Jean Claude Andruet e la sfida Citroen all’Acropoli 1986
Jean-Claude Andruet all’Acropoli 1986 con la Citroen Gruppo B: la sfida per sviluppare la BX 4TC, un’auto nata non competitiva.
Nel panorama selvaggio del Mondiale Rally 1986, l’Acropolis Rally rappresentava molto di più di una gara: era un inferno meccanico e fisico, un banco di prova capace di frantumare le vetture più solide e mettere in crisi anche i piloti più temprati. In questo contesto di polvere e pietre, si affacciava per l’ultima volta nel WRC uno dei grandi veterani del rally francese: Jean-Claude Andruet. Al volante della controversa Citroën BX 4TC, Andruet affrontò con coraggio e tenacia una delle edizioni più dure del rally greco, in una sfida che si rivelò un epilogo emblematico della sua carriera nel Mondiale.
Il Rally dell’Acropoli 1986, disputatosi dal 2 al 4 giugno attorno ad Atene, era la settima prova del campionato del mondo. Quell’anno il WRC era dominato da mostri del Gruppo B come la Lancia Delta S4, la Peugeot 205 T16 E2 e la Ford RS200: vetture sofisticate, leggere, esplosive. Citroën, al contrario, schierava la BX 4TC, una vettura che fin dall’inizio si rivelò troppo pesante e inadatta alla feroce competitività della categoria. Nonostante l’impegno ufficiale della casa francese, il progetto risultava già obsoleto: con un motore anteriore turbo da 2141 cm³ (derivato Chrysler) e una potenza dichiarata attorno ai 380 CV, la vettura era penalizzata da un’eccessiva massa (oltre 1150 kg) e da una distribuzione dei pesi poco favorevole alla guida sportiva su sterrato.
Jean-Claude Andruet, affiancato da Annick Peuvergne, prese il via con coraggio e determinazione. Era consapevole dei limiti tecnici della sua BX 4TC, ma anche ben deciso a lottare con il mestiere del veterano. Pilota dal palmarès imponente – vincitore del Rally di Montecarlo 1973, del Tour de Corse 1974 e del Sanremo 1977 – Andruet era un nome che evocava rispetto in ogni angolo del paddock. Il suo stile aggressivo e la sua sensibilità meccanica erano leggendari. Eppure, l’Acropoli 1986 rappresentava per lui una sorta di canto del cigno: l’ultima occasione per dimostrare, anche in condizioni avverse, il suo valore.
I primi chilometri lasciarono ben sperare. Nella giornata inaugurale, la coppia Andruet–Peuvergne ottenne un incoraggiante sesto tempo assoluto nelle prime prove speciali, lasciando intendere che la loro esperienza e un’interpretazione attenta del percorso potessero compensare, almeno in parte, l’inadeguatezza della vettura. Ma il Rally dell’Acropoli non perdona. Dopo solo una quarantina di chilometri, una rottura meccanica – pare legata a una ruota danneggiata su un tratto particolarmente accidentato – costrinse l’equipaggio al ritiro. Lo stesso destino toccò alle altre due BX ufficiali, affidate a Philippe Wambergue e Maurice Chomat: una disfatta completa per la squadra Citroën.
Quel ritiro segnò non solo, sostanzialmente, la fine della partecipazione di Andruet al WRC, ma anche l’inizio della fine per l’intero programma BX 4TC, che fu ufficialmente abbandonato poche settimane dopo. Il progetto, nato tardi e sviluppato in modo conservativo, non aveva saputo tenere il passo dell’evoluzione frenetica del Gruppo B. Il contrasto tra il talento di Andruet e l’inadeguatezza del mezzo fu tanto evidente quanto simbolico: un campione degli anni ’70 costretto a combattere una battaglia perdente con armi spuntate, in uno scenario che ormai parlava un linguaggio tecnico radicalmente nuovo.
Eppure, anche in quell’uscita amara, Andruet seppe farsi notare. Il suo passo iniziale, la capacità di interpretare le prove speciali più dure della manifestazione, e la compostezza con cui affrontò il ritiro ne ribadirono la statura sportiva. Era un pilota completo, capace di passare dalle vetture Alpine Renault alle berlinette Lancia, dalle Ferrari GT alla selvaggia Citroën BX 4TC, sempre con la stessa intensità.
Dopo il 1986, Andruet si ritirò dal palcoscenico del WRC, dedicandosi a competizioni GT e a eventi storici, dove ha continuato a gareggiare con passione. La sua figura resta quella di un pilota generoso, forse meno calcolatore di altri, ma sempre guidato da una sincera vocazione per la sfida. All’Acropoli 1986, più che altrove, questa sua identità fu visibile: non tanto nei risultati, quanto nella tenacia con cui affrontò l’impossibile, fedele al suo stile fino all’ultima curva.
Nel bilancio della stagione 1986 – segnata tragicamente dagli incidenti e dalla fine del Gruppo B – la breve apparizione di Andruet in Grecia può sembrare un dettaglio secondario. Eppure, per chi ha vissuto quegli anni o li ha studiati con attenzione, rimane un episodio carico di significato. Perché il rally, più ancora che una gara contro il cronometro, è una sfida dell’uomo contro i limiti: tecnici, fisici, ambientali. E pochi, come Jean-Claude Andruet, hanno saputo interpretarla con così profonda coerenza.









