Troppe gare e troppi test hanno fermato Tanak
Ott Tänak, una pausa necessaria: tra stanchezza, Hyundai e un Mondiale Rally che non si ferma mai.
La decisione è arrivata prima dell’ultimo rally della stagione, quasi come un atto di sincerità più che come un annuncio studiato a tavolino. Ott Tänak ha comunicato che lascerà temporaneamente l’attività nel Campionato del Mondo Rally, scegliendo di prendersi una pausa, dopo aver incassato il no di Toyota. Non un addio definitivo, non una porta chiusa: l’estone non ha escluso un ritorno nel WRC dopo dodici mesi di assenza. Ma, per ora, la priorità è un’altra, ed è chiarissima: la famiglia, il tempo, l’energia mentale che uno sport come il rally, oggi, sembra divorare senza concedere tregua. E il tutto per fare meno della metà dei chilometri di PS che si facevano 10 o 15 anni fa.
La scelta di Tänak va letta su più livelli. C’è l’aspetto personale, dichiarato e ribadito senza ambiguità, ma ci sono anche motivazioni sportive e strutturali che l’ex campione del mondo non ha esitato a mettere sul tavolo. La stagione 2025 si è chiusa a fine novembre in Arabia Saudita, ma di fatto non ha mai smesso di correre: già nel fine settimana successivo diversi piloti erano nuovamente in macchina tra test e rally di preparazione, mentre il nuovo campionato scatterà a gennaio con il Rallye Monte-Carlo. In mezzo, nessuna vera pausa. Nessun momento per staccare davvero.
È proprio su questo punto che Tänak affonda il colpo più duro nei confronti dei decisori del Mondiale. “Voglio dire, in generale le stagioni sono il problema. Questo è sicuramente lo sport peggiore che si possa praticare, dove si va sempre a raffica. Non c’è mai una pausa”, ha dichiarato l’estone, con un tono che tradisce più esasperazione che polemica. E poi l’accusa più diretta: “Il calendario è semplicemente follemente stupido, non c’è una sola pausa all’anno. E se continui così, dieci, quindici anni, allora siamo a questo punto”.
Parole pesanti, che arrivano da uno dei piloti più completi e rispettati della sua generazione, non da una figura marginale o a fine carriera. Tänak ha 37 anni, non è al tramonto, ma ha alle spalle più di un decennio vissuto ad altissimo livello, con stagioni logoranti, cambi di squadra, pressioni tecniche e politiche. Il suo sfogo fotografa un problema strutturale del WRC moderno: un campionato che chiede sempre di più ai suoi protagonisti, senza però interrogarsi davvero sulla sostenibilità umana di questo modello.
In questo quadro si inserisce anche il capitolo Hyundai, inevitabile e delicato. Le prestazioni della i20 N Rally1 nelle ultime stagioni non sono state all’altezza delle aspettative, né di quelle del team né, soprattutto, di quelle di Tänak. Il ritorno del campione del mondo 2019 in Hyundai doveva rappresentare il rilancio di un progetto tecnico ambizioso, ma la realtà si è rivelata molto più complessa. Problemi di affidabilità, una competitività altalenante e una Toyota spesso irraggiungibile hanno eroso, gara dopo gara, non solo i punti in classifica ma anche la motivazione.
Senza mai usare toni apertamente polemici verso la squadra, è evidente che le difficoltà tecniche abbiano pesato sulla decisione finale. Quando i risultati non arrivano, lo sforzo richiesto – in termini di tempo, viaggi, test, sviluppo – diventa ancora più gravoso. E quando a questo si aggiunge un calendario che non concede respiro, il rischio di burnout diventa concreto, anche per un pilota temprato come Tänak.
La sua pausa, in questo senso, assume un valore che va oltre il singolo caso. È il segnale di un malessere più ampio, che riguarda l’equilibrio tra sport, vita privata e gestione delle carriere nel rally moderno. Il WRC continua a presentarsi come un campionato globale, spettacolare, tecnicamente affascinante, ma fatica a trovare una struttura temporale che permetta ai suoi protagonisti di rigenerarsi. Il paradosso è evidente: mentre si parla sempre più spesso di contenimento dei costi e sostenibilità economica, si trascura la sostenibilità umana.
Tänak non ha chiuso la porta a un ritorno. Anzi, ha lasciato intendere che un anno lontano dalle gare potrebbe servirgli proprio per ritrovare quell’energia che oggi sente di non avere più. Molto dipenderà dalle condizioni: dal progetto tecnico che eventualmente lo attenderà, dal ruolo che Hyundai vorrà offrirgli, se vorrà offrirglielo, ma anche – e forse soprattutto – da eventuali segnali di cambiamento nella gestione del calendario e del campionato.
Per ora, il WRC perde uno dei suoi piloti di riferimento, almeno temporaneamente. E perde anche una voce autorevole, che con la sua scelta mette in discussione un sistema che continua a correre senza fermarsi mai. La domanda, a questo punto, non riguarda solo il futuro di Ott Tänak, ma quello di un Mondiale che deve decidere se continuare “a raffica” o iniziare a fermarsi, ogni tanto, per riflettere. Per migliorarsi. Per farsi desiderare un po’.









