La passione per i rally corre in Croazia
Il Rally Show Santa Domenica non sarà un round del WRC né una gara di campionato. Sarà una festa popolare del motorsport, organizzata da appassionati per appassionati.
Basta attraversare il confine, fare pochi chilometri oltre Trieste, per capire che la parola “passione” in Croazia ha ancora un significato concreto, vivo, pulsante. A Santa Domenica, piccolo centro non lontano da Zagabria, il Rally Show si appresta a fare il pienone: 164 equipaggi iscritti provenienti da 11 Paesi diversi, una marea umana di appassionati, un entusiasmo collettivo che in Italia non si vede da anni. E non si tratta di un round del campionato nazionale o di una tappa del FIA European Rally Trophy, ma di un evento-show su fondo ghiaioso, nato per divertire il pubblico e celebrare la cultura dei rally.
Da Rally2 e Rally3 modernissime a 60 vetture storiche, fino a trazioni posteriori, buggy e auto da rally raid: a Santa Domenica si vedrà di tutto. Il “Rajska CO-Driver Ladies Trophy” conterà ben 47 equipaggi femminili, un record assoluto; venti giovani nella categoria junior, frutto di un lavoro di promozione e formazione che in Croazia viene portato avanti da anni con coerenza e passione. Gli organizzatori locali non parleranno di “crisi di iscritti” né di “budget insostenibili”: parleranno di amore per i rally, di coinvolgimento del territorio, di volontariato genuino, di tradizione che si rinnova.
E in Italia? Nel Paese che ha scritto pagine leggendarie della storia mondiale dei rally, che ha visto nascere campioni come Biasion, Cerrato, Andreucci, Cunico e Travaglia, oggi si fatica a raggiungere quota 80 iscritti anche nelle gare più blasonate. Con 40 macchine in lista, molti organizzatori sono costretti a rinviare o a cancellare gli eventi, per evitare quello che qualcuno definisce senza giri di parole “un bagno di sangue economico”. È una parabola triste, quella dei rally italiani: un movimento che vive sempre più di ricordi, di selfie ai parchi assistenza, di caschi aerografati e scarpe griffate, ma sempre meno di contenuti tecnici, di passione collettiva e di cultura sportiva.
Il confronto con i vicini croati è impietoso. Lì un rally-show attirerà 164 iscritti e migliaia di spettatori, qui gli organizzatori continueranno a barricarsi nei loro orticelli, spesso incapaci di collaborare tra loro o di guardare oltre la propria zona d’influenza. Lì si lavorerà per costruire un evento popolare, accessibile e inclusivo; qui si ragionerà ancora in termini di permessi, burocrazia e contributi pubblici. Lì le categorie giovanili e femminili cresceranno, qui si discuterà ancora se valga la pena far partire un Trofeo Junior con meno di dieci partecipanti.
Chi avrà il coraggio, senza pudore, di dire che i rally italiani sono in salute? Non basterà riempire le bacheche social di foto patinate e di hashtag come “rallylife” o “rallypassion”: la realtà è che, salvo rare eccezioni, il movimento tricolore sta invecchiando, si sta chiudendo su sé stesso, e non riesce a rinnovarsi. Eppure, basterebbe guardare oltre il confine per capire che un altro modo di fare rally è possibile: più aperto, più spontaneo, più genuino.
A Santa Domenica la macchina organizzativa funzionerà perché è radicata nel tessuto locale, perché i club collaborano, perché le istituzioni credono in un evento che porterà turismo e visibilità. Nessuno pretenderà di fare business: si farà sport, spettacolo, cultura motoristica. E il risultato si vedrà. In Italia, invece, i rally sembrano sempre più prigionieri delle loro regole, delle loro rivalità, della loro mancanza di prospettiva.
Forse sarebbe ora di importare un po’ di quella “cultura rallystica” che i croati, con grande umiltà, stanno coltivando e facendo crescere. Forse è il momento di smettere di vivere di nostalgia, di smettere di pensare che basti il nome di una località storica o la presenza di qualche R5 per rendere un rally “importante”. La verità è che senza pubblico, senza giovani, senza entusiasmo, non ci sarà futuro.
Il Rally Show Santa Domenica non sarà un round del WRC né una gara di campionato. Sarà una festa popolare del motorsport, organizzata da appassionati per appassionati. Sarà la dimostrazione che la passione vera non si misura in chilometri di prove speciali, ma nel calore di chi crede ancora che i rally siano uno sport per tutti, e non solo per pochi eletti.
E mentre in Italia si continuerà a discutere di regolamenti, assicurazioni, scadenze omologazioni, tasse federali e calendari che si accavallano, oltre confine si vivrà, si respirerà e si celebrerà il rally come una volta. Con meno parole, e molta più sostanza. E tantissimi italiani sono lì per divertirsi, mentre anche il Rally Team 971 viene rinviato. C’è parecchio da rosicare. Oppure no?








