Guy Wilks, la stella britannica
Il suo nome è legato in modo indissolubile alla Peugeot 206 Super 1600 prima e alla Peugeot 307 WRC poi. Nei primi anni Duemila Wilks è stato uno dei protagonisti del Junior World Rally Championship e del Campionato Europeo Rally.
Guy Wilks è stato un pilota di rally britannico di buon livello internazionale, noto soprattutto per il suo ruolo all’interno del movimento rallistico inglese degli anni Duemila e per essere stato uno dei principali interpreti delle vetture Super 2000 e Gruppo N nel periodo di transizione tra l’era WRC “classica” e l’affermazione delle categorie alternative. La sua carriera non è stata caratterizzata da risultati di vertice nel World Rally Championship, ma ha avuto un peso significativo nei campionati nazionali e regionali, oltre a essere fortemente legata a una delle famiglie storiche dei rally britannici.
Nato il 18 dicembre 1980, Guy Wilks è figlio di David Wilks, figura centrale del rallying inglese e per anni direttore sportivo di Peugeot UK. Questo contesto familiare ha inciso profondamente sul suo percorso sportivo, permettendogli di crescere in un ambiente altamente professionale e di accedere fin da giovane a programmi strutturati, in particolare con il marchio Peugeot. Come molti piloti britannici della sua generazione, Wilks si è formato sulle strade strette e tecniche del Regno Unito, sviluppando uno stile di guida pulito, efficace sull’asfalto e molto solido anche su fondi a bassa aderenza.
Il suo nome è legato in modo indissolubile alla Peugeot 206 Super 1600 prima e alla Peugeot 307 WRC poi. Nei primi anni Duemila Wilks è stato uno dei protagonisti del Junior World Rally Championship e del Campionato Europeo rally, dove ha mostrato velocità e consistenza, pur senza riuscire a imporsi come dominatore assoluto. Il passaggio alle vetture World Rally Car è avvenuto in un momento complesso, quando la concorrenza era altissima e l’accesso a programmi ufficiali completi era sempre più limitato. Con la 307 WRC ha preso parte a diverse gare del mondiale, soprattutto in Gran Bretagna e in Europa occidentale, senza però ottenere risultati di rilievo in termini di podi o vittorie di prova.
Il periodo più significativo della carriera di Wilks è probabilmente quello legato al British Rally Championship. In questo contesto è stato un pilota di riferimento per diversi anni, capace di vincere gare, lottare stabilmente per il titolo e affermarsi come uno dei migliori specialisti nazionali. Con Peugeot prima e con Subaru poi, Wilks ha incarnato il profilo del professionista affidabile, veloce e tecnicamente molto preparato, particolarmente efficace nelle gare su asfalto e nelle condizioni variabili tipiche dei rally britannici.
Con il declino delle WRC di vecchia generazione e la crescita delle categorie alternative, Guy Wilks ha trovato una nuova dimensione con le vetture Super 2000 e Gruppo N. In questo ambito ha ottenuto risultati convincenti, soprattutto a livello nazionale e intercontinentale, prendendo parte anche al Production World Rally Championship. Pur senza arrivare a titoli mondiali, ha dimostrato un’elevata capacità di adattamento e una notevole costanza di rendimento.
Un aspetto centrale della figura di Wilks è il suo ruolo di collegamento tra il rally professionistico e quello nazionale di alto livello. Non è stato un campione capace di segnare un’epoca nel WRC, ma ha rappresentato un modello di pilota solido e completo, in grado di competere su diversi fondi e con vetture differenti, mantenendo standard professionali elevati. La sua carriera riflette bene la difficoltà, per molti piloti di talento, di emergere definitivamente nel mondiale rally in un’epoca dominata da pochi top driver e da programmi ufficiali sempre più ristretti.
Dopo il ritiro dall’attività agonistica di primo piano, Wilks è rimasto legato al mondo dei rally in ruoli tecnici e di sviluppo, sfruttando l’esperienza maturata in anni di competizioni ad alto livello. In questo senso, la sua importanza va letta non solo attraverso i risultati, ma anche come parte di quella generazione di piloti che ha contribuito a mantenere vivo e competitivo il rally britannico in una fase di profondo cambiamento dello sport.

Perché non brillò mai la sua stella
All’inizio degli anni Duemila il rally britannico viveva una fase di vuoto generazionale difficile da colmare. Colin McRae, simbolo di un’epoca, era già uscito di scena, mentre Richard Burns, campione del mondo nel 2001, stava affrontando la malattia che di lì a poco lo avrebbe tragicamente portato via. In quel contesto, il movimento inglese cercava un nuovo volto, qualcuno su cui proiettare speranze e aspettative. Per molti, quel nome avrebbe dovuto essere Guy Wilks.
Wilks correva allora nel Junior World Rally Championship, la stessa categoria in cui stava emergendo Kris Meeke. I due rappresentavano, agli occhi di stampa e addetti ai lavori, la possibile eredità della grande rivalità Burns-McRae. Un racconto comodo, quasi necessario, per mantenere viva una narrazione nazionale che sembrava essersi improvvisamente interrotta. “A quel punto la stampa ci descriveva come la giovane promessa della battaglia Burns-McRae”, ha ricordato Wilks in un’intervista rilasciata a DirtFish. “Era sempre una buona storia di ripiego: chi aveva la meglio tra Wilks e Meeke. Suppongo fosse un’attenzione costante”.
Era un’attenzione che pesava, perché non era solo mediatica, ma anche simbolica. In un periodo in cui il Regno Unito non aveva più un riferimento stabile ai vertici del WRC, ogni risultato, ogni confronto diretto tra i due giovani veniva caricato di significati che andavano oltre il cronometro. Col senno di poi, è noto come quella sfida si sia risolta: Kris Meeke avrebbe costruito una carriera di alto profilo, guidando per costruttori come Citroën e Toyota e vincendo cinque rally nel Campionato del Mondo. Wilks, invece, avrebbe imboccato una strada diversa.
Nel 2005 Wilks aveva firmato un’estensione del proprio programma con Suzuki e stava lottando per il titolo Junior. A stagione inoltrata, la sensazione era che il momento giusto stesse arrivando. Lui stesso era convinto di meritare una chance al volante di una vettura di categoria superiore, magari una Subaru ufficiale. Ma quella chiamata non arrivò. “Vi dirò una cosa: eravamo piuttosto frustrati, da piloti junior, quando sentivamo gli annunci dei piloti che i team ufficiali avrebbero preso e pensavamo: ‘Beh, cosa hanno fatto negli ultimi due o tre anni?’”, ha raccontato Wilks. “Li tiravano fuori dall’oscurità, li mettevano in un’auto per uno, due o tre eventi. E noi ci chiedevamo: come mai non ne abbiamo avuto la possibilità?”.
Era il punto di vista di una generazione affamata, cresciuta con l’idea che la velocità pura fosse la principale moneta di scambio. Solo con il tempo Wilks ha maturato una lettura più lucida di quel periodo. Riguardando indietro, ha ammesso che forse lui e i suoi coetanei non erano pronti quanto credevano. “La cosa ovvia ora è che non eravamo necessariamente provati e testati”, ha spiegato. “Eravamo giovani arrivisti affamati e non pensavamo molto alla nostra stessa conservazione. Credevamo semplicemente di essere più veloci”. Una convinzione condivisa all’interno del gruppo: “‘So che possiamo andare più veloci di quei piloti’. Non lo dicevo solo io, lo dicevamo tutti”.
L’occasione nella massima categoria del WRC, alla fine, arrivò anche per Guy Wilks. Ma non fu il trampolino che in molti avevano immaginato. I risultati non decollarono, i punti mondiali complessivi si fermarono a tre e la carriera prese una direzione più laterale rispetto al grande palcoscenico iridato. In altri contesti, però, Wilks seppe ritagliarsi uno spazio significativo: vinse un rally nell’Intercontinental Rally Challenge e conquistò per due volte il titolo del British Rally Championship, affermandosi come uno dei protagonisti più solidi del panorama nazionale.
Col tempo è arrivata anche un’autocritica più profonda. Wilks oggi riconosce di non aver fatto tutto il possibile per forzare il proprio ingresso nell’élite. “Ero completamente ingenuo a quel punto della mia carriera”, ha ammesso. “E, se possibile, un po’ timido nel contattare e avvicinare persone come Malcolm Wilson”. Una frase che sintetizza bene il senso della sua parabola: talento, contesto favorevole e aspettative enormi, ma anche esitazioni e mancate accelerazioni fuori dall’abitacolo, in un’epoca in cui il rally stava diventando sempre più una questione di relazioni, tempismo e strategia, oltre che di velocità pura.









