Miki Biasion e la Lancia 037 sul Montegrappa
La livrea Totip, con quei colori che hanno fatto la storia del rally italiano, completa il quadro. Non è un dettaglio estetico: è un documento visivo, un pezzo di memoria collettiva che riappare tra i tornanti di casa con tutta la forza evocativa che solo le cose autentiche sanno avere.
Ci sono momenti nel motorsport che vanno oltre la gara, oltre il cronometro, oltre il risultato. Momenti in cui il tempo sembra fermarsi e la storia prende forma davanti ai tuoi occhi. Vedere Miki Biasion tornare al volante della Lancia 037 Totip sul Montegrappa è uno di questi momenti. Non un’esibizione nostalgica, non una semplice rievocazione. Qualcosa di più profondo e più raro: un cerchio che si chiude nel posto giusto, con l’uomo giusto, sulla macchina giusta.
Perché il Montegrappa non è una location qualsiasi. Quelle strade strette, quei tornanti polverosi, quei sassi che rimbalzano sotto le ruote hanno una storia scritta nel fondo stradale prima ancora che nei libri. Sono le strade dove Miki Biasion ha imparato a guidare nel modo in cui solo pochi al mondo sanno fare. Sono le “aule” — come le chiama chi lo conosce davvero — dove un ragazzo di Bassano del Grappa ha trasformato il talento grezzo in arte, la velocità in eleganza, l’istinto in tecnica sopraffina. È lì che tutto è cominciato. Ed è lì che, in qualche modo, tutto ha ancora senso.
Biasion non ha bisogno di presentazioni per chi vive di rally. Due titoli mondiali consecutivi, 1988 e 1989, conquistati con la Lancia in un’epoca in cui il Campionato del Mondo Rally era una battaglia di nervi, motori e coraggio puro. Un pilota che incarnava uno stile riconoscibile tra mille: preciso, fluido, capace di far sembrare semplice ciò che semplice non era. Il traverso controllato, la traiettoria millimetrica, la capacità di leggere il fondo in anticipo. Doti che non si insegnano in una scuola guida, ma si imparano sulla polvere e sulla ghiaia di strade come quelle del Montegrappa.
E poi c’è lei: la Lancia 037. Una vettura che nella storia del motorsport occupa un posto del tutto speciale, quasi mitologico. Ultima macchina a trazione posteriore a vincere un titolo costruttori nel WRC, nel 1983, la 037 è rimasta nell’immaginario collettivo come simbolo di un’epoca irripetibile, quella in cui l’Italia dominava i rally mondiali con classe e arroganza tecnica. Il motore volumetrico — quel compressore volumetrico che urla in modo inconfondibile, diverso da qualsiasi turbo, diverso da qualsiasi altra cosa in circolazione — è la sua voce. Una voce che, quando risuona tra i tornanti di un monte, non lascia nessuno indifferente. Non i vecchi appassionati che quella macchina la ricordano in gara, e nemmeno i giovani che la scoprono per la prima volta e capiscono immediatamente di trovarsi davanti a qualcosa di straordinario.
La livrea Totip, con quei colori che hanno fatto la storia del rally italiano, completa il quadro. Non è un dettaglio estetico: è un documento visivo, un pezzo di memoria collettiva che riappare tra i tornanti di casa con tutta la forza evocativa che solo le cose autentiche sanno avere.
A rendere tutto questo ancora più significativo è il ruolo della Bassano Rally Racing, che ha fornito supporto tecnico all’evento portando in questa giornata non solo competenza meccanica ma anche appartenenza territoriale. C’è qualcosa di bello e giusto nel fatto che sia una realtà locale, radicata in quella terra, ad avere cura di una macchina e di un pilota che a quella terra appartengono nel profondo. Non una struttura esterna, non un ospite di passaggio: gente del posto che si prende cura del proprio mito.
Perché Biasion, per il Bassanese e per il Veneto più in generale, non è solo un campione del mondo. È una storia di cui essere orgogliosi, un esempio di come da queste valli — lontane dai grandi circuiti, lontane dai riflettori abituali del motorsport internazionale — possa nascere e crescere un talento capace di battere il mondo intero. Rivederlo su quella macchina, in quei luoghi, significa ricordarselo. Significa non lasciare che quella storia finisca nei libri o nelle enciclopedie del motorsport, ma tenerla viva, farcela sentire, farcela ascoltare.
Già, ascoltare. Perché c’è un aspetto di questa giornata che nessuna fotografia e nessun video riescono a restituire completamente: il suono. Il rombo del motore volumetrico della 037 che si propaga tra i boschi del Montegrappa è qualcosa che si sente con tutto il corpo, non solo con le orecchie. È un suono antico, brutale e meraviglioso allo stesso tempo, che porta con sé decenni di storia e li riversa nell’aria con un’intensità che fa venire la pelle d’oca.
Non chiamatelo effetto nostalgia, dunque. La nostalgia guarda al passato con una certa malinconia, con la consapevolezza che ciò che è stato non tornerà. Quello che è successo sul Montegrappa è diverso: è una dimostrazione che certe storie non invecchiano, che certi miti non sbiadiscono, che la bellezza autentica — quella di un pilota straordinario su una macchina leggendaria, nelle strade dove tutto è cominciato — non ha bisogno di restauro né di reinterpretazione. Basta lasciarla correre. E lasciarsi travolgere.









