Slow zone: corri piano se no ti penalizzo, burocrazia in PS
Cosa sono le slow zone e a cosa servono in realtà? Perché una regola costringe gli equipaggi a rallentare drasticamente la velocità in una gara di velocità, in cui l’unico giudice supremo sarebbe il cronometro? Sono state inventate per fare un dispetto a sportivi e appassionati? E’ necessario averle?
Cominciamo dall’inizio. Le slow zone sono tratti di una prova speciale in cui viene imposto ai concorrenti un limite massimo di velocità molto basso. All’interno di queste sezioni i piloti non possono superare la soglia stabilita dal regolamento e il rispetto del limite viene monitorato attraverso i sistemi di rilevazione previsti dalla competizione. Agli appassionati appaiono fuori luogo più o meno come una barzelletta ad un funerale, perché costringono i piloti a rallentare drasticamente la velocità di percorrenza in una gara di… velocità.
L’imposizione di questo limite di velocità in realtà, più che per la sicurezza, sembra funzionale e ad uso di vari organizzatori per far sì che la media di velocità di una determinata PS risulti entro i 100 km/h. Infatti, è diffusa la sensazione che con le slow zone sia state sostituite le chicanes. Le domande che sorgono – a questo punto – sono: ma se una prova è troppo veloce, perché non si torna a prove più guidate? Che senso ha un rettilineo di 1 km su una PS di 3-3,5 km, quindi già di per sé corta?
Sicuramente le slow zone non sono state inventate per fare un dispetto né agli sportivi e né agli appassionati, ma alla fine lo sono diventate. Infatti, se c’è un tratto di una PS che può fare la differenza, questo viene neutralizzato. A chi sta correndo col coltello tra i denti per vincere magari il titolo non puoi chiedere di alzare il piede, così da umiliare la concentrazione sportiva e compromettere la prestazione finale. La buona notizia è che non sarebbero necessarie. Basterebbe che l’organizzatore scegliesse prove guidate.
E poi c’è il fatto che negli anni il metodo di controllo è cambiato e, di conseguenza, la filosofia della slow zone, che già era decisamente eccepibile, è andata alla deriva. In precedenza, secondo l’interpretazione originaria del regolamento, il rispetto della slow zone veniva valutato sulla velocità media mantenuta nell’intero tratto interessato. Ciò significava che eventuali variazioni sopra o sotto il limite potevano compensarsi, purché la media finale restasse entro i parametri imposti.
Poi il regolamento è stato modificato: non conta più la velocità media ma quella puntuale, cioè registrata nel singolo istante. Il cambiamento comporta una conseguenza rilevante, perché il superamento del limite viene rilevato immediatamente e scatta la penalità. Resta tragicomica la motivazione legata al concetto del “corri-piano”.
La critica di piloti, copiloti, team e pubblico riguarda soprattutto l’ultima modifica. Adesso la norma, come si è visto al Rally Targa Florio, si rivela ancora più penalizzante rispetto alla precedente, perché introduce la possibilità di ricevere più sanzioni all’interno della stessa slow zone. In pratica, un concorrente potrebbe accumulare penalità multiple nello stesso tratto qualora il sistema rilevasse diversi superamenti del limite consentito. Non ci pare un incentivo alla partecipazione. Qui lo strano concetto del “corri piano” sembra incontrarsi con il concetto del “se corri ti spenno”. E non ti “spenno” necessariamente con le sanzioni, bastano le penalità a farti gettare via investimenti ed impegno profuso per la gara.
Il principio delle slow zone non è un’invenzione Aci Sport, sia chiaro, ma viene ripreso dal regolamento del Campionato Europeo, dove però le slow zone o non vengono usate o se ne fa un uso minimo. Invece, in Italia sono diventate la scusa per sostituire le chicanes e condizionare il risultato di gara, che adesso viene costruito non più interamente sulla prestazione finale. Il punto centrale della contestazione non è quindi l’esistenza delle slow zone in sé, ma il loro uso smodato in Italia e soprattutto il criterio con cui viene verificato il rispetto della velocità imposta.
Copiloti di grande esperienza si sono domandati: chi ha approvato questa norma ha mai guidato una vettura da competizione mantenendo una velocità costante vicino al limite imposto? La riflessione nasce dalla convinzione che mantenere con precisione una velocità fissa sia complesso durante la guida di un’auto da corsa. Secondo questa posizione, restare costantemente vicini a una soglia — ad esempio 40 km/h — rappresenterebbe un obiettivo difficilmente realizzabile. E pure inutile in una competizione, perché non è un ostacolo in più che un pilota deve superare, è burocrazia gettata in prova speciale.
L’alternativa più sicura per evitare penalità sarebbe percorrere la slow zone molto al di sotto del limite previsto. Tuttavia, il testo sottolinea immediatamente la conseguenza di una scelta simile: nei rally la classifica continua a essere determinata dai tempi registrati nelle prove speciali. Rallentare eccessivamente per evitare sanzioni significa quindi perdere secondi preziosi. Da qui nasce la critica: il pilota potrebbe trovarsi costretto a scegliere tra il rischio di penalità e la rinuncia alla prestazione cronometrica.
Il nuovo sistema viene giudicato – dalla maggioranza degli sportivi – più problematico rispetto al precedente perché sostituisce il controllo sulla velocità media con quello sulla velocità istantanea, aumentando il rischio di sanzioni nello stesso tratto. La perplessità principale riguarda l’applicabilità concreta della regola alla guida agonistica. La critica sostiene che chi definisce i regolamenti dovrebbe tenere maggiormente conto delle condizioni reali in cui un equipaggio si trova a gestire una vettura da rally durante una prova speciale.
Quindi, visto che il problema non è soltanto regolamentare, ma anche sportivo (percorrere una slow zone molto lentamente può evitare penalità, ma allo stesso tempo influire in modo disastroso sul risultato finale di una gara e sulla concentrazione di un equipaggio), mentre il giudice supremo continua ad essere il cronometro, gli appassionati che frequentano il parco assistenza hanno già creato un nuovo slogan, che sembra mutuato dall’incontro dello strano concetto “corri piano” con “se corri ti spenno”: “corri piano, sennò ti spenno”.









