Rally a rischio, la Fia contro gli spettatori dopo gli incidenti del “Monte”
Il fatto che concorrenti e federazione parlino con la stessa voce rafforza il messaggio: la sicurezza del pubblico non è un dettaglio, ma una condizione essenziale per la sopravvivenza del rally moderno. In questo quadro, l’esempio del Rally del Portogallo, dove comportamenti simili ormai si vedono raramente, dimostra che una cultura della sicurezza è possibile.
La FIA ha lanciato un avvertimento di sicurezza di rara durezza dopo gli episodi verificatisi al Rally di Monte-Carlo, dove il comportamento di alcuni spettatori ha portato all’interruzione di due prove speciali e ha messo in discussione la gestione stessa dell’evento. Il delegato alla sicurezza FIA Nicolas Klinger ha definito “folli” le scene osservate lungo le prove, sottolineando come tali comportamenti rappresentino una minaccia non solo per i concorrenti, ma per il futuro dell’intera disciplina. Il punto centrale del suo intervento è che il rally moderno non può più permettersi zone grigie: la convivenza tra pubblico e competizione, che per decenni è stata uno degli elementi identitari di questo sport, oggi deve essere regolata da criteri rigorosi. Monte-Carlo, evento simbolo del calendario, è diventato invece il teatro di una nuova escalation di rischi, che secondo la FIA non può più essere tollerata se si vuole garantire continuità e credibilità al mondiale.
Non siamo più negli anni ‘ottanta’80
Uno dei passaggi più duri dell’intervento di Klinger riguarda il confronto con il passato. “Gli spettatori devono capire che non siamo più negli anni ’80, quando avevamo gente che correva accanto alle auto cercando di sventolare bandiere o di salutare a dieci centimetri di distanza”, ha detto. In quel periodo, immagini di pubblico praticamente in mezzo alla strada facevano parte dell’iconografia del rally, ma oggi sono considerate inaccettabili. Klinger ha ricordato che “il pilota non li guarda, non gliene importa”, sottolineando come chi guida a quelle velocità sia concentrato esclusivamente sulla traiettoria e non sulla folla. Il rally contemporaneo è una disciplina professionale, sottoposta a standard di sicurezza sempre più stringenti, e la nostalgia per il passato non può giustificare comportamenti che mettono a rischio vite umane. Il messaggio è chiaro: il pubblico deve evolvere insieme allo sport, accettando regole che un tempo non esistevano ma che oggi sono imprescindibili.
C’è una minoranza pericolosa
Klinger ha voluto distinguere tra la grande maggioranza degli appassionati e una piccola minoranza che, con le proprie azioni, compromette tutto. “Direi che il 95% fa esattamente ciò che chiediamo. Rimangono in sicurezza e all’interno delle aree spettatori”, ha affermato, difendendo anche il lavoro dell’organizzazione del rally, che secondo lui ha creato zone spettatori sicure in modo adeguato. Il problema non è quindi strutturale, ma comportamentale. Pochi individui che decidono di ignorare le indicazioni, di spostarsi in punti vietati o di avvicinarsi eccessivamente alla carreggiata finiscono per creare una situazione ingestibile per i commissari e per la direzione gara. In un contesto in cui ogni prova speciale coinvolge decine di chilometri e migliaia di persone, anche un numero ridotto di comportamenti scorretti può avere conseguenze sproporzionate, fino a forzare la sospensione o l’annullamento di una prova.
Quando le regole vengono ignorate
La critica più diretta di Klinger è rivolta a chi, deliberatamente, decide di oltrepassare i limiti imposti. “Voglio chiedere a queste persone: ‘Se foste a una gara di Formula 1 e voleste uscire, attraversereste la pista?’ No! Ovviamente no. È la stessa cosa”, ha detto, paragonando la strada di una prova speciale a una pista di un circuito. Il rally, per sua natura, si svolge su strade aperte al pubblico, ma questo non significa che siano prive di pericoli o di regole. Klinger ha anche rivelato che la terza prova speciale del Rally di Monte-Carlo è stata interrotta proprio a causa del comportamento degli spettatori, un segnale concreto di come la situazione sia degenerata. Ogni interruzione non è solo un problema sportivo, ma anche organizzativo e di sicurezza, perché altera il flusso della gara e crea nuove criticità operative.
Fumi, luci e visibilità compromessa
Uno degli episodi più preoccupanti riguarda l’uso di fuochi d’artificio lungo le prove. “Potevamo vedere arrivare la nebbia, ma poi, con i razzi e i fuochi d’artificio, la situazione peggiorava”, ha spiegato Klinger. Dalle telecamere onboard si vedeva chiaramente come gli spettatori si avvicinassero sempre di più al bordo della strada, con le loro luci che diventavano più intense man mano che le auto passavano. Questa combinazione di fumo, scarsa visibilità e presenza umana in zone critiche ha portato all’interruzione di una prova speciale. Per un pilota che viaggia a velocità elevate su strade strette e irregolari, qualsiasi riduzione della visibilità o distrazione può trasformarsi in un incidente grave. In quel contesto, il comportamento del pubblico non è stato solo imprudente, ma direttamente pericoloso.
C’è il rischio di un impatto reale
Klinger ha messo in guardia in modo esplicito sul rischio che un’auto possa uscire di strada e colpire gli spettatori. “Per me, questi spettatori stanno dimostrando una mancanza di rispetto per ciò che stiamo cercando di fare e per gli organizzatori del rally e per la polizia. Questa mancanza di rispetto, devono capirlo, può rovinare il nostro sport”, ha detto. Il rally vive di un equilibrio delicato tra accessibilità e sicurezza: è uno degli sport motoristici più vicini al pubblico, ma proprio per questo richiede una responsabilità condivisa. Se questo equilibrio viene rotto, la conseguenza più immediata è l’aumento delle restrizioni, con aree sempre più limitate e controllate. In prospettiva, però, il rischio è ancora più grande: incidenti gravi potrebbero portare a una revisione radicale del modo in cui le gare vengono organizzate, snaturando la disciplina.
La lezione dell’incidente di Solberg
Per rendere il pericolo ancora più concreto, Klinger ha citato l’episodio che ha coinvolto Oliver Solberg nella PS12, quando la sua vettura è finita in un campo. “Guardate dove può arrivare un’auto”, ha detto, ricordando che le traiettorie in caso di uscita di strada sono imprevedibili. In quel caso, chi si trovava a bordo strada aveva addirittura una bambina con sé, un dettaglio che rende la situazione ancora più inquietante. Il punto non è solo la probabilità dell’incidente, ma la gravità delle sue possibili conseguenze. Un’auto da rally, fuori controllo, non ha barriere che la fermino come in un circuito, e la presenza di persone in zone non autorizzate moltiplica il rischio. L’episodio di Solberg diventa così un monito tangibile di ciò che può accadere quando le distanze di sicurezza non vengono rispettate.
L’appello condiviso da piloti e FIA
Di fronte a questo scenario, Klinger ha ribadito il suo appello: “Il grande aspetto positivo è che la grande maggioranza dei tifosi sta facendo tutto nel modo giusto, ma questo piccolo gruppo di persone può rovinare tutto per noi. Devono fermarsi”. A questo richiamo si sono uniti anche i piloti, a partire da Elfyn Evans, secondo classificato a Monte-Carlo, che ha definito “molto cattivo” il posizionamento di alcuni spettatori. “Non era un po’ male, era completamente senza cervello, senza buon senso”, ha detto, riducendo il problema a “un pugno di persone che non sta usando la testa”. Il fatto che concorrenti e federazione parlino con la stessa voce rafforza il messaggio: la sicurezza del pubblico non è un dettaglio, ma una condizione essenziale per la sopravvivenza del rally moderno. In questo quadro, l’esempio del Rally del Portogallo, dove comportamenti simili ormai si vedono raramente, dimostra che una cultura della sicurezza è possibile, se pubblico e organizzatori lavorano nella stessa direzione.









