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Rally, CIAR

CIAR – Brunello e Sardegna il pole per il Tricolore assoluto

Bertelli al Brunello

Sulla terra nella massima serie nazionale si discute da mesi, perché l’impegno rimane quello di portare almeno nel CIAR due appuntamenti su fondo sterrato. Per il 2027, dunque, l’ipotesi che sta prendendo forma è quella di un calendario con due gare su terra: il Rally del Brunello e il Rally della Sardegna.

Il ritorno della terra nel Campionato Italiano Assoluto Rally dovrebbe concretizzarsi nel 2027 con due appuntamenti. Il primo nome sul quale il progetto sembra avere trovato una base solida è quello del Rally del Brunello, mentre per il secondo posto la soluzione verso la quale si sta lavorando è il Rally della Sardegna. È una svolta importante per il CIAR, che dopo anni caratterizzati da un calendario prevalentemente asfaltato dovrebbe finalmente riaprire le porte agli sterrati.

La scelta arriva dopo una stagione nella quale, nonostante il commissariamento della struttura federale, non sono mancate modifiche rilevanti nell’impostazione del campionato. Fra queste, l’incremento della lunghezza delle prove ha rappresentato uno dei cambiamenti più evidenti. La questione della terra, invece, ha richiesto tempi più lunghi e continua a presentare diversi interrogativi.

L’obiettivo di inserire due gare sterrate è ormai chiaro. Molto meno chiaro è invece quanto sarà semplice costruire un sistema capace di sostenerle nel tempo.

Il Brunello è il punto di partenza

Il Rally del Brunello rappresenta la candidatura più naturale. La manifestazione organizzata nel territorio di Montalcino aveva già dimostrato, nella stagione precedente, di possedere caratteristiche adeguate per affrontare il salto verso il campionato maggiore. La gara ha costruito negli anni una propria dimensione e può contare su un territorio nel quale il rally su terra possiede una tradizione consolidata.

Il suo ingresso nel CIAR non è quindi una scelta nata all’improvviso, ma la conseguenza di un percorso già avviato. Il problema, fin dall’inizio, era individuare un secondo appuntamento in grado di completare il progetto e consentire alla Federazione di rispettare l’impegno assunto per il ritorno dello sterrato nella massima serie.

Per diverso tempo la soluzione sembrava poter arrivare dalla Sardegna.

L’ipotesi sarda ha perso certezze

L’idea di riportare una gara sarda all’interno del massimo campionato nazionale aveva una logica evidente. L’isola dispone di una cultura rallistica profondamente radicata, di strade sterrate di livello e di una storia legata alle competizioni internazionali che rappresenta un patrimonio difficilmente replicabile altrove. Ma soprattutto il Rally Italia Sardegna andrà nell’ERC e potrà essere inserito nel CIAR con un coefficiente.

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Il progetto, però, ha incontrato difficoltà soprattutto sul terreno della sostenibilità economica. La possibilità di trasformare l’appuntamento sardo in una gara di livello europeo non sembra avere trovato nella Regione un rapporto sufficientemente favorevole fra investimento richiesto e ritorno promozionale. E quando viene meno un sostegno territoriale adeguato, l’organizzazione di una gara di questo livello diventa molto più complessa.

La situazione non è del resto isolata. In diversi Paesi europei il rapporto fra finanziamenti pubblici e valore promozionale degli eventi motoristici è diventato più difficile da giustificare. Anche manifestazioni con una lunga tradizione internazionale si sono trovate a dover ridimensionare i propri programmi o a rivedere il rapporto con i campionati nei quali erano inserite.

La Sardegna, però, avrebbe un’opportunità che meriterebbe di essere sfruttata: recuperare il nome Rally Costa Smeralda.

Perché il marchio Costa Smeralda ha senso

Il nome Rally Costa Smeralda non è una semplice denominazione. È una parte della storia del rally italiano e richiama una manifestazione che per decenni ha avuto un ruolo importante nel panorama nazionale e internazionale.

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Se il progetto del Rally della Sardegna dovesse diventare operativo, riproporre quel marchio potrebbe essere un modo per dare immediatamente una precisa identità alla gara e collegare il nuovo appuntamento alla tradizione rallistica dell’isola. Non si tratterebbe di vivere di passato, ma di utilizzare una denominazione già riconoscibile per costruire un prodotto nuovo.

In un momento nel quale il CIAR sta cercando di rendere nuovamente centrale la terra, poter contare su un nome storico sarebbe un elemento di comunicazione tutt’altro che trascurabile.

La Sardegna rimane dunque una possibilità interessante, ma non può essere considerata acquisita. E proprio mentre questa candidatura perdeva progressivamente consistenza, ha iniziato a prendere quota un’altra soluzione.

Val d’Orcia e Adriatico reggono il confronto

Fra le gare che possono essere prese in considerazione c’è il Rally della Val d’Orcia. La manifestazione ha mostrato nel 2026 di poter sostenere un percorso di notevole sviluppo chilometrico, arrivando molto vicina alla soglia dei cento chilometri di prove speciali.

Un dato analogo riguarda il Rally Adriatico, altra gara che negli ultimi anni ha rappresentato uno dei riferimenti del movimento sterrato italiano.

Sono due elementi importanti perché la nuova filosofia del CIAR non sembra più orientata verso gare estremamente brevi. L’aumento della distanza competitiva rende infatti più naturale guardare a manifestazioni che abbiano già dimostrato di poter costruire un itinerario consistente.

La Val d’Orcia potrebbe quindi diventare una delle alternative qualora il progetto sardo non riuscisse a completare il proprio percorso. Ma anche qui esiste un problema che rischia di pesare più delle caratteristiche sportive della gara.

Il costo del CIAR può diventare un ostacolo

Portare una manifestazione nel CIAR significa infatti affrontare una struttura di costi diversa rispetto a quella di un normale appuntamento del CIRT. Uno degli elementi più pesanti riguarda la comunicazione, per la quale l’impegno economico richiesto agli organizzatori può arrivare a circa 50.000 euro in più rispetto alle gare che non fanno parte della massima serie.

È una cifra che, presa isolatamente, può sembrare gestibile. Diventa molto più significativa quando viene inserita nel bilancio complessivo di una gara su terra.

Gli organizzatori devono già sostenere spese crescenti per assicurazioni, sicurezza, gestione delle strade, personale e ripristino dei percorsi. L’aumento dei costi ha colpito in maniera particolarmente evidente proprio il settore sterrato, dove i margini economici sono spesso più ridotti e il numero dei partecipanti non garantisce più le entrate di qualche anno fa.

Chiedere quindi a una gara di affrontare un ulteriore investimento per entrare nel CIAR significa mettere sul tavolo una domanda inevitabile: quale beneficio economico concreto produce quel salto?

Il prestigio sportivo è evidente. Il ritorno finanziario, molto meno.

La crisi degli iscritti è il vero problema

Il nodo più preoccupante, però, riguarda i concorrenti.

Il movimento italiano della terra sta attraversando una fase complicata e il numero degli iscritti alle gare è sceso sensibilmente. Il CIRT rimane il contenitore naturale della specialità, ma anche al suo interno la situazione non è più quella di qualche anno fa.

Fuori dal campionato, il panorama è ancora più ristretto. Il Prealpi Master Show costituisce una significativa eccezione, ma si tratta di una manifestazione con caratteristiche particolari, costruita nel tempo come appuntamento di grande richiamo per il pubblico e per i concorrenti del Nord-Est e diventata quasi una celebrazione di fine stagione. Non può quindi essere utilizzata come parametro per valutare lo stato generale della disciplina.

Il problema è che una gara del CIAR necessita di un numero adeguato di equipaggi per giustificare l’investimento organizzativo. Se il bacino della terra continua a restringersi, l’inserimento di una seconda validità non sarà necessariamente sufficiente a cambiare la situazione.

CIAR e CIRT insieme non sono una garanzia

La possibilità di assegnare contemporaneamente i punti per il CIAR e per il CIRT può certamente rendere una gara più interessante. Consente di concentrare in un unico fine settimana concorrenti provenienti da due campionati e permette alla manifestazione di acquisire un’importanza sportiva maggiore.

Ma la doppia validità non crea automaticamente nuove vetture.

Un equipaggio che oggi non affronta una gara del CIRT perché non dispone del budget necessario difficilmente troverà improvvisamente le risorse soltanto perché quella stessa gara assegna punti anche per il CIAR. Al contrario, il livello superiore potrebbe aumentare ulteriormente i costi di partecipazione.

Il rischio è quindi quello di avere gare più prestigiose ma non necessariamente più affollate.

Ed è questo il punto sul quale dovrà concentrarsi chi sta costruendo il progetto per il 2027. La terra non può essere riportata nel CIAR soltanto attraverso una decisione regolamentare. Occorre creare le condizioni perché gli organizzatori possano sostenerne i costi e perché i concorrenti possano permettersi di partecipare.

Due gare sono un obiettivo, ma ancora…

Il Brunello e la Sardegna rappresenterebbero una coppia estremamente interessante per il CIAR. La prima offre una realtà già consolidata nel movimento nazionale; la seconda permetterebbe di riportare la massima serie su un territorio dalla storia rallistica straordinaria. E il recupero della denominazione Costa Smeralda potrebbe aggiungere un elemento identitario di grande valore.

Ma il problema della terra italiana è molto più ampio della semplice composizione del calendario.

Se il movimento continua a perdere partecipanti, se i costi delle gare continuano ad aumentare e se l’ingresso nel CIAR comporta ulteriori esborsi per gli organizzatori, non è affatto scontato che le manifestazioni oggi considerate candidate siano realmente interessate a compiere il passo.

Per un organizzatore, infatti, il prestigio di una validità nazionale superiore deve essere accompagnato da condizioni economiche compatibili con la realtà della gara. Altrimenti il rischio è che il CIAR diventi una vetrina prestigiosa che però l’organizzazione non può permettersi.

La Federazione dovrà quindi affrontare il problema con una visione più ampia. Il ritorno della terra nella massima serie può essere un’opportunità per rilanciare una specialità che ha rappresentato per decenni una componente fondamentale del rally italiano, ma perché questo accada servono numeri, non soltanto regolamenti.

Il 2027 potrebbe dunque segnare il ritorno dello sterrato nel CIAR con due appuntamenti. Il Brunello sembra destinato a essere uno dei punti fermi, mentre la Sardegna resta la soluzione più affascinante, anche per la possibilità di riportare in vita il marchio Costa Smeralda. La Val d’Orcia rappresenta una valida alternativa e il suo sviluppo chilometrico del 2026 ne rafforza la candidatura.

Ma prima di scegliere due nomi bisognerà capire se il sistema che li dovrebbe sostenere è economicamente praticabile.

Perché il vero successo dell’operazione terra non sarà avere due gare nel calendario del CIAR. Sarà riuscire a farle funzionare senza costringere organizzatori e concorrenti a sostenere costi che il movimento, nella situazione attuale, fatica sempre più a sopportare.

9 Agosto 2026/da Marco Cariati
Tags: campionato italiano rally, rally del brunello, rally italia sardegna
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