Giovanni Casarotto, il mugnaio volante
Il vicentino è stato uno dei protagonisti del rallysmo nella seconda metà degli anni ’70. Il suo duello con Tito Cane per il TR 1979 è rimasto nella storia
Il mondo del rallysmo italiano perde oggi uno dei suoi protagonisti più amati e iconici, un uomo che ha saputo incarnare l’essenza più pura del pilota privato, capace di sfidare gli avversari con mezzi spesso limitati ma con un cuore immenso. Il vicentino Giovanni Casarotto, scomparso all’età di ottant’anni, non è stato solo un pilota veloce; è stata una figura che ha attraversato le epoche d’oro del motorsport con l’umiltà del lavoratore e la grinta del campione. La sua vita è stata un intreccio affascinante di velocità e tradizioni, segnata indelebilmente da quei soprannomi che ne raccontavano perfettamente l’andamento: il “mugnaio volante” nei momenti di gloria e quel sarcastico “Cosa ha rotto” quando la meccanica tradiva il suo talento, spesso per guasti banali che ne frenavano le ambizioni.
La storia di Casarotto affonda le radici nella terra e nel lavoro della sua famiglia, dedita da sempre al commercio di farine e cereali nel Vicentino. Prima di scoprire la potenza dei motori, Giovanni aveva cercato la velocità sui pedali della bicicletta. Gigante di oltre un metro e novanta, la sua stazza lo rendeva un corridore atipico ma rispettatissimo, tanto da stringere un’amicizia profonda e duratura con Marino Basso, lo sprinter che nel 1972 conquistò il Mondiale a Gap. Quel legame con il ciclismo non lo avrebbe mai abbandonato, diventando il rifugio in cui tornare una volta appeso il casco al chiodo, ma è stato tra i tornanti degli anni ’70 che il suo nome è diventato leggenda tra i privati italiani.
Il ricordo della sua carriera non può prescindere dal fatidico 1979, un anno rimasto per sempre “sullo stomaco” del pilota vicentino. Fu la stagione del grande duello per il Trofeo Rally Nazionali contro Tito Cane, una sfida che si concluse con una beffa difficile da dimenticare. Al Rally Puglia-Lucania di Bari, Casarotto visse uno degli episodi più controversi della sua storia sportiva: convinto di avere un vantaggio rassicurante di 38 secondi prima dell’ultima prova, si ritrovò superato per un solo secondo a causa di una gestione dei tempi da parte degli avversari che definì senza mezzi termini sleale. “Si avvicina Tesio, il loro Direttore sportivo, e mi dice: “Casarotto, mi dispiace ma abbiamo vinto noi per un secondo”. Il mio navigatore, Piergiorgio Zonta, mi fa: “ma questi sono ubriachi, avevamo 38” di vantaggio! Ce ne hanno dati solo 9”. Alle premiazioni ho fatto una sfuriata contro di loro: “Ho corso anche in bicicletta, ma là sono molto più leali, dovreste essere radiati!” ricordo di aver detto e Tesio minacciò di denunciarmi. Se avessi vinto a Bari, al 99% a fine anno diventavo campione italiano…“»” ricordava qualche anno fa. Quel giorno, mentre la sua Lancia Stratos fumava per la polvere accumulata e lui cercava di preservare il motore su consiglio di Giuliano Michelotto, la vittoria gli sfuggì di mano tra urla e polemiche che segnarono la rottura definitiva con Cane, un silenzio durato decenni e interrotto solo recentemente da un accenno di riconciliazione.
Quella stagione del 1979 fu un calvario di episodi sfortunati e presunti boicottaggi: “Alla gara finale, il “333 Minuti-Villa d’Este” a Como, sono partito bene, ero in testa dopo tre speciali. Al via della quarta, in mezzo a due ali di persone, con un punteruolo o un cacciavite mi hanno forato tre delle quattro slick che avevo montato…” ricordava. E ancora: «Un fatto peggiore è avvenuto al Prealpi venete. In discesa, in prossimità di un tornante, mi hanno buttato sull’asfalto una bel po’ d’olio. Si andava giù a San Giovanni Ilarione, nel Veronese dove il rally, partito da Padova, sconfinava. Sono arrivato al limite e la macchina sull’olio ovviamente mi è scappata via, piatta. Per fortuna sono finito in una vigna: ho tirato giù un po’ di viti e sono riuscito a tornare in strada senza trovare muretti o ostacoli. Ho perso una cinquantina di secondi. Ce l’ho fatta poi a tornare in testa alla gara ma in seguito all’incidente di un altro pilota non abbiamo raggiunto il chilometraggio minimo per prendere i punti interi e ne sono stati assegnati la metà. E non dimentichiamo le bande chiodate che mi sono trovato sul Colle del Lys al Rododendri a Torino… anche lì ho forato tre gomme“.
Eppure, nonostante le difficoltà di gestire una vettura “fatta in casa” senza i budget dei team ufficiali, Casarotto dimostrò di essere un “missile” quando tutto funzionava. Il passaggio dalla Stratos alla Fiat 131 Abarth, la stessa usata nel 1979 da Tito Cane e sponsorizzata dai concessionari Fiat di Novara e Vercelli, negli anni successivi gli permise di assaporare la vittoria con più continuità, scoprendo una vettura che lui stesso definiva un giocattolo, molto più facile e affidabile della nervosa Lancia Beta con cui aveva vissuto anni difficili e avari di soddisfazioni prima della Stratos. “Correvo per la Grifone ma era una vettura sperimentale fatta dal Reparto corse Lancia e seguita dall’officina di Nello Riccardi di Albisola. La Beta non era affidabile: ad un 4 Regioni, se ricordo bene, siamo partiti in diciotto con quella macchina tra cui Carello e Pregliasco. In sedici ci siamo fermati sulla prima prova, Rocca Susella, gli altri due sulla seconda… La Beta aveva un motore eccezionale, tirava a quasi 9.000 giri ma sbiellava molto ed era durissima da guidare, non aveva l’idroguida. Ho fatto un terzo assoluto al Campagnolo ed un secondo a Varese: dopo aver preso tanti rischi sulla prova del Cuvignone, che io non avevo mai visto, sono andato più calmo, all’arrivo ci dicono che fino al Cuvignone eravamo in testa alla gara… non guardavamo i tempi” amava ricordare il vicentino.
Un aspetto che rendeva Giovanni Casarotto unico nel panorama delle corse era la presenza costante al suo fianco della moglie, Francesca Serafini. Iniziata alle corse quasi per scommessa per non annoiarsi alle premiazioni, Francesca divenne una navigatrice esperta, condividendo con il marito cinque o sei campionati italiani, fino al 1978, in un connubio perfetto di vita e sport.
Oggi, nel salutare il “mugnaio volante”, resta l’immagine di un uomo d’altri tempi, un atleta che ha saputo portare l’etica del ciclismo nel mondo del motore, accettando le sconfitte amare con dignità e vivendo le vittorie con la consapevolezza di chi sa quanto pesa ogni singolo granello di farina e ogni singolo chilometro di prova speciale. Con lui se ne va un pezzo di quella nobiltà rallistica che sapeva correre al risparmio ma senza mai risparmiarsi.



