbe in un ambiente in cui l’automobile era parte integrante della vita quotidiana. Il padre correva, la madre partecipava a rally e cronoscalate, e Stirling viveva per le corse fin dall’infanzia, tanto da guidare un’Austin 7 priva di carrozzeria già a sette anni. In quel contesto, l’idea che Pat potesse rimanere estranea al mondo dei motori era semplicemente irrealistica. Eppure, il suo vero ingresso nelle competizioni arrivò relativamente tardi, a 17 anni, quando Ken Gregory, manager di Stirling e all’epoca suo fidanzato, le chiese di accompagnarlo a un rally. Fu un’esperienza rivelatrice. Non come spettatrice, ma come osservatrice attenta di dinamiche, ritmi, strategie e sacrifici che caratterizzavano quella disciplina.
Nel 1954 Pat era già al volante. Iniziň con una Morris Minor 1000, vettura modesta ma ideale per apprendere le basi del rally, per poi passare a una Triumph TR2. Con quest’ultima ottenne risultati incoraggianti, ma non ancora sufficienti per convincere Triumph ad affidarle un sedile ufficiale al RAC Rally del 1955. Una decisione che, col senno di poi, appare come uno dei più evidenti errori di valutazione dell’epoca. Pat migliorava rapidamente, accumulava esperienza e mostrava una capacità di adattamento alle gare lunghe che pochi altri piloti, uomini compresi, possedevano.
Il salto di qualità arrivò alla fine degli anni Cinquanta, quando la sua carriera assunse una dimensione internazionale. A 22 anni, Pat Moss era già un nome conosciuto oltre i confini britannici, ma la consacrazione arrivò tre anni dopo con la vittoria al Rally Liegi-Roma-Liegi, una delle competizioni più dure e massacranti del calendario europeo. Al volante di un’Austin Healey 3000, Pat non solo vinse, ma dimostrò una superiorità mentale e fisica che lasciò sbigottiti molti osservatori. Nello stesso periodo, concluse seconda nella Coupe des Alpes, altra gara leggendaria degli anni Sessanta. Fu chiaro che il suo habitat naturale erano i rally di lunga durata, quelli che logoravano uomini e mezzi, in cui la costanza contava più dell’esplosività.
Questo tipo di competizioni, paradossalmente, accentuò il fastidio dei suoi rivali maschi. Pat Moss non era più una presenza folcloristica, ma una minaccia reale. Nel 1962 arrivò un’altra pietra miliare: la vittoria al Tulip Rally con la BMC Mini Cooper. Quel successo è oggi ricordato come uno dei primi segnali concreti della competitività della Mini nei rally internazionali, ancor prima dell’epopea dei “tre moschettieri” Aaltonen, Makinen e Hopkirk. Pat aveva anticipato tutti, dimostrando che una vettura compatta e a trazione anteriore poteva competere contro auto più potenti su percorsi misti e complessi.

Nel 1967 arrivò un risultato che consolidò definitivamente il suo status: il terzo posto all’East African Safari Rally su una Saab 96. All’epoca, il Safari era considerato una delle prove più estreme al mondo, un banco di prova totale per uomini e macchine. Concludere sul podio significava essere entrati in un’élite ristrettissima. Per una donna, in quel contesto storico, fu un risultato di portata straordinaria.
Il matrimonio con Erik Carlsson, celebrato nel luglio del 1963, rappresentò un punto di svolta tanto sportivo quanto umano. Carlsson, campione svedese e icona Saab, era l’opposto caratteriale di Pat solo in apparenza. In realtà, i due condividevano una visione simile del rally: resistenza, intelligenza tattica e capacità di sfruttare al massimo vetture apparentemente inferiori. In un periodo in cui Pat era legata alla Ford, il colosso americano tentò di convincere Carlsson a cambiare squadra. Lui rifiutò, rimanendo fedele a Saab, e fu Pat a seguirlo, dando vita a una delle coppie più affiatate e temute dei rally europei.
Con la Saab 96, Pat Moss-Carlsson ottenne risultati di assoluto prestigio: secondo posto al Rally di Sanremo, terzo all’Acropoli e un podio al Rally di Monte Carlo nel 1965, l’ultimo della sua carriera. In undici rally internazionali disputati insieme, la coppia formò un duo difficilissimo da battere, dimostrando che il talento di Pat non dipendeva né dal cognome né dal contesto, ma da una reale superiorità tecnica e mentale.
Quando l’impegno Saab nei rally europei diminuì, fu la Lancia a cogliere l’occasione. Dal 1968, Pat entrò a far parte della squadra italiana, trovando nella Fulvia HF una vettura perfettamente adatta al suo stile. Al Rally di Sanremo del 1968 sfiorò la vittoria, battuta solo dalla Porsche 911 di Paul Toivonen, ma si rifece vincendo il difficile Rally del Sestriere. Nel 1969, al Rally di Monte Carlo, portò la Fulvia HF al sesto posto assoluto, confermandosi ancora una volta tra i piloti più solidi del panorama internazionale.
La sua carriera si concluse ufficialmente nel 1972, proprio a Monte Carlo, quando a 38 anni dimostrò di avere ancora molto da insegnare. Al volante di un’Alpine-Renault A110, concluse decima, in una delle edizioni più competitive di sempre. Fu un addio silenzioso, senza proclami, coerente con il suo carattere e con una carriera costruita più sui fatti che sulle parole.
L’aiuto di Stirling Moss, pur non essendo stato determinante in senso diretto, fu comunque importante nei primi anni. Pat raccontò che nel 1955 il fratello la portò a Silverstone per analizzare il suo stile di guida su una MGA. Stirling individuò immediatamente un errore fondamentale: frenava troppo presto, circa 120 metri prima del punto ideale. Le spiegò dove frenare e come farlo, consentendole di evolvere rapidamente. Era una lezione di metodo, non di talento: il talento Pat lo possedeva già.
Pat Moss-Carlsson morì nel 2008, a 73 anni, dopo una lunga battaglia contro il cancro. Fino all’ultimo, però, non perse mai il suo spirito ironico e la passione per la guida. Amava raccontare che la sua Saab 9-3 Aero aveva un pulsante “S”, Sport, che la rendeva più veloce, e che lei guidava sempre tenendolo premuto. Una battuta, certo, ma anche una sintesi perfetta di una vita trascorsa a dimostrare che, quando si tratta di andare forte, il genere non conta. Conta solo il piede destro, la testa e il coraggio.









