WRC – Il nuovo Promoter si presenta
Eric Boullier in Paraguay ha parlato del WRC che la nuova società ha in mente: il DNA non si tocca ma l’obiettivo è un Mondiale più digitale, più spettacolare e più orientato al pubblico.
Il World Rally Championship vuole cambiare. E probabilmente deve farlo. Il punto, però, è capire quanto. È questo il tema centrale delle prime dichiarazioni pubbliche di Éric Boullier, nuovo CEO del WRC Promoter, intervenuto durante il Rally del Paraguay per illustrare la direzione che dovrebbe prendere il campionato nei prossimi anni. La premessa è stata netta e, soprattutto, studiata per tranquillizzare il mondo del rally: il DNA della disciplina non verrà modificato.
Una promessa che gli appassionati hanno certamente piacere di ascoltare. Ma anche una promessa che apre immediatamente una domanda: se il DNA resterà lo stesso, quanto cambierà tutto ciò che gli sta intorno? Perché il progetto presentato da Boullier è tutt’altro che conservativo. Il nuovo Promoter, la società francese Cosmopolis, vuole intervenire sul format degli eventi, sulla comunicazione, sui contenuti digitali, sull’esperienza degli spettatori e sul rapporto con aziende e costruttori. L’obiettivo dichiarato è riportare il WRC e l’ERC “dove meritano di essere”. Tradotto: far tornare il rally rilevante.
Boullier ha individuato una delle principali debolezze del WRC con una frase particolarmente significativa: il rally è spettacolare, ma non se ne parla più abbastanza. È probabilmente da qui che bisogna partire. Il problema non sembra essere la mancanza di contenuti. Al contrario, il rally continua a produrre immagini e storie che altri sport motoristici possono soltanto invidiare. Macchine lanciate a velocità elevatissime su strade strette, condizioni meteo imprevedibili, superfici completamente diverse, errori che possono compromettere ore di gara, piloti e navigatori costretti a lavorare in una situazione nella quale non esiste praticamente mai una certezza. Il materiale per raccontare il WRC c’è. Quello che è mancato, negli ultimi anni, è stata forse la capacità di trasformare questa ricchezza in un racconto capace di uscire dalla cerchia degli appassionati.
Uno dei punti centrali del progetto riguarda il completo ripensamento della piattaforma media del campionato. Più digitale, maggiore presenza sui social, nuovi contenuti e un linguaggio capace di raggiungere un pubblico che non sia composto esclusivamente dagli appassionati più fedeli. È una direzione praticamente inevitabile. Ma anche una strada sulla quale è facile sbagliare. Il rischio, quando si cerca di conquistare un pubblico nuovo, è quello di concentrarsi esclusivamente sulla spettacolarità più immediata: il salto, la derapata, l’incidente, il passaggio al limite. Sono contenuti che funzionano. Ma il rally non può essere ridotto a questo. Il WRC è uno sport strategico e complesso. Per capire davvero cosa succede bisogna conoscere almeno in parte il ruolo delle gomme, delle condizioni della strada, delle note, della posizione di partenza, della gestione del ritmo. Il nuovo pubblico non deve necessariamente diventare esperto. Deve però avere la possibilità di capire perché ciò che sta guardando conta. Altrimenti il rischio è costruire milioni di visualizzazioni senza costruire nuovi appassionati.
La parte più interessante, e forse più controversa, del progetto riguarda l’esperienza dal vivo. Boullier ha spiegato di voler mantenere un’impostazione tradizionale per le giornate dedicate agli appassionati più fedeli, ma di voler trasformare il sabato sera in qualcosa di diverso. Una sorta di festival. Da qui nasce l’idea della WRC Arena, uno spazio nel service park pensato per accogliere spettatori, aziende, influencer e ospiti, creando un ambiente nel quale il rally diventi anche intrattenimento. L’idea è comprensibile. Il motorsport moderno non può più limitarsi alla competizione. L’esperienza che circonda l’evento è diventata parte integrante del prodotto.
Ma il WRC deve stare particolarmente attento. Perché il rally non nasce come spettacolo costruito attorno a una struttura centrale. È l’esatto contrario. Il pubblico si distribuisce lungo il percorso. Le persone raggiungono le prove speciali nel cuore della notte. Cercano un punto da cui osservare le vetture. Camminano, aspettano, si spostano. Quella fatica fa parte dell’esperienza. Il rally è anche questo. Renderlo più accessibile è una cosa. Renderlo più simile a un festival è un’altra. La WRC Arena può essere un valore aggiunto, purché resti un complemento e non diventi il centro dell’evento.
Boullier ha inoltre parlato della possibilità di utilizzare una singola prova speciale nella giornata di domenica. La logica è soprattutto pratica: concentrare l’azione permetterebbe di organizzare meglio il pubblico, creare sistemi park-and-ride e facilitare l’accesso degli spettatori. In teoria, è difficile trovare qualcosa da contestare. Uno dei problemi storici del rally è proprio la difficoltà di seguirlo dal vivo. Per chi non conosce la disciplina, organizzare una giornata sulle prove può diventare un’impresa.
Arrivare in tempo, trovare parcheggio, raggiungere il punto spettatore, evitare di rimanere bloccati nei trasferimenti: tutto questo può scoraggiare chi si avvicina per la prima volta al WRC. Semplificare l’esperienza può quindi essere positivo. Ma anche qui serve equilibrio. Il rally non deve diventare necessariamente più facile da consumare. Deve diventare più facile da comprendere e da vivere, senza perdere la sua natura. Sono due cose molto diverse.
È forse questo il punto sul quale sarà necessario osservare con maggiore attenzione l’evoluzione del progetto. Il WRC è un campionato mondiale proprio perché mette insieme realtà profondamente diverse. Finlandia ed Estonia non sono la stessa cosa. Il Kenya non è la Sardegna. Il Giappone non è Monte-Carlo. Cambiano le strade, il clima, il pubblico, la cultura automobilistica, il paesaggio e persino il modo in cui le gare vengono vissute.
Questa diversità rappresenta una parte essenziale del fascino del campionato. Se l’obiettivo di rendere il prodotto più accessibile dovesse portare a una progressiva standardizzazione degli eventi, il WRC rischierebbe di perdere una delle sue caratteristiche più preziose. Un rally non dovrebbe diventare un altro rally soltanto perché il format deve essere facilmente vendibile. La modernizzazione dovrebbe valorizzare le differenze, non cancellarle.
C’è poi l’aspetto economico. Boullier vuole trasformare il WRC in una piattaforma più interessante per team, costruttori e aziende È un passaggio fondamentale. Un campionato mondiale deve essere sostenibile. Deve offrire agli investitori un ritorno, ai costruttori una vetrina e ai partner commerciali opportunità concrete. La passione da sola non basta.
Ma neppure il business può diventare l’unico criterio. Perché il WRC ha una caratteristica che difficilmente può essere monetizzata in modo diretto: la sua autenticità. Il rapporto con i territori, la vicinanza alle vetture, l’imprevedibilità delle condizioni e quella sensazione di assistere a qualcosa che non è completamente controllabile fanno parte del valore del rally. Se la ricerca di maggiore accessibilità commerciale dovesse eliminare proprio questi elementi, il campionato potrebbe diventare più ordinato e più vendibile, ma anche meno riconoscibile.
La frase di Boullier sul DNA del rally, quindi, è più importante di quanto possa sembrare. Perché il nuovo WRC dovrà necessariamente cambiare. Dovrà comunicare meglio. Dovrà utilizzare i social in maniera più efficace. Dovrà conquistare spettatori che oggi non seguono il campionato. Dovrà migliorare l’esperienza dal vivo e costruire un rapporto più moderno con aziende e partner. Non può rimanere fermo. Ma cambiare non significa necessariamente imitare. Il WRC non ha bisogno di diventare un’altra disciplina per tornare popolare. Ha bisogno di spiegare meglio perché il rally è diverso da tutte le altre. La sfida di Boullier sarà proprio questa. Portare il WRC nel presente senza cancellare ciò che lo ha reso importante. Creare nuovi tifosi senza perdere quelli storici.
Rendere gli eventi più accessibili senza renderli artificialmente semplici. Trasformare il service park in un luogo capace di attirare anche chi non conosce il rally, senza fare della gara un semplice pretesto per l’intrattenimento. E soprattutto, utilizzare il digitale non per sostituire l’esperienza del rally, ma per far venire voglia alle persone di viverla. La promessa è stata fatta: il DNA non verrà cambiato









